L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Valentina Farcas nella Campana sommersa a Cagliari

Campana coraggiosa

 di Giovanni Andrea Sechi

Con un titolo di rarissimo ascolto, La campana sommersa di Ottorino Respighi, il Teatro Lirico di Cagliari inaugura in grande stile la stagione lirica 2016. In sintonia con il suggestivo libretto di Claudio Guastalla è la parte visiva dello spettacolo, curata da Pier Francesco Maestrini (regia), Marco Nateri (costumi), Juan Guillermo Nova (scene e proiezioni), Pascal Mérat (luci). All’interno della compagnia vocale spiccano il tenore Angelo Villari (Enrico), che domina senza incertezze le insidie della scrittura respighiana, e il soprano Valentina Farcas (Rautendelein).

CAGLIARI, 1 aprile 2016 – Come primo titolo della stagione 2016 del Teatro Lirico di Cagliari riemerge da un immeritato oblio La campana sommersa di Ottorino Respighi, opera in quattro atti su libretto di Claudio Guastalla (dal dramma Die versunkene Glocke di Gerhart Hauptmann). La storia, in massima sintesi, si consuma in un piccolo villaggio e nelle foreste che lo circondano, in un passato non ben definito in cui convivono uomini dalla morale intransigente ed esseri che animano gli elementi naturali con divertita e ingenua licenziosità (da qui il contrasto tra gli intervenientes e la nascita dell’amore tormentato tra il fabbro campanaro Enrico e la ninfa Rautendelein). Nonostante il fascino della fiaba scelta da Respighi e Guastalla, tale soggetto non convinse l’editore Ricordi, che in un primo momento decise di non pubblicare la partitura dell’opera. Fu per questa ragione che la settima fatica teatrale di Respighi vide la luce ad Amburgo nel 1927, tradotta in tedesco, per poi giungere negli Stati Uniti nel 1928 (al Metropolitan di New York, con la direzione di Tullio Serafin) e in Italia l’anno seguente (al Teatro alla Scala di Milano). La campana sommersa incontrò una certa fortuna in Italia, benché eseguita solo sporadicamente. L’ultima esecuzione attestata è quella al Festival di Radio France et Montpellier nel 2003 (con l’Orchestre Nationale de Montpellier, diretta da Friedemann Layer. Notevole la presenza, in quella sede, di Laura Aikin come Rautendelein e di Ewa Wolak come Strega).

Il grande interesse della partitura di Respighi, ricca di soluzioni coloristiche nuove a supporto della narrazione, non fu bastante a impedirne la graduale scomparsa dopo la morte del compositore. Motivo di tale scomparsa non fu solo la debolezza del libretto, come spesso si è affermato, ma la mancanza di interpreti idonei. Questi, infatti, non si ritrovano nell’alveo del più comune Ottocento italiano e del verismo, bensì tra i frequentatori dell’opera di Wagner (proprio da quest’ultimo repertorio giungevano alcuni degli interpreti della prima assoluta, come il tenore norvegese Gunnar Graarud, creatore della parte di Enrico). Per affrontare una partitura del genere, nella quale l’ordito orchestrale si infittisce spesso e volentieri, il cantante deve possedere squillo e volume in tutta la gamma vocale. Il temperamento e lo sfoggio di suono, tuttavia, non sono le uniche qualità richieste al cantante: Respighi esige anche grande flessibilità vocale negli imprevisti passaggi di coloratura, il saper porgere e smorzare la voce nelle situazioni dove l’orchestrazione si fa più rarefatta, una retorica varia e ispirata nei lunghi dialoghi.

Sono queste ultime caratteristiche quelle che fanno apprezzare la bella prova di Valentina Farcas, interprete della difficile parte della ninfa (e principessa) Rautendelein, innamorata di Enrico. Pur difettando di volume nei passaggi più spinti, il soprano rumeno convince per la presenza scenica coinvolgente, la sicurezza dell’intonazione, l’emissione morbida (memorabile nel duetto finale del quarto atto, l’unico pezzo dell’opera di memoria vagamente pucciniana). Luci e ombre per quanto riguarda le restanti voci femminili. Nonostante l’impegno profuso, Maria Luigia Borsi (Magda) non sembra a proprio agio nella parte della moglie di Enrico: benché breve (appare solo nel secondo atto), questa è caratterizzata da un canto di forza, spezzato da sbalzi subitanei; non sorprende che in questa parte, apparentemente marginale, si siano avvicendati soprani dalla tecnica granitica come Giovanna Casolla, Lina Bruna Rasa, Sara Scuderi (chi non la ricorda, quasi ottantenne, cantando «Vissi d’arte» nel documentario Il bacio di Tosca?). Rendono ancor più breve la sua prova i tagli operati nel secondo atto (che portano all’espunzione del ruolo della vicina di casa, con la quale Magda intrattiene un breve dialogo prima dell’ingresso di Enrico: dispiace assai che in questa sede si sia scelto di tagliare poche pagine di partitura che, in fondo, non risparmiavano una grande fatica agli interpreti coinvolti). Un po’ acerbe nel canto, al contrario di quanto ci si aspetterebbe da creature semidivine, sono le tre Elfe: Martina Bortolotti, Francesca Paola Geretto, Olesya Berman Chuprinova. Educato e professionale è il contributo delle due voci bianche, nella piccola parte dei figli di Magda: Martino Corda (primo bimbo) e Letizia Puddu (secondo bimbo).

Maggiori soddisfazioni arrivano dalle voci maschili. Anche Filippo Adami (Fauno) compensa i limiti naturali del proprio strumento offrendo un’interpretazione attenta della propria parte: giustamente messo in risalto, ma mai troppo caricato è l’elemento comico del ruolo. Si apprezzano in lui, inoltre, la ricerca del fraseggio esatto, la suadenza timbrica. Meno ricca di intenzioni e assai più schietta è la resa di Thomas Gazeli (Ondino), basso-baritono dalla vocalità meno raffinata ma d’impatto. Convincente la sua lettura del goffo spirito acquatico innamorato di Rautendelein. Solida, corretta e professionale è la prova di Dario Russo (Curato), Nicola Ebau (Maestro), e del promettente Mauro Secci (Barbiere).

Va infine lodata l’eccezione all’interno una compagnia vocale che, in generale, pecca di scarsità di volume e di proiezione: salda e robusta è la resa vocale di Angelo Villari (Enrico), che domina la propria parte senza temerne l’onerosità. Ben poco si potrebbe obiettare a una prova degna di una fatica erculea, non del tutto priva di finezze intepretative nei momenti più raccolti (si ricordi, inoltre, che la parte del fonditore ebbe tra i suoi primi interpreti tenori del calibro di Giovanni Martinelli, Aureliano Pertile...).

Ancor più qui che in altri titoli più frequentati si apprezza la direzione esperta di Donato Renzetti, che ben sa discernere i momenti di protagonismo strumentale da quelli in cui la densa compagine orchestrale è di supporto al canto e a ciò che accade sulla scena. Sotto una guida così attenta si apprezza ancora di più la consueta duttilità dell’Orchestra e del Coro del Teatro Lirico, e del Coro di voci bianche del Conservatorio “Giovanni Pierluigi da Palestrina” di Cagliari (preparati da Enrico di Maira).

Deliziosa e di gran lunga superiore alle aspettative è parsa la rinnovata intesa tra Pierluigi Maestrini (regia), Marco Nateri (costumi), Juan Guillermo Nova (scene e proiezioni), Pascal Mérat (luci). Talvolta le proiezioni sono usate come espediente economico per esimersi dal descrivere uno spazio tridimensionale, per poi abbandonare gli attori in uno spazio disadorno. Non è questo il caso. Qui il concerto tra sognanti proiezioni tridimensionali, costumi ben caratterizzati e un’azione rispettosa del libretto, rende lo spettacolo memorabile e degno di essere rivisto (piacerà senza dubbio anche ai tradizionalisti, ma anche ai cinefili appassionati del genere fantasy).

Salutiamo una produzione fortunata, nella speranza che l’elogio della creatività umana (il «soffio animatore» nel libretto), virtù tanto celebrata nel raro titolo respighiano, sia di buon auspicio per il futuro dell’ente cagliaritano.

Foto di Priamo Tolu