L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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French connection

 di Alberto Ponti

Non solo il repertorio più noto, ma anche autentiche riscoperte in una serata dedicata al mondo d'oltralpe

TORINO, 30 novembre 2017 - Un bel programma tutto francese, impaginato con grande intelligenza, ha conquistato il numeroso pubblico accorso all'auditorium Rai giovedì 30 novembre e venerdì 1° dicembre per il sesto concerto della stagione, diretto da Juraj Valčuha. L'attesa maggiore era concentrata sulla Fantasia per pianoforte e orchestra (1889) di Claude Debussy (1862-1918), con la partecipazione del solista Roberto Cominati.

La composizione, di peregrino ascolto, evoca fin dal titolo una libertà formale che la allontana, nonostante l'ampiezza delle proporzioni, tanto dal modello dal concerto che da quello meno impegnativo del konzertstück. Rimane una suddivisione in due parti, di struttura chiastica e quantomeno bizzarra negli sviluppi (nella prima, a un lungo Andante ma non troppo introduttivo segue un fulmineo e conciso Allegro giusto, quindi, nella seconda, un breve Lento e molto espressivo sfocia quasi subito nell'articolato Allegro molto conclusivo). I temi, in questo procedere sperimentale, sono già tipicamente debussiani e il pianismo di carezzevole delicatezza di Cominati ha gioco facile nel ricreare le atmosfere fuggevoli, di idee appena abbozzate ma tosto destinate a svanire in cascate di liquidi arpeggi, in un gioco di integrazione vicendevole con la massa orchestrale che si spinge oltre il mero conflitto tra le forze in campo. Emergono squisitezze cesellate con mano sicura, prontamente riprese dalla bacchetta di Valčuha, abile nel lasciare spazio alle voci quando la partitura lo richiede. Il dialogo tra arpa e pianoforte verso la fine dell'Andante lascia stupefatti per precisione ed incanto timbrico, sublimando con l'evidenza di una rivelazione la musicalità innata, la cantabilità morbida ma senza cedimenti, all'occorrenza spiegata, di un pianista in grado di fondere in una sola arcata il lirismo più intimo con il virtuosismo tecnico spesso trascendentale di cui è intrisa la Fantasia. Dopo i fuochi d'artificio degli ultimi accordi, ancora Debussy (il celeberrimo Clair de lune dalla Suite bergamasque) e un Händel non scontato ripensato alla tastiera (Lascia ch'io pianga) ribadiscono, tra gli applausi scroscianti, la versatilità di un musicista profondo e originale.

Di buon livello è stata la lettura di Iberia, seconda serie delle Images per sola orchestra (1910) eseguita in apertura di serata, in cui l'universo debussiano raggiunge vertici di raffinatezza attraverso una scrittura di enorme difficoltà per tutti gli interpreti, resa ancora più scoperta dai numerosi passaggi di sapore quasi cameristico che chiamano allo scoperto le prime parti. Qualche sfocatura nei fiati nell'iniziale Par le rues et les chemins, è ampiamente ricompensata dalle altre due parti, con il passaggio dalla stupefatta sensualità de Les parfums de la nuit alla crescente energia nel Matin d'un jour de fête, vibrante di autentica emozione trasmessa dalla vitalità contagiosa proveniente dal podio.

Di rara apparizione in concerto (mancante alla Rai dal lontano 1985) anche la suite op. 80 tratta dalle musiche di scena per Pelléas et Mèlisande (1898, altro fil rouge con Debussy), composta dal grande e, al di fuori della Francia, troppo spesso sottovalutato Gabriel Fauré (1845-1924), autore dal linguaggio sempre innovativo e geniale, non inferiore a nessuno dei suoi contemporanei. Articolata in quattro episodi di essenziale efficacia drammatica ottenuta mediante un tessuto sinfonico miracolosamente equilibrato, impreziosito da melodie di suprema bellezza, questa versione di Pélleas è un modello difficilmente superabile per la capacità di ottenere i massimi risultati espressivi valorizzando ogni singola nota, ogni singola pausa dell'edificio musicale. Valčuha colpisce l'uditorio mantenendo una tensione palpabile nella Mort de Mèlisande, Molto adagio affacciato alle soglie del silenzio, prima di scatenare l'entusiasmo generale con i ballabili dal Faust di Charles Gounod (1818-1893). Numeri eleganti nelle movenze e sapidi nella strumentazione, furono aggiunti dall'autore nel 1869, dieci anni dopo la prima dell'opera, per rispettare appieno i canoni del grand opèra. Tra tempi di valzer e abbandoni sentimentali prende vita, all'insegna del puro edonismo sonoro, un mondo assai distante dagli interrogativi filosofici dell'archetipo goethiano. Ma Gounod è Gounod e, sotto sotto, anche Verdi cercò, con alterna fortuna, di comporre per le sue rappresentazioni parigine musica di balletto di eguale maestria: tutto superfluo, tutto immortale. 


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