L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

Gianandrea Noseda

Fiumi e ruscelli a programma

 di Emanuele Dominioni

Gianandrea Noseda e l'orchestra del Teatro Regio di Torino a Milano per il MITO propongono un affascinante viaggio nella visione musicale della natura fra Beethoven, Dvoràk e Smetana.

MILANO, 6 settembre 2017 - Sul concetto di musica a programma furono versati, a partire dal XIX secolo, fiumi di inchiostro laddove, al contrapporsi di due concezioni di musica antitetiche, si assisteva talvolta (come nel caso di Dvoràk) a sperimentali discese nel campo opposto dei relativi sostenitori. Nel quadro di una riscoperta dei valori nazionali e del ritorno alla natura e al suo richiamo in chiave identitaria (Smetana) e pastorale (Beethoven), assistiamo allo sbocciare di alcuni capolavori il cui fascino chiaroscuro sta proprio nel loro gusto, per così dire, retrò.

Se, infatti, la pratica di inserire alcune linee guida programmatiche fu di grande diffusione durante il 600-700, il suo progressivo disperdersi con l'Illuminismo e il diffondersi del concetto di musica pura vide nella Pastorale di Beethoven uno dei primi tentativi di riportare un auge nel contesto viennese un genere di per sè antiquato. Onde non incorrere nell'equivoco descrittivista, sia con Beethoven sia con Smetana (Ma Vlast), è bene ricordare come l'ispirazione al mondo naturale sia sempre e solo agganciata alla sfera emozionale ed evocativa, più che narrativa.

Su questi temi e contenuti prende vita il concerto Fiumi, ruscelli e campagne che ha visto protagonista l'orchestra del Teatro Regio di Torino guidata da Gianandrea Noseda all'interno del festival MITO 2017.

Interessante la scelta di inserire il poema sinfonico Holoubek (La colomba selvatica) di Antonìn Dvoràk, composizione che rappresenta un unicum nella produzione del musicista ceco, legato indissolubilmente all'universo brahmsiano per temi e ispirazione. Noseda accoglie la sfida evocativa di questo brano, la storia di una donna che, in seguito all'omicidio del primo marito, è ossessionata dal rimorso incarnato nel canto di una colomba che turba il nuovo idillio amoroso e la coscienza al punto dal portarla al suicidio. Il tono melanconico della marcia funebre di do minore è mirabilmente sottolineato da Noseda mediante un lento dipanarsi del fraseggio orchestrale cesellato da una miriade di colori. Nondimeno la vitalità dirompente di quei momenti che descrivono la gioia della nuova relazione fa da perfetto contraltare ai toni cupi e lancinanti che accompagnano l'inesorabile disfacimento emotivo della giovane donna.

Con Vltava (La Moldava) di Smetana assistiamo a un'esecuzione mirabile e al limite della perfezione formale. Raramente ci è dato ascoltare una varietà dinamica di siffatta caratura, accompagnata da una scelta di tempi assai rapidi. Il disegno melodico passa di sezione in sezione con una destrezza e precisione mirabolanti senza rinunciare alla cura del fraseggio e alla sottolineatura del moto agogico. Ci ritroviamo improvvisamente alle porte di Praga dopo un incredibile viaggio sonoro in cui la vitalità ritmica delle danze boeme e l'episodio delle rapide di san Giovanni commuovono per la cura nel dettaglio, il coinvolgimento brillante di tutta l'orchestra e l'assoluta comunione di intenti col proprio direttore.

La seconda parte del concerto è dedicata alla sinfonia Pastorale di Beethoven. Forse la più eccentrica fra le nove sublimi fatiche del genio viennese, la Pastorale reinventa la forma sonata ma con una concezione diremmo più ciclica del tempo, in cui episodi musicali e idee tematiche tendono a riproporsi e ritornare da capo a coda, e non solamente proiettate in avanti come invece accade nelle altre sinfonie. Mirabile è il lavoro di concertazione di Noseda che asseconda il tono elegiaco della composizione ponendo grande accento alla rielaborazione tematica mediante la consueta attenzione alla dinamica e all'equilibrio fra le sezioni. Più che isolando timbricamente le stesse, il discorso musicale viene compattato da una scelta di tempi e piuttosto rapida e da una agogica dal gusto invero apollineo. La forma sul contenuto si direbbe, ma mai quanto nella Pastorale i due aspetti tendono a fondersi e la grandiosità beethoveniana e quella spinta verso il futuro sono qui mitigate dal flusso panico che Noseda sembra ricondurre più alla concezione classica, rispetto a quella del romanticismo tedesco. Lo stesso scherzo scorre veloce e a punta di diamante, anche nei momenti di maggiore perorazione orchestrale.

Grande è il successo tributato ai complessi del Teatro Regio dal pubblico che affolla la sala del Teatro Dal Verme, a cui viene concesso un ulteriore regalo con un'esecuzione magistrale della Danza ungherese n°1 di Johannes Brahms.