L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Tra sogno e belcanto

 di Alberto Ponti

Ritorna al Teatro Regio dopo oltre due decenni l’opera semiseria di Bellini con una compagnia vocale che valorizza, sotto l’attenta bacchetta di Renato Balsadonna, il lirismo drammatico dei ruoli principali

TORINO, 10 aprile 2019 - «Il Melodramma italiano è un’opera d’arte tutta speciale, costruita sul ciglio d’un abisso di ridicolo, ci si sostiene a forza di genio». In quell’acuto e incendiario libricino che è Il paese del Melodramma di Renato Barilli ci si imbatte in pensieri illuminanti e provocatori come questo, nati dall’animo appassionato di uno tra i massimi difensori della musica italiana dell’Ottocento. La sonnambula di Vincenzo Bellini pare fatta apposta per confermare tale tesi, per via di un libretto tra i più strampalati di Felice Romani, che pure va annoverato tra gli autori di maggior esperienza e versatilità nel genere. Se tuttavia per il pubblico milanese del 1831, in cui nonostante la vicinanza geografica non erano certo molti gli habitué delle Alpi svizzere, alcune uscite potevano sortire l’effetto di bizzarre stravaganze giustificate dall’ambientazione ‘esotica’ della vicenda, agli occhi di oggi esse appaiono piuttosto la causa di un’irresistibile comicità involontaria. Basti pensare agli accenti tra l’orripilante e il demoniaco con cui il coro di contadini descrive il presunto fantasma che si rivelerà essere in realtà l’incolpevole protagonista, col suo disturbo del sonno che dà il titolo all’opera. Oppure ad Elvino quando, accecato dalla presunta infedeltà della stessa Amina e deciso quindi a voler convolare a nozze con Lisa, scopre, grazie al colpo di scena del fazzoletto, il quasi flirt di questa col conte Rodolfo e diventa un uomo distrutto. Il testo di Romani affronta il dramma con un patetismo assai spinto che si fa subito da particolare a universale ("Lisa mendace anch’essa!/Rea dell’istesso errore!/Spento è nel mondo amore,/più fe’, più onor non v’ha") ma che suona particolarmente spassoso quando ancora pochissimo prima Lisa in persona si professava al di sopra di ogni sospetto ("…in non fui colta/sola mai, di notte in volta;/né trovata io fui rinchiusa/nella stanza del signore"), sia pur con ambiguo riferimento al non esser stata sorpresa in atteggiamento disonorevole piuttosto che al non aver mai commesso il fatto.

La musica del ‘cigno di Catania’, che in Sonnambula sa mantenersi da capo a fondo su livelli vertiginosi di ispirazione nobilitando anche le inevitabili convenzioni del testo poetico, si innerva in modo miracoloso, come già notò Gioacchino Lanza Tomasi, attraverso una partitura sospesa sul vuoto, disegnata in un rapporto fra vocalità, armonia, timbro che più esile non potrebbe darsi.

I motivi di attesa della ripresa torinese erano dunque molteplici: se da un lato, l’allestimento registico di Mauro Avogadro è quello già collaudato che vide la luce per la prima volta nell’ormai lontano 1998 (da tanto mancava al Regio il titolo di Bellini), sul versante delle voci si è registrato il debutto nel ruolo principale di Ekaterina Sadovnikova, al fianco di un cast ben assortito e di notevole esperienza nel repertorio belcantistico.

La scenografia curata da Giacomo Andrico vive di pochi tocchi semplici ma suggestivi: il villaggio alpino è rappresentato da una scala in primo piano a condurre dietro le quinte con l’ossatura di un edificio che divide in due il palco consentendo il libero movimento delle comparse e del coro, la camera del conte si riduce a un letto al centro di un’enorme finestratura a due livelli spalancata sul pendio che vedrà l’apparizione notturna di Amina, il bosco è evocato da pochi alberi spogli. Ogni intento decorativo è affidato ai costumi di Giovanna Buzzi dall’impostazione ottocentesca, di eleganza sobria, variopinti senza ostentazione. L’intero apparato rimanda, con discrezione priva dell’invasione di campo di contenuti extramusicali, a un’azione di portata universale, che potrebbe svolgersi in fondo in qualsiasi tempo e paese.

La protagonista impersonata dalla Sadovnikova ha il suo punto di forza in una voce di soprano non possente (parzialmente adombrata dal tenore nel celebre duetto del primo atto "Prendi: l’anel ti dono"), dall’intonazione delicata, morbida nella tessitura media, con qualche sporadico disagio, contenuto da un’ottima tecnica, nelle puntate del registro più acuto. Il manifesto della vocalità belliniana "Ah! Non credea mirarti" risuona avvolgente, ben dosato nel timbro, iridescente nel fraseggio, agitato da un intimo turbamento in cui viene a galla con angosciosa efficacia la disperata solitudine di Amina.

L’Elvino di Antonino Siragusa si caratterizza per un taglio più ruvido, talvolta tendente all’uniformità nell’espressione, ma forte di un’innata drammaticità che emerge grazie a uno stile del canto sicuro e ben controllato nell’emissione, come nel seducente effetto tenorile di un’intensità scolpita a tutto tondo, premiato da applausi a scena aperta, ottenuto nella cabaletta "Ah! Perché non posso odiarti".

Nicola Ulivieri è un basso perfetto per la figura di Rodolfo ed entra in sintonia col pubblico sin dalla cavatina "Vi ravviso, o luoghi ameni’". Attore versatile, sfoggia un temperamento vocale ricco di passione e sentimento, di singolare pienezza in ogni registro.

Il ruolo dell’altro soprano, Lisa, ricoperto da Daniela Cappiello, si distingue per la finezza e la facilità con cui vengono affrontate le effusioni di maggior virtuosismo, per merito di un’intonazione in grado di serbarsi piena ed energica per buona parte dell’opera, prima di avere il suo momento di gloria nell'aria del secondo atto "De’ lieti auguri".

Di buon impatto espressivo sono gli altri comprimari, dalla Teresa del mezzosoprano Nicole Brandolino al notaio di Alejandro Escobar (tenore), passando per il saporoso Alessio impersonato dal baritono Gabriele Ribis.

Sul podio, Renato Balsadonna si avvicina all’opera con grande attenzione e cura, ben consapevole di quanto sia insidioso concertare una partitura dal punto di vista strumentale tra le più parche di tutta la storia. Esemplare è la conclusione del duetto tra Elvino e Amina ‘Son geloso del zefiro errante’ dove i due solisti ricamano sublimi melismi con l’orchestra muta e il maestro veneziano abbandona la bacchetta per ricamare a mani nude la lievissima trina delle voci innamorate. Certo, in taluni passaggi di insieme si potrebbe osare un piglio di superiore croccantezza o spavalderia ma infine si ammira la precisa coordinazione degli attacchi (il corno solista nell’introduzione del secondo atto sviluppa un’aura di calda poesia), il giusto controllo delle dinamiche, condotto con gusto e raffinatezza, sia nei momenti di tenue lirismo sia nelle scene concitate e nei finali d’atto, con la massa corale, di così grande importanza ne La sonnambula (basti ricordare brani, non certo ornamentali ma di essenziale impatto drammatico, come ‘A fosco cielo, a notte bruna’ oppure ‘Qui la selva è più folta ed ombrosa’) che può fregiarsi del sempre notevole complesso del Teatro Regio diretto da Andrea Secchi.

Una platea, non gremita per il concomitante match in cui era impegnata la Juventus la sera della prima, tributa il giusto riconoscimento agli interpreti di un lavoro tra i più caratteristici del suo autore, che Alberto Bosco, nel suo breve saggio allegato al libretto distribuito in sala, paragona, consapevole di giocare in modo un po’ astratto con la storia della musica, al quasi coetaneo Franz Schubert per l’arte di sostenere il canto con melodie ipnotiche e infinite. Il rammarico per i posteri fu di aver perso troppo presto due artisti geniali il cui viaggio avrebbe raggiunto mete sconosciute. Per dirla ancora con Lanza Tomasi, la morte precoce di Vincenzo Bellini alimenta il rimpianto non solo «per il venir meno di un grande operista, ma perché la storia del melodramma italiano sarebbe stata certamente diversa, il genere più saldo, la sua reputazione migliore».

foto Edoardo Piva