L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il gioco delle coppie

  di Sergio Albertini Mancuso

Alti e bassi nel cast, prevalentemente giovane, delle farse di Rossini e Donizetti proposte a Cagliari in un allestimento che calca dichiaratamente la mano sugli ammiccamenti sessuali e le immagini pop.

CAGLIARI, 3 maggio 2019 - Forse mancano da troppo tempo, nelle stagioni delle fondazioni liriche, le farse. Relegate nei piccoli teatri di pochi mezzi, nei festival, nei saggi finali di qualche istituzione, come esito scenico di laboratori, o di qualche concorso di canto. Spesso, a teatro, manca il sorriso. In questi tempi cupi, ce n'è bisogno. E bene ha fatto il Lirico di Cagliari, tra un recupero prezioso di un'opera di Gomes e tanto solido repertorio tra Don Giovanni e Tosca, a riproporre in dittico La cambiale di matrimonio di Rossini e Il campanello di Donizetti. Tema comune, e sottile filo rosso che le lega, il farsi e disfarsi del gioco delle coppie prima, durante e dopo le nozze. Vere, desiderate, non consumate.

Un dittico di chiara ambientazione borghese che la doppia regia di Francesco Calcagnini e Davide Riboli ha ampiamente rispettato, non senza qualche perplessità. Farsa comica in un solo atto, La cambiale di matrimonio venne musicata da un Rossini appena diciottene per il Teatro San Moisè di Venezia il 3 novembre 1810. La sala nella casa di Tobia Mill, ricco mercante inglese (come da indicazione del libretto), è stata trasformata in una sorta di motosalone con esposte moto d'epoca provenienti dal Museo Storico Benelli. Il rosso fiammeggiante e il lucore delle cromature resta poco intellegibile al pubblico cagliaritano se non lo si avverte, in qualche modo, che si tratta di una coproduzione con il Conservatorio Statale di Musica G.Rossini di Pesaro, l'Accademia di Belle Arti di Urbino, AMAT andata già in scena nell'ambito del progetto Festival Giovane a marzo 2019 al Teatro Rossini di Pesaro nel cartellone della settimana del Non compleanno di Rossini. La Benelli, per l'appunto (sebbene oggi di proprietà italo-cinese) ha sede a Pesaro, così come a Pesaro è quel Villino Ruggeri che ad un tratto appare nelle numerose proiezioni che costellano lo spettacolo. Pesarese quindi in maniera subliminale, e godibile (altro che percepibile perfettamente in molti risvolti) più dal pubblico pesarese che d'altre città.

Lo spettacolo, comunque, nato essenzialmente per un pubblico giovane (o giovanile) - anche a Cagliari (ed è grande merito) si rivolge, per nove delle diciotto recite in programma, ai turni 'Famiglie/Ragazzi all'opera' – è brioso, accattivante, direi quasi 'pop', grazie soprattutto all'ideazione, progettazione, agli elementi scenici, video e costumi curati dall'Accademia di Belle Arti di Urbino (anche se, tra le righe della locandina, si leggono che i costumi sono anche di proprietà del Teatro Massimo di Palermo. E allora ?). Infatti, dietro una scena fissa, come si diceva, occupata dalla mostra delle moto d'epoca, uno schermo sciorina con grande efficacia immagini, rimandi, frammenti dei testi cantanti (sottolineando ora certe parole chiave, ora l'intreccio verbale di più voci), in una versione che ammicca a culture giovanili rock, grazie alla spigliata presenza di un cast giovane. Che è pregio e limite assieme. Su tutti, in una posizione di inarrivabile presenza scenica e vocale, il Tobia Mill di Vincenzo Taormina; caratura artistica che lo pone nel solco della grande tradizione del buffo cantante, da Dara e Praticò sino a Bordogna. Più deboli gli altri, a partire dallo Slook di Pier Luigi Dilengite; se il timbro è piacevole e la voce ben proiettata, quel che gli fa difetto è un eterno spingere il suono, forzarlo dove né la partitura né il testo lo richiedono. La Fanny di Claudio Muschio ha una bellissima presenza scenica, giovanile, incorniciata da splendidi, lunghi capelli: ha fatto parte dell'Accademia Rossiniana di Pesaro (e si sente nel fraseggio curatissimo) ma tuttavia c'è ancora qualcosa di acerbo nel suo canto, più da soubrette che da lirico-leggero. Il volume è piuttosto da carta velina, lieve, sottile, poco incisivo, e la celebre aria – appannaggio di alcune fuoriclasse come la Scotto o la Sutherland, con cui il paragone è decisamente improbabile – era eseguita in maniera a dir poco scolastica, senza quell'energia pirotecnica che un Rossini, seppur agli esordi, richiede. Peggio però l'Edoardo Milfort di Filippo Adami: il tenore, che vanta ha in curriculum ben dodici titoli rossiniani come La Cenerentola, Tancredi, La gazza ladra, Il turco in Italia, ha un timbro quasi senescente, e una intonazione periclitante (come emerge in maniera evidente nel duetto amoroso con Fanny). Altra perplessità per la Clarina di Martina Serra: giovane cagliaritana allieva di Bernadette Manca di Nissa, anche lei di forte e bella presenza scenica, ha un registro di petto gonfiato, evidente nella sua aria “Anch'io son giovine”: una voce che tende a essere ingolata alla ricerca di un registro mezzosopranile scurito in maniera artificiosa. M'è parsa una promessa interessante, ma tuttavia destinata più a parti di pertichino che di seconda donna.

Completava il cast il Norton di Nicola Ebau.

Sul podio, al suo debutto cagliaritano, Alvise Casellati, di cui si apprezza un gesto elegante, garbato, poco incline all'estroversione. E che forse condiziona, chissà, anche la risposta da parte dell'orchestra: nella sinfonia iniziale (che accompagnava sulla scena la presentazione dei protagonisti in una passerella di azioni attorno ad una panchina rossa, con qualche gag divertente, e poco più) si annunciava quella che è stata in qualche modo la resa interpretativa di tutta l'opera. Una pesantezza greve, cupa (e nell'introduzione, qualche problema nei corni di non poco conto), che non riusciva a restituire alcuna freschezza alla musica, ma soprattutto non aiutava le voci giovani, e ancora in fase di maturazione, nell'equilibrio tra fossa e scena.

Della produzione scenica, si è detto. I due registi hanno costruito uno spettacolo dinamico, evidenziando spesso, con ammiccamenti, spogliarelli, amplessi sotto le lenzuola, mappamondi premuti sui seni di Clarina e palpeggiati da Tobia una chiave 'pecoreccia' dichiarata anche nel programma di sala. Ma anche surreali momenti, come il passaggio di un gatto gigante impagliato sulle spalle di uno dei servi di scena, la corsa in moto tra Tobia Mill e Slook, i due meccanici affamati seduti in panchina durante l'ouverture.

Diverso l'esito nella seconda parte della serata, con Il campanello di Donizetti. Un Donizetti del 1836, un Donizetti che ha già composto Lucia di Lammermoor, Maria Stuarda, Lucrezia Borgia. Un Donizetti che compone una farsa, di cui scrive anche il libretto, mentre è in lutto per la morte improvvisa della madre (a pochi mesi dalla perdita del padre) e con una moglie che abortisce quasi al termine della gravidanza il loro figlioletto. Operina che da sola non basta a far serata (a quella prima, al Teatro Nuovo di Napoli, il 1 giugno del 1836, gli viene affiancata La pazza per amore di Coppola), ma che ha musicalmente una godibilità rara e preziosa.

L'allestimento, totalmente nuovo, rispecchia perfettamente quella sensazione di caos e follia che abita la casa di Don Annibale Pistacchio: che qui è ancora una volta un impeccabile Vincenzo Taormina. Ma il vero mattatore della serata, e oserei dire, una piacevole scoperta, è l'Enrico di Luca Micheletti (amante della moglie di Don Pistacchio e inarrestabile 'disturbatore' della notte bianca del novello sposo). Una verve scenica irresistibile (ha lavorato a lungo come attore e regista: e si vede), un timbro baritonale lucente, vigoroso, una tecnica sopraffina che promette una carriera di primo livello; un sillabato di alta scuola, una facilità di gestione dei registri, falsetto incluso e voce falsamente afona – come richiesto dal libretto – di grande presa sul pubblico che gli ha tributato le giuste ovazioni. Il ruolo di Serafina, davvero minimo, era sostenuto da una scialba Claudia Muschio (già Fanny in Rossini), mentre Martina Serra era una Madama Rosa con pruriginose voglie di “galoppare”, definita nel programma di sala dal regista “una milf” (termine più adatto a YouPorn che a Donizetti, ritengo...), e che in scena armeggiava con un frustino dalle ampie valenze fetish (faceva il paio con gli ancheggiamenti del pube di Don Annibale che, ostentava la sua 'bassa' virilità sulle parole “qualche goccia ci sarà per voi”... a buon intenditor...). Il cast era completato dall'Enrico dal macchiettistico Spiridione di Matteo Falcier. Della regia a quattro mani s'è detto: un gusto da pochade pecoreccia (come in fondo è l'opera), poco efficace (la povera Serafina costretta a giacere per metà dell'opera in una vasca da bagno, un vecchietto che ingombra la scena sulla sua sedia a rotelle), mentre sul fondo della scena scorreva inspiegabilmente un fondale proiettato di vago sapore astratto. Ottima la prova del coro del Teatro Lirico diretto da Donato Sivo e ben impostate le luci da effetto notturno di Emiliano Pascucci.

Alvise Casellati, anche in Donizetti, non riesce a gestire la leggerezza della farsa, e ha buona mano solo negli slanci melodici o di danza di cui è disseminata la piccola ma preziosa partitura, che l'orchestra restituisce con eleganza e raffinatezza.

L'operazione proposta dal Lirico di Cagliari è quindi risultata meritevole nelle intenzioni: ma forse, artisticamente, molto meno in alcune scelte del cast. Il buon programma di sala presentava, tra gli altri, interessanti saggi di Paolo Fabbri e Stefano Fulvio Lo Presti.

Ampio successo di pubblico.


 

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