L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Sogni di cartone e marzapane

di Sergio Albertini Mancuso

Un'ottima chiusura di stagione per il Teatro Lirico di Cagliari, che riprende  Hänsel und Gretel di Humperdinck nel fortunato allestimento nato alla Scala due anni fa, con la regia di Sven-Eric Bechtoff e giovani voci di valore affiancate dalla veterana Susan Neves. Di grande qualità anche la direzione di Johannes Debus.

Chiude alla grande, la stagione del Teatro Lirico di Cagliari. Chiude, a ridosso delle festività natalizie, come meglio non avrebbe potuto. Chiude con uno spettacolo bellissimo, che incanta il pubblico e, credo, anche gli stessi artisti in scena. Uno spettacolo nato nel 2017 al Teatro alla Scala ed oggi di proprietà del teatro cagliaritano. Che bene ha fatto a restituire vita ad una produzione, nata per gli allievi dell'Accademia del Teatro alla Scala, e che nel 2018 conquistò il Premio Abbiati per le migliori scene, migliori costumi, migliori luci, migliore video. Recita la motivazione: «per il coraggioso racconto della povertà sociale del presente attraverso la favola di Hänsel und Gretel, nobilitata nel perfetto equilibrio di realismo e poesia, in uno spettacolo magico, di rara perfezione tecnica».

Bene ha fatto Cagliari a proporre un titolo che mancava da sessant'anni, e allora, ovviamente, dato in lingua italiana: era il maggio 1959 e l'opera andava in scena al Teatro Massimo con una giovanissima Fiorenza Cossotto, agli inizi di carriera, nel ruolo di Hänsel; in quello stesso anno, la Cossotto debuttava anche al Covent Garden come Neris a fianco della Medea di Maria Callas. Bene ha fatto a proporre un'opera estremamente popolare in Germania (pare sia, secondo classifiche inverificabili, l'opera più eseguita in terra tedesca), ma di non frequente ascolto in Italia. Per dire: in questo mese di dicembre, in Germania, Hänsel und Gretel è in scena a Dresda, Kassel, Monaco, Weimar, Lubecca, Mannheilm Rabendeel, Oldenburg, Magdeburg, Berlino, Hannover, Essen, Wiesbaden, Chemnits, Nordhausen, Erfurt, Detmold, Wurzburg, Dusseldorf, Giessen.

Non si sa bene da dove partire con gli elogi, che di questi tempi, a teatro, son cosa non sempre scontata. Sicuramente da chi ha ripreso lo spettacolo originale: Daniela Zedda per la regia, Antonella Conte per le scene, Marco Nateri per i costumi (quei calzini rossi, però...), Marco Filibek per le luci, Roland Horvath per i video, Luigia Frattaroli per i movimenti coreografici. Il rispetto assoluto per l'edizione originale ha permesso di non perdere nulla dello spettacolo che avevo visto nell'edizione scaligera, spettacolo che è firmato per la regia da Sven-Eric Bechtoff. Ora, a volte, è interessante darla, qualche notizia, sui registi, se non altro per fare qualche confronto con certi 'idoli' della scena italiana: Bechtoff, tra le altre cose, ha studiato al Mozarteum di Salisburgo. Ha calcato le scene come attore, da Vienna a Londra, aggiudicandosi vari prestigiosi premi, come per la sua performance in Lifex3 di Yasmina Reza per la regia di Luc Bondy, o per un testo di Schnitzler al Festival di Salisburgo. Il suo debutto in campo registico è del '93, con la Lulu, cui seguono un Ring completo, una Rusalka alla Staatsoper di Vienna. Al Festival di Salisburgo ha firmato, tra le altre produzioni, una Ariadne auf Naxos, la trilogia Mozart-Da Ponte, ed è stato nominato dapprima direttore della sezione prosa e dal 2014 responsabile dell'intera programmazione artistica. Ecco, quindi, regia di idee e non di trovate. Bechtoff apre sulle note iniziali dell'orchestra il sipario su uno skyline che sullo sfondo fa da contrasto a una bidonville, aduna periferia generica abitata da bambini (peraltro, scenicamente bravissimi), su un gioco di cartoni (come non pensare all'e-commerce imperante nel periodo natalizio, e non solo ?) che saranno uno dei Leitmotive dello spettacolo. In questo mondo di rifiuti e rifiutati, una serie di figuranti (da elogiare per la pulizia scenica) entra con le ramazze (altro tema conduttore della parte visiva) a cercar di far pulizia. Apparente, ovviamente. Perché quegli scarti, quei rifiuti, quelle cartacce invadono sempre e comunque la vita e i giochi, degli adulti come di un'infanzia palesemente negata. La casa dei genitori di Hänsel e Gretel è giocata nell'intaglio di una sagoma di cartoni da imballaggio, una prigione di packaging che incorona una miseria quotidiana, di poco latte e croste di pane. Le scope s'accumulano, sono il lavoro del babbo dei due ragazzi. Che nel cambio di scena si perdono in un bosco che pare prelevato da un libro pop-up. Silhouette da teatrino per l'infanzia, gli alberi nascondono incantevoli sagome di uccelli, anch'essi nelle forme e nei colori paiono provenire da antichi atlanti ornitologici. Le magnifiche scene di Julian Crouch (già creatore di maschere e burattini, illustratore, scenografo di importanti produzioni come Doctor Atomic di Adams al Met) vengono vivificate ulteriormente dagli interventi del videomaker Joshua Higgason: sparite le chiome degli alberi, gli stessi si trasformano in una intricata rete che pare trasformarsi in una folla di serpenti, e poi in vivide liane luminose simili a giganteschi vermi. La paura del bosco è lì, per intero. La pantomima che illustra il sonno nel bosco dei due bambini – assente nella fiaba dei Grimm – vede arrivare, nelle vesti degli angeli, gli accattoni della scena iniziale; con l'aiuto di un velario che separa la scena dalla sala, e con un ennesimo, incantevole, gioco video, gli accattoni si trasformano in candide sagome che lentamente, come piccoli Casper amorosi, prendono il volo verso l'alto.

Incantevole la casa della strega, che da una forma monocroma iniziale, sempre con efficaci effetti di videomapping, si colora di dolcezze e dolciumi, di bacchette alla cannella a strisce rosse e bianche, di bordi di smarties. Elementi che ritornano: il cartone è il forno della strega, immancabile la scopa, una gabbietta che nel preludio iniziale conteneva un uccellino ora è la grande gabbia in cui è prigioniero Hans.

A questo sciorinarsi continuo di incantamenti visivi si associano costumi firmati da Kevin Pollard che mantengono un realismo fiabesco e che toccano il culmine nel grande abito di stracci e di ingombranti scarponi della strega, costretta a una andatura caricaturale, e nei bambini trasformati in pan di zenzero, con la bella scena finale in cui, alla fine, si spogliano della loro identità dolciaria per tornare, finalmente, liberi.

Sul piano musicale, vale ricordare che la prima esecuzione assoluta dell'opera avvenne a Weimar il 23 dicembre 1893, diretta con successo da Richard Strauss, che scrisse a Humperdinck : «A dire il vero ecco un capolavoro di prima categoria. Da molto tempo un'opera non mi faceva una tale impressione. Che spirito piacevole, che incanto, che semplicità nella melodia, che arte e che abilità nella conduzione dell'orchestra, che trionfo nella struttura generale. Mio caro amico, voi siete un grande maestro». Hänsel era il soprano Pauline de Ahna che divenne la moglie di Strauss tre anni dopo. Toscanini la diresse alla Scala nel 1902. Karajan fu tra il primo a registrarla su disco, in studio, nel 1953 (Gretel era Elisabeth Schwarzkopf). A Cagliari, a dirigerla, segnando anche il suo debutto in questa città, il giovane Johannes Debus che, dopo il suo esordio nel 2009 con Guerra e pace di Prokof'ev, è stato nominato direttore musicale della Canadian Opera Company di Toronto. Bellissimo gesto, sobrio, elegante, misurato: e l'Orchestra del Lirico di Cagliari ha eseguito l'opera come in stato di grazia. Gli archi avevano una morbidezza setosa, in gran spolvero gli ottoni, con menzione speciale per i corni. In quel mix di romanticismo alla Weber e di rimandi all'uso dei Leitmotive wagneriani, il suono dell'orchestra, compatto, rigoroso, era allo stesso tempo duttile e avvolgente, e il giovane Debus ha mostrato un equilibrio perfetto tra la fossa e le voci, diverse per carattere e spessori, senza mai prevaricarle. Gli echi popolari trasmutati in canto volkstumlich, la 'preghiera della sera' con la sordina di viole e violini (lo confesso: genera commozione), l'introduzione strumentale al terzo quadro (coi legni in bellissima mostra), ecco: per tutte le due ore l'Orchestra è sembrata godere del tocco magico e incantato della fiaba dei Grimm e della scrittura di Humperdinck. Dicevamo delle voci, diverse per carattere e spessori: le due protagoniste, l'Hänsel di Anna Doris Capitelli e la Gretel di Francesca Manzo, hanno debuttato nei ruoli alla Scala due anni fa; voci fresche, perfettamente adatte ai ruoli, scenicamente curate da Bechtolf a non eccedere in caratterizzazioni infantili, bravissime in scena. Il venezuelano Gustavo Castillo come papà Peter, voce ben proiettata, dizione perfetta, anche lui già presente nella produzione scaligera; e poi, l'ottima Susan Neves, che proprio a Cagliari aveva segnato il suo debutto italiano nel 2001 come Abigaille, accanto al Nabucco di Leo Nucci. Voce sontuosa, che nulla ha perso in volume (impressionante), ma che segna qualche screziatura nei passaggi di registro: il che, nel ruolo di mamma Gertrud, severa e rabbiosa all'inizio, non disturba e risulta pertinente. La cagliaritana Martina Serra è stata una Strega ben caratterizzata e scenicamente accattivante, mentre Francesca Pia Vitale, con raffinata musicalità, ha interpretato i due ruoli dell'Omino della Sabbia e dell'Omino della Rugiada. Il coro di Voci Bianche del Concervatorio G.P. Da Palestrina di Cagliari diretto da Enrico di Maira si aggiungeva in piena sintonia a coronare l'ottimo esito della serata. Pubblico entusiasta, e in gran parte sorpreso dal fascino della messa in scena e dalla bellezza della musica. Nello stile di un teatro che ha sempre offerto titoli sovente fuori repertorio, che ne dite di proporre presto anche i Königskinder di Humperdinck ?


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