L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L'abbraccio di Didone

 di Roberta Pedrotti

 

La diciannovesima edizione del Festival Duni di Matera si chiude con la riscoperta delle prime arie note scritte per il teatro dal compositore lucano nel 1732, occasione per uno spettacolo ricco di valori simbolici.

MATERA, 31 ottobre 2018 - Oggi tutti puntano lo sguardo su Matera, capitale europea della cultura per il 2019, centro di crescente attrattiva turistica, fulcro di iniziative e manifestazioni, quasi sede distaccata di Radio3 Rai con le giornate di MateRadio. Tutto a dispetto oggettive difficoltà infrastrutturali, collegamenti ferroviari con Bari che il sito di Trenitalia stima in una media di dieci ore per un tragitto che in auto si copre in cinquanta minuti che potrebbero contrarsi di parecchio se i lavori per la strada statale giungessero finalmente a compimento.

Diciannove anni fa, invece, pochi consideravano Matera una meta irrinunciabile. Pasolini ne aveva fatto lo scenario, poetico e non commerciale, per le sue aspre terre evangeliche, Mel Gibson non aveva ancora portato alla ribalta hollywoodiana i Sassi con il suo Golgota grand guignol. Eppure diciannove anni fa già nasceva, promosso con caparbia lungimiranza da Saverio Vizziello, il Festival Duni, intitolato a Egidio Romualdo, nato nel capoluogo lucano nel 1708, trasferitosi studente a Napoli e poi a Roma, dove debuttò come operista nel 1735 per poi trasferirsi a Parigi, dove si spegnerà nel 1775, e diventare un beniamino degli enciclopedisti per il suo apporto allo sviluppo dell'opéra comique.

Non si tratta di un festival monografico, bensì di una manifestazione ad ampio raggio, che non ha disdegnato negli anni l'esplorazione di generi diversi e presenta quest'anno un prezioso florilegio, prevalentemente secentesco, con nomi di prestigio, a partire dall'inaugurazione con Antonio Florio. Infine, a coronare il cartellone, Vizziello e il direttore artistico Dinko Fabris hanno accolto con entusiasmo ed emozione una di quelle opportunità in cui, quasi per miracolo, caparbietà e fortuna vanno a braccetto premiate da sorprese inattese. Poco o nulla, infatti, si sa dei primi trent'anni di vita di Duni e soprattutto del periodo che intercorre fra il compimento degli studi e le sue prime opere note, l'Adriano in Siria e il Nerone al Tordinona nel 1735. Da una ventina d'anni si era assodato che già nel 1732 il compositore materano aveva curato una rielaborazione con arie proprie e altrui della Didone abbandonata di Porpora su libretto di Metastasio, ma la partitura si credeva irrimediabilmente perduta, finché Mimì Coviello, laureanda del conservatorio lucano, preparando la sua tesi sulle opere ispirate alla regina di Cartagine non si è imbattuta, negli archivi del Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, in una raccolta di arie attribuibili al pasticcio allestito da Duni. Si tratta di sei brani, due di Porpora, uno di Carlo Broschi Farinelli, uno di Michele Fini e soprattutto due che costituiscono le prime composizioni note, e finora inedite, dello stesso Duni.

Torna così alla luce musica sepolta da quasi tre secoli, riemerge un tratto pressoché sconosciuto del genius loci: per farla risuonare nella terra natale dell'autore potevano essere vagliate diverse possibilità, dal puro e semplice concerto incentrato sulle sei arie della raccolta romana, a un'ipotetica ricostruzione dell'intero dramma per musica con l'inserimento dei brani riscoperti con altri prevalentemente di Porpora. La via scelta, dall'intuizione di Coviello e della sua relatrice Antonella Rondinone in veste di regista, è, invece, una reinvenzione del concetto stesso di pasticcio, che da opera che assembla brani di diversi autori, passa a un dialogo ambizioso con la contemporaneità che comprende anche recitazione, danza (con l'intervento di Rossella Iacovone), proiezioni e istallazioni sonore. Il nucleo resta quello musicale del XVIII secolo, con le arie ritrovate integrate da altre coeve da intonazioni dello stesso libretto metastasiano di Vinci (da cui si ricava anche il monologo finale di Didone), Porpora e Latilla, con un duetto e un coro ulteriori di Duni dal Giuseppe riconosciuto. Didone, appropriatasi pure di alcune pagine destinate al personaggio – parimenti nobile e sfortunato in amore – di Araspe, dialoga con la sorella Selene – innamorata anch'ella senza speranza di Enea – dipanando tutti gli affetti amorosi del dubbio, della fedeltà, del tradimento e del dolore, finché non irrompe lo stesso principe troiano con due arie di carattere agitato e marziale - “Non voglio, non sento” di Michele Fini e “Già si desta la tempesta” di Porpora, ma ancora per Araspe – a segnare il contrasto fra la crudeltà degli eventi e le istanze del sentimento, decretando il precipitare della tragedia. Antonio Giovannini, contraltista, le canta benissimo, con consapevolezza musicale e fiero accento. Del pari ben rifinita e squisita per finezza stilistica, prontezza tecnica, chiara dizione la Selene di Valeria La Grotta. Mimì Coviello, entusiasta dea ex machina dell'operazione, si ritaglia la parte di Didone, affrontando con ardimento e convinzione pagine d'improba difficoltà retorica e virtuosistica, piegandosi inoltre con intensità alle esigenze di recitazione e canto contemporaneo di Prologo ed Epilogo.

La bellezza delle pagine riscoperte di Duni, “Veggio la sponda” per Selene e “Vorrei disciogliere” per Araspe/Didone, conferma la solida maturità del compositore materano, la consapevolezza di uno stile personale che ben si integra in una koiné in cui è tuttavia facile riconoscere elementi caratteristici, come intervalli e figure ricorrenti che movimentano la scrittura di Carlo Broschi, evidentemente modellata sulla propria vocalità; l'abbellimento integrato nella parola di Porpora; il pathos melodico non privo d'ardimento di Vinci o, ancora, la sintesi di languore drammatico di Latilla. Duni, fra tanto senno, impone la chiarezza dell'invenzione melodica, adeguatamente colorita nell'espressione da strumenti armonici e virtuosistici ben forgiati alla scuola napoletana.

Intorno a questo nucleo settecentesco, cui partecipano anche l'orchestra di strumenti antichi e il coro Cappella di Santa Teresa dei Maschi diretti da Sabino Manzo, si diramano propaggini contemporanee che coinvolgono le risorse del il territorio e la vita stessa della comunità. Fra un prologo, il concerto drammatizzato e un epilogo ci muoviamo negli spazi del MusMa, il museo di scultura contemporanea che integra mirabilmente, con allestimenti suggestivi amplificati da un abile gioco di luci, l'arte di oggi con le pietre antiche di cunicoli, scale, sale e corridoi. Qui ascoltiamo il lavoro del gruppo MaterElettrica, sorto in seno al Conservatorio, su elaborazioni sonore e composizioni originali di Antonio Colangelo e Fabrizio Festa, dall'anima talora ammiccante, talaltra veramente suggestiva per echi etnici, arcani e futuristici che aureolano il mito antichissimo del Mediterraneo come luogo di viaggi e incontri. Didone, regina di Tiro, fugge sulle coste dell'attuale Tunisia, dove fonda Cartagine e accoglie altri profughi, Enea e i suoi compagni, dalla Troade, dalla Turchia. Ma questi nuovi fuggiaschi proseguiranno il loro cammino verso l'Italia, e contribuiranno fondare una grande civiltà. Oggi a recitare le passioni di Didone, come narratrice nel Prologo, c'è una giovane donna eritrea, Ariam Krayh, che non sarà magari una somma dicitrice, ma poco importa perché porta con sé il valore simbolico del suo ruolo di stimata operatrice culturale attiva da anni nella comunità materana. E, difatti, non è tanto la perfezione dei risultati a contare, ma il concetto di uno spettacolo che si è sviluppato e accresciuto in progress: due arie riscoperte danno concretezza alle radici della carriera di un compositore che da Matera diverrà un punto di riferimento nel Settecento parigino, da queste due arie si dirama una rete di stimoli e collegamenti che valorizzano luoghi, istituzioni, persone del territorio in un felice spirito di apertura, inclusione, comunicazione.

Forse la maledizione di Didone, che giura inimicizia fra la sua stirpe e quella di Enea, potrebbe risolversi finalmente in un abbraccio sul Mediterraneo?


 

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