L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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È sogno o realtà?

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ospita un concerto di Andrés Orozco-Estrada, che torna a Roma con un programma accattivante: il Sogno di una notte di mezza estate op. 61 di Felix Mendelssohn Bartholdy (la sua versione tedesca, anzi: Musik zu Sommernachtstraum von Shakespeare), sublime partitura, squisitamente romantica, e la celebre Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 di Ludwig van Beethoven, che di romantico ha, in nuce, il titanismo ‘faustiano’.

ROMA, 9 novembre 2017 – Andrés Orozco-Estrada è un direttore estroverso e, per molti versi, istrionico. Si concentra molto sulla ricerca dell’effetto, anche del coup de théâtre,in composizioni magari assai celebri, di cui ci si stupisce per una lettura, per così dire, ‘inattesa’. È questo il caso del presente concerto: il Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn e la Quinta di Beethoven non lasciano adito a dubbi. Le due opere sembrano legate, appunto, solo dal fatto di essere due straordinari capolavori. O pensando la Quinta come uno degli incunaboli del romanticismo: certo di un romanticismo diverso da quello del Sogno di Mendelssohn.

L’orchestra è in gran spolvero, al solito. Orozco-Estrada attacca soffuso l’etereo incipit di uno dei capolavori della storia della musica: l’ouverture del Sogno, che Mendelssohn scrisse, enfant prodige, alla tenera età di diciassette anni. Alla prodigiosa entrata degli archi in puntato, con una melodia zampillante come l’acqua, che evoca lo svolazzo degli esseri fatati che ambientano la foresta, Orozco-Estrada risponde in buon tatto, cesellando quel passaggio, sebbene poi, nei rivoli deliziosi dello sviluppo, talvolta rallenti troppo, indugi, s’ingolfi agogicamente un po’ troppo: ma questa è una sua precipua caratteristica. Lo scherzo scorre divertendo il direttore, in primis, oltre che il pubblico. Al Lied scopriamo che, a dispetto di una solida tradizione esecutiva che vedeva impiegati gli originali versi inglesi di Shakespeare, Orozco-Estrada (come fece, anni addietro, fra i primi Ormandy, ma anche poi Kleiber, fra gli altri) fa cantare la traduzione tedesca della celeberrima ninna-nanna di Titania (II, 2: «You spotted snakes with double tongue»). Il primo elfo, Maura Menghini, ha voce solida e sonora, ma forse è a tratti troppo protesa a farcela sentire: quelli che dovrebbero essere, quindi, delle note puntate in leggiero (come ascritto sulla partitura), vengono un po’ troppo marcate: meglio nel resto del suo intervento. L’assieme del «Philomel with melody» riesce, invece, assai più dolce e compiuto, con l’intervento dello straordinario coro femminile, fra i migliori del mondo: rispetto a un’esecuzione vorticosa alla maniera di Kubelik, Orozco-Estrada sceglie, invece, un’agogica più cullante, sensibile qui al dato teatrale della ninna-nanna. Siamo lontani dagli estremi trasognati dell’ultimo Abbado, come pure dalla vividezza di Ozawa e Levine: ma l’esecuzione non spiace. Il secondo elfo, Francesca Calò, è più attenta a una lettura ‘legata’, meno puntata: in ogni caso l’insieme delle due voci riesce bene e le due interpreti portano a casa la serata. Intensa e colorata l’esecuzione dell’Intermezzo. Peccato per l’attacco del corno nel Notturno (ma i corni daranno problemi anche più avanti), che per il resto è curato nella pasta timbrica come pure nei colori intensi di una rugiadosa notte estiva. La celeberrima Marcia Nuziale, che si situa nell’intermezzo del IV atto e serve a evocare le imminenti nozze triple, vede il direttore liberare un’agogica spumeggiante e briosa, consona all’ethos del pezzo: non può che scattare un immediatamente soffocato applauso alla fine del pezzo. Scorre fresca, parodica la Danza dei clown. Il Finale vede ancora Orozco-Estrada allargare in alcuni punti, ma il pezzo è piacevole. Gli applausi suggellano, così, il primo tempo.

Ecco la Quinta di Beethoven. Orozco-Estrada è concentratissimo nel famigerato attacco: le tre note in levare con la lunga in battere. Ancorché lievemente teso, scorre bene e si arriva alle maglie dello sviluppo. L’orchestra è concentratissima: i volumi emergono scultorei, omaggiando degnamente il ‘titanismo’ di Beethoven, che in questa sinfonia si fa sentire. Benché – come ho scritto – uno dei limiti palpabili di Orozco-Estrada è l’attenzione spasmodica all’estetica, sacrificando – direi inevitabilmente – un po’ di logica architettonica, di lettura (anche analitica) di parti più minute della struttura, trovo che la tenuta complessiva della Quinta sia più che buona. In tal senso, l’Andante con moto (II) è intensamente più vissuto: nell’esprimere la tavolozza dei colori, Orozco-Estrada trova una sua congeniale atmosfera. Né, però, va obliato il fatto che ritmicamente procede, a momenti, anche a maglie serrate: la tensione, infatti, sfocia nell’Allegro,che sta al posto del programmatico scherzo, con energia in movimento (che si fa quasi perpetuo nel fugato). Orozco-Estrada rende giustizia alla tinta organica, all’atmosfera emotiva (Hofmann) del pezzo. Il Finale, prorompente, possente, trova una lettura attenta agli sbalzi volumetrici, che determinano inevitabilmente i colori del brano: Orozco-Estrada non ha paura di espandere l’orchestra, di esaltarla, fino al parossismo, voluto da Beethoven in più punti dell’articolato finale. Gli applausi sono generosi. Un concerto che è, appunto, un’esperienza estetica di prim’ordine: il pubblico ha trasvolato dal sogno alla realtà, faustiana, non ignara della tragedia romantica, ma ottimisticamente proiettata in un futuro carico di attese.

foto Musacchio e Ianniello