L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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De' corsari il fulmine

 di Antonino Trotta

 

Il corsaro di Giuseppe Verdi chiude la splendida stagione lirica del Teatro Municipale di Piacenza. Nella cornice di un allestimento dal fascino intramontabile, l’ottima compagnia vocale guidata da Matteo Beltrami porta a casa l’ultimo goal di un campionato ricco di soddisfazioni.

Piacenza, 06 Maggio 2018 – Titolo infelice quello del Corsaro, nato e morto nel giro di pochi anni tra le glaciali critiche e l’insoddisfazione di Verdi stesso per questo lavoro composto forse un po’ frettolosamente tra I masnadieri e Jérusalem. Titolo che chiude la stagione lirica 2017/2018 del Teatro Municipale di Piacenza.

L’allestimento di Lamberto Puggelli ripreso da Grazia Pulvirenti Puggelli, ben noto ai frequentatori dei teatri Emiliani, si riallaccia esattamente ai canoni marinareschi di un romanzo di Melville e risolve l’intrico scenico in un unico appassionante affresco che via via si svuota fino a perdersi, nella scena finale, nell’immensità del mare. L’intera azione è dislocata sulla tolda di una nave tra sartie, pulegge, alberi, vele e velame vario che, oltre ad arricchire l’impianto scenografico, circoscrivono gli spazi e l’azione nel susseguirsi dei vari quadri. L’attenzione al dettaglio teatrale è quasi maniacale: i mimi e i protagonisti incrociano le spade e si lanciano in un’accattivante battaglia (preparati dal maestro d’armi Renzo Mesumeci Greco). Curatissimi i costumi di Vera Marzot che rafforzano l’aura romanzesca che avvolge le scene.

Non soccombe alle insidie di valzer e cabalette l’animosa concertazione di Matteo Beltrami, alla guida dell’impeccabile Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna, che si avvale di tempi serrati nelle strette dove le sonorità si fanno leggere e guizzanti, di attenzione all’equilibrio buca-palcoscenico, di cromìe timbriche pronunciate e vivide. L’istrionica bacchetta di Beltrami segue con attenzione lo sviluppo drammaturgico di quest’opera dalla trama così sbrigativa e sostiene i cantanti dei quale si fa, oltre che direttore, anche muto suggeritore allineando attacchi e ripassando il testo. Il direttore genovese è abile nel cogliere e nell’enfatizzare le finezze di cui la partitura non è prodiga: il tempestoso preludio, alcune torniture degli ottoni, l’oboe sul finale, l’inquieto tremolo degli archi tra il recitativo e l’aria iniziale di Medora che suggerisce l’immagine di una tempesta che si acquieta. Unico neo dell’interessante lettura è l’insistenza dell’arpa nell’aria di Medora che progredisce inesorabile nel ritmo ternario senza lasciare spazio a inflessioni più romantiche.

L’animus pugnandi dell’impavido corsaro infiamma il Corrado di Iván Ayón Rivas. La tenuità di Fenton nel Falstaff torinese ha allora eclissato una baldanza nel canto e nella gestualità che in questo ruolo prorompe inarrestabile dall’ingresso in scena e si estingue solo nell’atrabiliare finale. Nell’entusiasmante modellazione dell’eroe byroniano si loda innanzitutto l’aderenza del canto all’azione riflessa nella scelta di variegati accentazioni, ora ardimentose ora velate da tetra malinconia, e nelle chiaroscurali sfumature della linea vocale. Il giovane tenore peruviano svetta in acuto con notevole disinvoltura palesando un avvincente temperamento già nella poche battute di sortita e poi nell’escandescente cabaletta «Sì: de’ corsari il fulmine». Il tutto impreziosito dall’opulenza di armonici e da una voce luminosa, squillante, brunita nel colore. Avvalora la credibilità del personaggio una dedizione scenica di grande generosità. Simpatiche le sue prodezze da stuntman: nella scontro con i Turchi Ayón Rivas salta, capitombola a prua e a poppa, affonda violente stoccate, si dimena energicamente quando è agguantato dai nemici. È rara tanta partecipazione.

A Serena Gamberoni spetta l’onere di confrontarsi con l’unico ruolo – tra l’altro il meno esteso dei quattro – sopravvissuto all’oblio che per anni ha attanagliato quest’opera e ne ha cagionato la latitanza dai cartelloni. Sedimentata nella memoria del pubblico più o meno grande attraverso le magistrali interpretazioni di Montserrat Caballé e ancor più di Katia Ricciarelli, il cui nome serpeggiava tra i commenti del pubblico durante l’intervallo, l’aria di Medora, tra le pagine più elegiache dell’intera produzione verdiana, è un temibile banco di prova che richiede straordinaria morbidezza nell’emissione ed estrema facilità nelle filature. Sulla scena Serena Gamberoni affronta il personaggio con classe e compostezza, tratteggiando una Medora aristocratica nella penombra della morente mestizia che patina il personaggio già dall'inizio. Impressione che trova conferma anche sul piano musicale. La voce è timbrata, omogenea, ben appoggiata e sicura nelle puntature del duetto e dell’ultimo atto. Nella suddetta aria di cavata si fa apprezzare per la delicatezza nel porgere le frasi e per l’eleganza del legato ma vengono meno le seducenti smorzature che caratterizzano «Non so le tetre immagini». Al di là di quest’osservazione, che pur paga il dazio all’inevitabile confronto con le incisioni famose, della Gamberoni va’ oltremodo lodata la commovente espressività nella scena finale dove si spegne questa sensuale sirena che vive e muore nella concitazione amorosa.

Roberta Mantegna è un’eccezionale fraseggiatrice e dà dimostrazione di spigliate doti belcantiste nella donizettiana cabaletta di Gulnara «Ah conforto è sol la speme»: timbro molto particolare, rotondo, acuti limpidi e sicuri, trilli e picchiettati di abbellimento perfettamente sgranati, fluida in salita e in discesa. Si avverte qualche incrinatura nella chiusura di alcune frasi della cavatina, ma nel corso dell’opera il giovane soprano palermitano riassesta l’intero assetto vocale e si mostra sempre precisa e a fuoco. Partenza in sordina per Simone Piazzola nei panni di Seid, a cui vanno imputati principalmente una scarsa incisività nel fraseggio (in particolar modo nell’inno ad Allah) e un generale affaticamento che si evidenzia nella stretta del secondo atto e nella cabaletta «S'avvicina il tuo momento». Il personaggio che ne consegue è quindi privo di nuance. Sono comunque a lui rivolti gli applausi a scena aperta più calorosi della serata, dopo il solido acuto che chiude l’aria al terzo atto. Valido l’intervento del Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati e il contributo dei comprimari: Matteo Mezzaro (Selimo), Cristian Saitta (Giovanni) e Raffaele Feo (Un Enuco/Uno Schiavo).

Tra gli applausi del pubblico volge al termine la splendida stagione lirica. Doverosi i complimenti al direttore artistico Cristina Ferrari per aver provato che al Teatro Comunale di Piacenza “provinciale” è aggettivo geografico e non qualitativo. In bocca al lupo per la prossima stagione!

foto Mirella Verile


 

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