L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

cecilia bartoli

Cenere sì, ma di gran lusso

  di Joseph Calanca

La cenerentola di Gioachino Rossini è il primo appuntamento lirico della stagione dell’Opéra de Monte-Carlo. All’interno di quel vero e proprio documento di storia del teatro che è l’allestimento di Jean-Pierre Ponnelle, si muove un cast di altissimo livello dominato dall’Angelina di Cecilia Bartoli.

Monte-Carlo, 4 novembre 2017 - Non c’è che dire: a Monte-Carlo sanno davvero come onorare le ricorrenze. In questo 2017 in cui La cenerentola festeggia due secoli di vita, per ben due volte il melodramma giocoso composto per il Teatro Valle di Roma, è tornato a vivere nei confini del Principato. Lo scorso febbraio in forma di concerto alla Salle de Princes del Grimaldi Forum e ora in forma scenica sulle tavole della Salle Garnier. In entrambe le occasioni i nomi in gioco sono di prima qualità, e il ruolo della protagonista affidato a colei che di Angelina è l’interprete di riferimento da ormai venticinque anni: Cecilia Bartoli.

Era infatti il 1992 (un altro bicentenario: quello della nascita del Cigno di Pesaro) quando al Teatro Comunale di Bologna avveniva il primo incontro tra la cantante romana e la fanciulla “di una dolcezza e di una bontà senza pari” nata dalla penna di Charles Perrault e trasformata in capolavoro musicale da Jacopo Ferretti e Gioachino Rossini. Tanto è il clamore di quelle recite che la DECCA non si lascia sfuggire l’occasione di utilizzare parte della compagnia, orchestra e direttore, per creare l’incisione ormai venerata, da buona parte di critica e pubblico, come un riferimento. Tre anni più tardi lo spettacolo creato da Roberto De Simone per la sala del Bibiena arriva a Houston ed è qui che viene effettuata la videoregistrazione, anch’essa targata DECCA, che siglerà definitivamente il felice matrimonio tra Angelina e Cecilia Bartoli.

Da allora, la carriera della cantante romana ha percorso strade inaspettate e coraggiose, affrontando ruoli talvolta inimmaginabili per la sua vocalità ma riuscendo sempre a trasformare ogni debutto in un trionfo. Quando ormai Norma e la Maria di West Side Story, ma ancor prima Susanna o Amina, lasciavano presagire un viaggio di sola tra le vette del repertorio più schiettamente sopranile, la cantante romana ha spiazzato ogni pronostico con il ritorno al ruolo di Angelina e con l’annuncio del prossimo debutto nell’Italiana in Algeri.

Ma, si sa, le etichette non sono fatte per gli artisti e Cecilia Bartoli, tra gli sfarzosi stucchi dorati della sala monegasca, ce lo ha confermato per l’ennesima volta. Già dalle prime frasi è chiaro che si ha davanti un innegabile fenomeno: l’attrice è formidabile, la musicista superba. Di fronte a un caleidoscopio quasi ipnotico di accenti, a una così esplicita intelligenza musicale non resta che, una volta tanto, mettersi comodi sulla poltrona e godersi lo spettacolo. È un’Angelina tutta nuova quella che ci si presenta, canta cose che abbiamo sentito centinaia di volte ma che ora ci appaiono totalmente nuove. Se la virtuosa è nota a tutti, e nel rondò finale regala uno splendido esercizio di bravura conservata immacolata nonostante i decenni trascorsi, sono le parti più liriche quelle che oggi innalzano “la Bartoli” a vero e proprio monstrum capace di trasformare semplici frasi (sentire “Ah! Sempre fra la cenere / Sempre dovrò restar?” e preparare il fazzoletto) in momenti letteralmente sublimi.

Il resto della compagnia aiuta la protagonista nella costruzione di una serata pressoché perfetta. Edgardo Rocha e Carlos Chausson, già presenti nelle recite dello scorso febbraio, danno rispettivamente vita a un Don Ramiro tanto generoso negli acuti quanto spericolato nelle variazioni e a un Don Magnifico forse talvolta un po’ sopra le righe ma comunque sempre spassosissimo. Se Nicola Alaimo (Dandini) colpisce per gli importanti mezzi vocali e la divertita e divertente adesione al personaggio, non altrettanto si può dire di Vincenzo Nizzardo il cui fraseggio monocorde e la troppo chiara voce baritonale finiscono per relegare nell’ombra l’importante figura di Alidoro. Perfide e spumeggianti, quindi eccellenti, le due sorellastre interpretate da Rebeca Olvera (Clorinda) e Rosa Bove (Tisbe).

La lettura di Gianluca Capuano, alla guida del complesso barocco Les musiciens du Prince di cui la stessa Cecilia Bartoli è direttrice artistica, procede mobile e rapida, concedendo un inedito rilievo alle percussioni, soprattutto negli interventi del coro ottimamente preparato da Stefano Visconti.

Dei membri del coro va inoltre lodata l’ammirevole presenza scenica, dato che lo spettacolo di Jean-Pierre Ponnelle, qui ripreso da Grischa Asagaroff, non concede sconti a chiunque si presenti sul palcoscenico. Nonostante le splendide scenografie (firmate, come i costumi, dal regista francese), tutte in bianco e nero a evocare le illustrazioni di un antico libro di fiabe, è il lavoro svolto sugli attori quello che colpisce di questo allestimento dalla storia lunghissima. È difficile guardare questo raffinato e divertente gioco teatrale senza scorgere già tutti i riferimenti, omaggi e plagi, che torneranno nelle successive messe in scena del capolavoro di Rossini. Un vero e proprio monumento teatrale che, a dispetto dei tanti decenni di vita e delle innumerevoli riprese, mantiene inalterata la magia e regala al caloroso pubblico del Principato una serata letteralmente indimenticabile.

foto Alain Hanel