L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Puccini in tono di sfida

 di Francesco Lora

L’esigente direzione di Daniele Callegari, la prestanza delle maestranze veneziane e la levatura artistica di Carmela Remigio – più che il nuovo allestimento con regìa di Cecilia Ligorio – tengono alta la nuova produzione di Turandot al Teatro La Fenice.

VENEZIA, 25 maggio 2019 – Nella nuova produzione di Turandot di Puccini alla Fenice (otto recite, 10-29 maggio), il teatro veneziano cala il primo asso con la prestanza delle sue maestranze: il coro esibisce tanta sanissima risonanza quanta premura di colori, l’orchestra sfavilla di modernità nell’esattissimo morso ritmico. Il concertatore Daniele Callegari, che il pubblico italiano ha iniziato a conoscere attraverso il melodramma di tradizione e il rischio di caduta nella routine, fomenta tanto pregio di materiale naturale e tecnico in modo sempre più ammirevole e sorprendente: chiama dalle file d’orchestra disinibite asprezze timbriche, gioca con bilancia metrica ed esotismo delle percussioni, esalta il testo pucciniano nella sua alta scala sinfonica, non dimentica tuttavia di sostenere canto e cantanti. Al suo lavoro non fa ombra lo spettacolo con regìa di Cecilia Ligorio, scene di Alessia Colosso e costumi di Simone Valsecchi. La loro è una lettura incernierata sulla quiete della tradizione, sostituendo nondimeno all’oleografia una scena spoglia, ove le masse son ben mosse in una misteriosa penombra. Latita – senza per questo dire che essa sia necessaria – la proposta di un’alternativa drammaturgica formulata in modo espresso e coerente: la si intravvede abbozzata nella stucchevole schiera di bambini che umanizza a mo’ di nonno universale l’imperatore; la si intravvede abbozzata nel caparbio tentativo – o errore, punto e basta? – di scaldare la principessa di gelo stessa; la si intravvede abbozzata, infine, in una Liù intraprendente, risoluta e guerriera, atta a smascherare la fragilità di Turandot. La menda ha la sua origine non nelle elucubrazioni teatrologiche, ma nella terrenissima concretezza del mestiere di palcoscenico: a latitare – inficiando – è infatti un adeguato lavoro con gli attori.

Se si può sintetizzare quanto detto intorno a Liù, del resto, ciò è senza dubbio merito della sua interprete, Carmela Remigio, che lungo gli anni ha investito ogni possibile energia nella maturazione attoriale, e che può oggi vantare una spregiudicatezza scenica passibile di pochi confronti. È ella a rendere attuato e credibile il suggerimento registico, per esempio quando decide di salire al pianissimo di «Perché un dì, nella reggia, m’hai sorriso» non con la prescritta dolcezza estatica, ma tuonando in faccia a Calaf un Si bemolle acuto penetrante e in tono di sfida; ella che – sia chiaro – ha tecnica a palate per modulare quella nota alla gradazione dinamica che più le piaccia, e che nel resto dell’esecuzione è il solito giardino di versi poetici colorati in un canto sfumatissimo. Sarebbe troppo pretendere altrettanto dal resto della compagnia. Agli antipodi della Remigio sta appunto Oksana Dyka come Turandot: in lei la Fenice ha trovato la resistenza fisica, l’estensione completa e l’ampiezza di volume; ciò detto, però, in dote arriva poi più l’intonazione approssimativa che un personaggio notevole. Tra i due poli femminili e artistici si pone Walter Fraccaro come Calaf: non gli interessa togliere il personaggio alla connaturata superficialità psicologica, ma è pronto a esibire squillo e potenza, fino alla variante con il Do sopracuto nella scena degli enigmi, e fino a far odorare di canzone napoletana sia «Non piangere, Liù!» sia «Nessun dorma!». Nessuna delle due prime parti insidia, così, la menzione speciale per Simon Lim come Timur (sontuoso e profondo di cavata, temperante e regale nei modi) e per Alessio Arduini come Ping (brillante nelle note, pungente nella parola, figlio perfetto della vocalità comica di Sette e Ottocento: il motore ideale per il terzetto dei dignitari).


 

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