L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Classicismo viennese

 di Stefano Ceccarelli

All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia torna Manfred Honeck che dirige un variegato e magnifico programma basato sulla quintessenza della prima scuola viennese: l’Exsultate, jubilate di W. A. Mozart, il Terzo concerto di L. van Beethoven (al pianoforte P. Lewis) e la Missa “in tempore belli” di F. J. Haydn. Il successo arride agli interpreti.

ROMA, 15 dicembre 2018 –Manfred Honeck, ospite oramai fisso dei concerti romani in Accademia, torna a dirigere sul podio della sala Santa Cecilia, con un programma tutto concentrato sulle tre corone viennesi dell’epoca classica: Mozart, Beethoven e Haydn (citati, naturalmente, nell’ordine in cui le loro opere sono apparse nel corso della serata). Ad aprire il programma è il celebre Exsultate, jubilate (Mottetto per soprano e orchestra K 165) di Wolfgang Amadeus Mozart. Honeck imposta sùbito un’agogica sostenuta, tara al giusto volume l’orchestra per sorreggere l’angelica voce di Regula Mühlemann (definita, improvvidamente, LA soprano nel programma di sala, secondo un cattivo uso linguistico invalso recentemente e sempre più diffuso), che a un timbro, appunto, etereo coniuga una voce non molto potente ma luminosa, aggraziata, che sa fraseggiare con certo piacere. L’intesa fra i due è perfetta: Honeck le permette di svolgere al meglio le fioriture (che la svizzera porge con sgranatura smagliante), di posare la calda voce sulla luminosa melodia, fino alle gioiose variazioni dell’«Alleluja», che la Mühlemann doma con ottimo controllo tecnico.

Il tempo tecnico di portare il pianoforte in posizione e si inizia con la seconda parte del primo tempo: il Concerto per pianoforte n. 3 di Ludwig van Beethoven. Alla tastiera siede Paul Lewis. Il pianista, che si può definire un esperto del repertorio beethoveniano, ha nella naturalezza dell’espressione sonora la sua cifra più peculiare: non tanto, quindi, un’ossessiva perfezione sonora, quanto una calda musicalità, a tratti intimistica, che rendono l’esecuzione certamente pregevole a livello tecnico, ma anche particolarmente ‘calda’ nella lettura dei temi principali dei singoli movimenti. Honeck regge un’agogica energica, centrata, pulita e l’orchestra dona un suono fantastico. Nel I movimento, Lewis coglie l’essenza intimamente gioiosa del tema principale; nella cadenza, oltre al ricco virtuosismo, Lewis si distingue per l’intimità nella ripetizione del cantabile tema e per l’intensità della serie di trilli. Il II movimento è letto da Lewis con commovente dolcezza e Honeck fa cantare di fatata intensità l’orchestra sottostante. Il rondò finale (III movimento) sprigiona tutta l’energia di cui Beethoven è capace e Lewis si fa trovare ben preparato, con un pianismo centrato ed energico, al pari della direzione di Honeck.

Il secondo tempo è interamente dedicato alla stupenda Missa “in tempore belli” di Franz Joseph Haydn. Protagonista indiscusso ne è l’eccelso coro dell’Accademia di Santa Cecilia, che dà qui prova di duttilità, potenza, colore e precisione. La direzione di Honeck è, ove serve, morbida o statuaria, perfetta per una complessa architettura sacra. A differenza, per esempio, della scrittura sacra rossiniana, dove le singole voci la fanno da padrone, nella concezione sonora sacra di Haydn i solisti intervengono per dare l’abbrivio al pezzo, ma le loro frasi sono brevi, concise e, in particolare, preludono all’intervento corale, che è sempre il fulcro del pezzo. In ogni caso, si sono potute apprezzare le splendide voci dei solisti coinvolti: ancora la Mühlemann che apre ancor di più il volume della voce (come s’è ascoltato nel Kyrie); Marianna Pizzolato, che nel ruolo contraltile canta con la consueta morbidezza e brunitura dei colori centrali della voce; Kenneth Tarver, che si lascia apprezzare per lo squillo e la morbidezza timbrica; e Tereq Nazmi, che al nobile fraseggiare coniuga una notevole potenza. Ma il vero protagonista del pezzo – come ho detto – è il coro, capace di ogni sfumatura del canto. Si pensi all’adagio del Sanctus, dove il canto si stringe quasi a fil di voce, o all’effluvio di gioia del Gloria, dove invece le voci si dispiegano a esaltare la potenza divina. La precisione del coro è perfettamente visibile, inoltre, nel canone che apre il Credo. Insomma, il coro è in splendida forma e Honeck dirige magnificamente, esaltando gli elementi peculiari dell’intera messa, come gli insoliti elementi sonori militareschi che compaiono, copiosi, nel finale Agnus Dei e che donano tale nome singolare al pezzo sacro. Gli applausi sono fragorosi e ripagano lo sforzo di portare in scena, per la prima volta in Accademia, questo capolavoro di Haydn.


 

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