L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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didone abbandonata di leonardo vinci

Firenze è pronta al barocco

 di Francesco Lora

Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino partecipa, con Didone abbandonata, alla renaissance di Leonardo Vinci. I cantanti Roberta Mameli, Carlo Allemano e Raffaele Pe sono i punti di forza dello spettacolo.

FIRENZE, 12 gennaio 2017 – Buone notizie. La prima è che la renaissance di Leonardo Vinci, operista tra i massimi negli anni ’20-30 del Settecento, è ormai in pieno corso e avviata a restituire uno dopo l’altro i suoi capolavori. La seconda è che l’iniziativa, avviata soprattutto in area franco-germanica, sta ora contagiando le istituzioni italiane: nei prossimi aprile-maggio il Teatro di San Carlo di Napoli riporterà in scena il Siroe, re di Persia, mentre una coproduzione tra il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino e il Teatro Verdi di Pisa ha appena procurato la prima ripresa in età contemporanea dell’altra opera vinciana concepita per il carnevale 1726, Didone abbandonata: tre recite a Firenze, nel Teatro Goldoni, tra l’8 e il 12 gennaio, cui ne seguirà un’ulteriore il 26 marzo nella città della torre pendente.

L’occasione significa anzitutto il meritorio interesse della fondazione lirica fiorentina verso il repertorio preclassico: un interesse dal quale i primi teatri italiani usano astenersi per pigrizia o inettitudine, in tal modo sottolineando lo scarto da quanto già i teatri esteri intraprendono. Il cartellone del Teatro del MMF trabocca oggi di stagioni, rassegne, festival ed eventi collaterali, in grado di soddisfare ogni sorta di spettatore e di sfidare la cronicizzata crisi di pubblico in riva all’Arno; l’attenzione alla musica barocca sorprende tanto più poiché inserita in un progetto cospicuo. La mente torna, per esempio, al ciclo dedicato alla produzione sinfonica di Wolfgang Amadé Mozart, avviato negli scorsi novembre-dicembre: si tratta di una vera, propria e densa ricognizione del genere della sinfonia, attraverso il Salisburghese nonché attraverso precursori, maestri, colleghi, rivali ed epigoni. L’inedita impresa di contestualizzazione culturale ha goduto, tra gli altri, di tre concerti diretti da uno specialista, un curioso e un retore come Federico Maria Sardelli: nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, il 1°, 4 e 7 dicembre, sono rinate sotto la sua bacchetta rare partiture di Johann Anton Filz, Joseph Martin Kraus, Carl Philipp Emanuel Bach e Joseph Haydn, al cospetto di una sala stracolma e così coinvolta da richiedere a gran voce il bis del misconosciuto primo autore citato anziché di Mozart; è sembrata rinascere persino l’arcinota Sinfonia in Do maggiore n. 36 “Linz”, nella quale forse mai si era ascoltata una più disinibita direzione di frase, un’elocuzione più mordente e insieme forbita, un’idea più informata ai tratti dell’Illuminismo. Qui si arriva al punto: l’orchestra era non una compagine con strumenti originali, avvezza ai gesti musicali di barocchisti scaltriti, ma quella residente del MMF, quella cresciuta a Muti e Mehta, quella fatta d’acciaio e che non si sarebbe creduto pronta a una così stupefacente metamorfosi; con la collaborazione di Sardelli, essa testimonia l’investimento continuativo che la fondazione può attuare attraverso le sue maestranze, pronte all’ampliamento del repertorio e alla recezione di prassi antiche.

Contro ogni fosca previsione, i biglietti per le recite fiorentine della Didone abbandonata sono andati via come il pane; e la fiducia riscontrata al botteghino è andata di pari passo col valore di uno spettacolo qui e là esemplare. Le mende sono arrivate – e siamo alle solite – pressoché solo nel testo scritto, come qui edito ed eseguito: si allude in particolare ai tagli abbondanti e scriteriati, che offendono la continuità retorica e armonica del discorso musicale oltre che il libretto metastasiano (un capolavoro della letteratura teatrale italiana) e un pubblico non così casuale da potersi annoiare. Al direttore Carlo Ipata si deve, con gratitudine, la proposta del titolo prezioso; egli legge tuttavia la partitura più sotto un’uniforme e cauta semplicità che mettendo in luce gli scatti, i contrasti e quanto l’arte declamatoria del cantante può attendersi in un altrettanto vivido accompagnamento orchestrale.

La sentenza vale a maggior ragione nel caso, raro e qui avuto, di una compagnia di canto stupendamente italiana nella disinvolta e insinuante pratica della madrelingua, oltre che dotata di timbri, colori e tecniche assai più fragranti e ortodossi di quanto abitualmente vantino i colleghi d’oltralpe. Così è nella Didone di Roberta Mameli, riconoscibile tra mille voci fin dalla prima nota, sensuale nella modulazione, imperiosa nel porgere, chiarissima nella dizione, energica nell’agilità, avvenente e spigliata nella presenza scenica. Così è nell’Enea di Carlo Allemano, che con sostanza timbrica baritonaleggiante e coturnata maestà d’accento è da molti anni a questa parte – a patto di sapersene e volersene accorgere – il tenore di riferimento per l’opera seria settecentesca. Così è nello Iarba di Raffaele Pe, malgrado la surroga del mito dei castrati con i limiti del controtenore: ogni nota e sillaba denota in lui lo studio capillare dell’entusiasta e dell’intellettuale. Doti e impegno si rinnovano ancora nella Selene di Gabriella Costa, nell’Araspe di Marta Pluda e nell’Osmida di Giada Frasconi. Ed esemplare è l’economico allestimento con regìa di Deda Cristina Colonna, scene di Gabriele Vanzini, costumi di Monica Iacuzzo e luci di Vincenzo Raponi: sul piccolo palcoscenico del Goldoni la recitazione mostra autorevolezza contemporanea senza minacciare le forme del verso e del canto, mentre le ombre proiettate sul fondo bastano, con un semplice gioco di luci e poco o nulla di costruito, a condurre lontano lo sguardo dello spettatore su reggia, porto e navi, sino al fiammeggiante rosseggiare del rogo finale.

foto Simone Donati - Terraproject - Contrasto