L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Ricarda Merbeth e Peter Seiffert - foto Ramella Giannese

Tristan, dolce e calmo

 di Alberto Ponti

Una lettura in filigrana del capolavoro wagneriano inaugura la stagione del Teatro Regio.

Leggi la recensione a cura di Antonino Trotta del cast della prima (recita del 15/10/2017)

TORINO, 17 ottobre 2017 - Punto culminante e, allo stesso tempo, superamento del Romanticismo, atto di nascita della musica moderna, Tristan und Isolde di Richard Wagner non ha bisogno di presentazioni, nonostante, a ben guardare, siano forse più coloro che, durante una conversazione, lo tengono presente per un colto rimando di quanti ne conoscano effettivamente a fondo la partitura.

L’inaugurazione della stagione 2017/2018 del Teatro Regio di Torino si può definire coraggiosa per la complessità del lavoro abbinata ad un originalissimo allestimento, già andato in scena all’Opernhaus di Zurigo e firmato dal regista Claus Guth. Ad accrescere l’attesa era anche la direzione di Gianandrea Noseda, per la prima volta alle prese con il titolo. Quest’ultima sfida ci è parsa la vera carta vincente giocata tra i velluti della sala di Mollino: il maestro milanese, forte di una meticolosa preparazione (indice di una serietà ormai rara nel frenetico mondo dello star system), ha colpito nel segno con una lettura rispettosa del testo, curata nelle molteplici linee melodiche, negli impasti timbrici e armonici, privilegiando sopra tutto la chiarezza, a costo di suonare volutamente leggera, cameristica in alcuni passaggi, col grande pregio di non prevaricare mai le voci dei cantanti in quattro ore di spettacolo.

A dispetto di interpretazioni di eroismo più calcato, la potenza dell’orchestrazione di Tristan non risiede infatti nell’ampiezza dell’organico (legni divisi a tre, quattro corni, tre trombe, tre tromboni, bassotuba, percussioni, arpa e archi), ben inferiore al Ring, quanto nell’estrema, sbalorditiva sapienza nella scrittura di ogni strumento. Di struggente intensità è stato l’assolo del corno inglese all’inizio del terzo atto, gli oboi e i clarinetti sono apparsi in forma strepitosa, meno gli ottoni con qualche screziatura nella tenuta dei corni, ma abbiamo apprezzato sotto la leggera bacchetta di Noseda, applaudita più di ogni altro protagonista della serata, i Leitmotive e fino i più piccoli nessi tematici, ciascuno collocato nella giusta evidenza, assaporando inaspettate reminiscenze mendelssohniane nell’atto centrale e notturno, rese intriganti dalla comunanza di ambientazione britannica tra la Cornovaglia di Re Marke e le atmosfere brumose della Sinfonia Scozzese.

La scenografia di Christian Schmidt, autore pure dei costumi, è ispirata a una villa borghese di metà Ottocento e gioca col contrasto tra l’opulenta magnificenza del racconto musicale e la sobrietà delle ambientazioni, alimentando la suggestione dell’immedesimazione della tragica storia tra i due amanti con la passione tra Wagner e Mathilde von Wesendonck, musa ispiratrice all’epoca della composizione dell’opera. La stringata eleganza degli interni trova giustificazione in un dramma racchiuso nei moti dell’animo dei personaggi, con l’azione ridotta al minimo al di fuori dei finali dei tre atti, prendendosi tuttavia licenze non trascurabili, evidenti in primis con l’eliminazione dell’elemento marino che largo impatto ha in una partitura il cui inestinguibile cromatismo e cangiare armonico trova il pendant nel moto incessante delle onde, sfondo dell’azione fin dall’aprirsi del sipario. Anche l’utilizzo delle luci da parte di Jürgen Hoffmann sottolinea in modo discreto l’evolversi della trama: l’algido biancore iniziale cede il posto a sfumature più calde e suadenti man mano che cresce la climax sensuale del desiderio per poi tornare a una chirurgica impassibilità, attraversando mille cromie intermedie nel contesto di ambienti che girano incessantemente davanti ai nostri occhi a simboleggiare il continuo alternarsi di trasporto e tormento insito nella vicenda wagneriana.

Claus Guth alterna allo stesso modo, nella sua regia, idee di indovinata efficacia, come il dialogo tra Tristan e Isolde all’inizio della quinta scena del primo atto, con l’esplosione della lacerante tensione tra i due, ancora antagonisti prima di bere il filtro d’amore fatale, ben rappresentata da un vano rincorrersi tra l’incombente vegetazione di un jardin d’hiver, con altri momenti nei quali il palcoscenico si affolla di personaggi non previsti dal libretto, muti e immobili al pari di statue in un museo delle cere. Visioni nel delirio amoroso oppure originalità perseguita a ogni costo? La domanda è legittima, ma l’enigma rimane.

Le voci dei protagonisti sono nel complesso adatte a sostenere il peso e la difficoltà di parti tra le più ardue dell’intera storia dell’opera.

Il tenore tedesco Stefan Vinke è un Tristan credibile e convincente oltre che bravo attore, capace di compensare con un’intonazione sicura la potenza di emissione non sempre elevata richiesta sovente dal ruolo, soprattutto nella scena con Kurwenal in apertura di terzo atto. L’Isolde di Rachel Nicholls, soprano agile nel declamato come nelle frasi di maggior cantabilità, ha una miglior resa fin dall’esordio pur rimanendo penalizzata a tratti da un timbro un po’ ruvido e metallico soprattutto nel registro acuto, destinato infine a stemperarsi nel celebre Liebestod finale.

Ovazioni calorose hanno accolto, al termine, il basso Steven Humes: il suo Re Marke è empatico, intriso di autentica emozione. Buona prestazione per Brangäne (una stentorea e possente Michelle Breeedt, mezzosoprano), Kurwenal (il baritono Martin Gantner) e Melot (interpretato dal tenore boemo Jan Vacík).

Non da meno sono gli interventi di pastore, timoniere e giovane marinaio (nell’ordine Joshua Sanders, Giuseppe Capoferri e Patrick Reiter).

Il trionfo personale di Noseda suggella un’esecuzione di alto sentire terminata, per dirla con Alfredo Casella, "a notte alta" per l’eccessiva lungaggine di due intervalli da tre quarti d’ora l’uno.