L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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giulio cesare

Giulio Cesare destrutturato

 di Giulia Vannoni

La forza dell'impronta registica impressa da Marin Blažević al Giulio Cesare di Händel è assecondata da un'ottima resa musicale dei complessi, vocali e strumentali, dell'Opera di Fiume.

LUBIANA, 17 marzo 2017 – Inutile nasconderselo: quando si ascolta Giulio Cesare in Egitto l’interesse per la vicenda pseudostorica descritta nel libretto di Haym passa sempre in secondo piano, schiacciata dalla bellezza musicale di Händel. Così, tuttavia, c’è il rischio che l’opera nel suo insieme si riduca a una successione – a volte eccessivamente paratattica – di arie, seppure dotate d’irresistibile fascino. Anche i tentativi di riscrittura drammaturgica non sortiscono quasi mai grandi risultati (troppo difficile rendere plausibili i numerosi personaggi en travesti) e si limitano, nel migliore dei casi, a qualche innesto umoristico. Tanto vale allora mostrare dall’interno, destrutturandole in tutte le loro fasi, le dinamiche teatrali che conducono a un compiuto allestimento dell’opera: non solo il risultato è imprevedibile ma può spalancare orizzonti inediti.

Nello spettacolo messo in scena dal regista Marin Blažević – con la collaborazione del drammaturgo Oliver Frljić – per l’Opera di Fiume e appena ripreso al Cankarjev Dom di Lubiana, uno scheletro (però senza cranio), a lato del palcoscenico, materializza l’idea di base del lavoro: l’ossatura è data, spetterà agli interpreti darle forma con il loro talento. In questo spettacolo di lucida consapevolezza teatrale, senza essere mai macchinoso, il primo atto evoca una sorta di training preparatorio, durante il quale gli otto cantanti, vestiti in abiti quotidiani, cantano a leggio, come fosse una prova: c’è chi si muove, chi mangia qualcosa, chi consulta il telefonino, chi finge un abbassamento di voce, chi prova una posizione da assumere in seguito. Tutti, però, si ricordano puntualmente di applaudire i colleghi alla fine di ogni aria. Dopo gli esercizi per il corpo, gli attrezzisti provvedono a spostare gli elementi scenici (dello stesso Blažević, insieme a Dalibor Laginja), innalzando grandi cornici vuote, qualche colonna e ruderi romani, mentre i cantanti cominciano i processi di vestizione: all’inizio del secondo atto indosseranno tutti i costumi belli e spiritosi di Sandra Dekanić. Qui sarà l’esplosione dell’amore di Cesare per Cleopatra a catalizzare l’attenzione: l’amplesso fra i due, sotto una coperta dorata, ha un retrogusto ironicamente hollywoodiano, che il turbinio delle luci (di Dalibor Fugošić), proiettate sul fondale, enfatizza. Anche nel capolavoro di Händel, del resto, il vero fulcro drammatico è dato dalla passione amorosa: non è questa, infatti, la sempiterna stella polare del genere melodrammatico? Nel terzo atto i giochi sono ormai fatti, sanciti dall’happy end e dagli immancabili auspici di pace (fra gli oggetti di scena compaiono anche un paio di corni, preludio delle future invasioni barbariche). La statua dell’angelo, con la spada sguainata troneggia al centro del palcoscenico, i cattivi che insidiano la virtù della vedova Cornelia hanno ricevuto la giusta punizione: Achilla viene pugnalato da Tolomeo, che a sua volta provvede direttamente ad autoeliminarsi versandosi addosso una simbolica vernice rossa.

Uno spettacolo del genere non avrebbe potuto funzionare senza interpreti così duttili e motivati scenicamente, tutti appartenenti alla compagnia di Fiume. Protagonista il mezzosoprano Diana Haller, capace di un canto scorrevole e, soprattutto, in grado di differenziare sul piano espressivo le arie che configurano le molteplici sfaccettature di Cesare. Efficace anche se non altrettanto versatile Anamarija Knego, una Cleopatra scenicamente grintosa (talvolta la doppiava un’eterea danzatrice), più a suo agio nella dimensione lirica del ruolo che in quella virtuosistica. Nel cast spiccava poi Ivana Srbljan: una Cornelia ideale per adesione al personaggio, che disegna con grande precisione vocale il profilo di donna virtuosa non senza qualche tratto ironico. Il tenore Marko Fortunato ha reso la figura di Sesto con disinvolta convinzione, anche se con qualche sforzo in acuto. D’incredibile bravura atletica Sonja Runje: un Tolomeo acrobata che nel secondo atto canta volteggiando in aria appeso a due teli di seta e, allo stesso tempo, capace di mantenere una perfetta stabilità di suono. In una versione caratterizzata da non troppi tagli, l’unico personaggio ad essere drasticamente ridimensionato è stato Achilla, che muore già nel secondo atto: manca dunque la celebre aria del terzo, anche se l’interprete Dario Bercich aveva evidenziato una vocalità troppo chiara e leggera in rapporto alla scrittura del comandante egiziano. Completavano il cast Slavko Seculić, il romano Curio, dalla profonda voce di basso, mentre Nireno, confidente en travesti di Cleopatra, era Olga Kaminska: biondissima e appariscente, suggeriva bene l’idea di mancata seconda donna dell’opera.

Una lettura con un’impronta registica così forte necessitava di un adeguato sostegno musicale. I complessi dell’Opera di Fiume – coro e orchestra – erano guidati dal finlandese Ville Matvejeff, direttore musicale del Teatro, anche concertatore al cembalo. La dialettica fra musica e spettacolo funzionava benissimo, grazie a un andamento spigliato e scorrevole: gli strumentisti hanno dimostrato non solo di saper stare al gioco, ma si sono ritagliati anche ampi spazi di manovra.