L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Due Requiem

 di Stefano Ceccarelli

Il maestro Antonio Pappano torna in Accademia con un concerto tutto incentrato sulla morte: si eseguono, infatti, il Concerto per violino e orchestra “Alla memoria di un angelo” di Alban Berg (al violino c’è Gil Shaham) e il Requiem in re minore per soli, coro e orchestra K 626 di Wolfgang Amadeus Mozart. La serata è un successo.

ROMA, 24 gennaio 2018 –La morte e ciò che si cela oltre la vita è un tema che ha da sempre profondamente affascinato intellettuali, letterati, artisti e, naturalmente, anche musicisti. In questo concerto, il maestro Antonio Pappano dirige due opere che hanno a che fare proprio con la morte: il Concerto per violino e orchestra “Alla memoria di un angelo” di Alban Berg e il Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart. Queste due opere, peraltro, sono le ultime composte dai rispettivi compositori. Il Concerto per violino di Berg è interpretato da Gil Shaham, celebre violinista, che riesce a profondere una cantabilità austera, candida, giocando sensibilmente con i colori della corda del violino, dosando il volume della melopea dello strumento, che come un’elegia dura per tutto il pezzo. L’orchestra commenta e arricchisce di senso il pianto del violino, che mescola tonalità all’atonalità d’impianto dell’opera, ed è splendidamente diretta da Pappano, attentissimo ai ritmi più intimi di ogni passaggio, al rispetto dei colori e delle sfumature, a tratti sensuali, di una partitura che è ispirata alla morte di una giovane, bellissima donna: Manon Gropius, figlia di Alma Mahler (in prime nozze, appunto, moglie del celebre compositore) e del famoso architetto Walter Gropius. Assolutamente splendido, in particolare, il II movimento, dove la citazione di un corale di Bach crea una rarefatta atmosfera di piena sacralità, come se la musica degli angeli e del paradiso fosse perfettamente incarnata da quella del tedesco. Shaham, dunque, rende pieno omaggio a una felicissima composizione di Berg (in termini – s’intende – di felicità inventiva), che evoca come meglio non si potrebbe quasi l’ascensione celeste dell’anima di Manon. Dopo i caldissimi applausi del pubblico, Shaham regala un bis bachiano, certo in pendant con la citazione di Bach nell’opera di Berg.

Il secondo tempo è interamente dedicato all’esecuzione del Requiem K 626 di Mozart, un’opera a proposito della quale si sono scritti fiumi di parole e affastellate leggende su leggende. Il Requiem, del resto,ha ricevuto plurime consacrazioni da parte di molti direttori d’orchestra, le cui esecuzioni sono oramai nell’orecchio di molti. È difficile, dunque, presentare qualcosa di nuovo, di inaudito. Ebbene, Pappano – incredibilmente – c’è riuscito: a mia memoria, infatti, non conosco direzione così tesa (ma mai rigida), sintetica, tutta volta alla ricerca di un’energia che esalti anche la facies apocalittica che il Requiem possiede; in ultima analisi, un gesto molto omogeneo per tutta la durata del pezzo. Una direzione che palesa un’agogica a tratti stretta, essenziale, perfettamente funzionale al fatto che il Requiem è un canto che evoca il giorno del giudizio e chiede perdono per i peccati commessi. Così, sono stati indimenticabili tanto la fuga del Kyrie quanto il famoso Dies irae, dove Pappano ha come sfrenato tutti gli interpreti (orchestra e coro), donando un’emozione fortissima all’ascolto. Nel Confutatis, invece, si percepisce bene il passaggio – così ben porto – fra una resa ‘violenta’ della descrizione del fuoco infernale e la perorazione del «Voca me cum benedictis», che infrange il flusso di tensione musicale, facendo ristagnare un’oasi di trepidante attesa. Un’agogica tutto sommato sostenuta – e per questo ‘inusuale’, ma certamente d’effetto – è quella dell’incipitario Requiem aeternam, dove Pappano sfrutta tutti i colori della tavolozza mozartiana, che qui gioca in maniera decisamente caravaggesca: con la medesima maestria che mostrerà nel Confutatis, anche qui fa emergere la voce del soprano, che squarcia un’atmosfera tonale chiaroscurale. Il tocco commovente e pietoso della direzione di Pappano si palesa, in tutto il suo splendore, nel Lacrimosa, dove il coro culla con impareggiabile maestria la mesta melodia descrivente il giorno del giudizio. Il quartetto dei cantanti solisti è di tutto rispetto. La voce statuaria e perentoria di Georg Zeppenfeld si ode chiara all’attacco del Tuba mirum; il timbro terso di Mariangela Sicilia, vibrato, appare nei momenti in cui è chiamata ad emergere sull’orchestra e il coro (si pensi all’attacco del Lux aeterna); una voce piena e ‘grintosa’ (un po’ come la sua personalità) possiede la corda mezzosopranile di Sonia Prina; Frédéric Antoun, infine, ci regala un’esecuzione tenorile caratterizzata da un’emissione calda e vibrata. I loro ‘quartetti’, dunque, cioè il Tuba mirum, il Recordare e il Benedictus,sono pregevoli e ben interpretati. Ma il protagonista più imponente e impressionante è certamente il coro dell’Accademia, cui vanno i miei più sinceri complimenti per una performance che lascia assolutamente senza fiato, non solo per monumentalità di volume, ma anche per accenti, pianissimi, filati, in una varietà di colorazioni che sa cogliere sempre il senso più intimo di ogni sezione. Quello che voglio dire è che la ‘violenza’ del Dies irae, senza speranza, scorata, non è la medesima del Confutatis, dove prevale un senso escatologico di maggior giustizia; a sua volta, il Rex tremendae ha in sé un senso di grandeur che si stempera in un’accorata preghiera finale. Come dimenticare, poi, il Domine Jesu Christe, dove il coro modula su una corda più energica il medesimo accoramento? Insomma, lode al magnifico coro dell’Accademia, che sotto la vigile direzione di Pappano ha saputo far benissimo e, soprattutto, conferire anima sempre differente a ogni passo. Al termine del Lux aeterna il direttore quasi non fa in tempo ad abbassare la bacchetta che gli applausi rompono il sacro incanto per tributare onori a tutti i protagonisti di questa splendida serata di musica.