L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Martha, l’inafferrabile

 di Antonino Trotta

Stella indiscussa nella serata a lei dedicata, Martha Argerich torna all’Auditorium dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, diretta da Enrico Fagone, con il primo concerto per pianoforte di Liszt omaggiando, a pochi giorni dalla commemorazione del Giorno della Memoria, le vittime dell’Olocausto.

Torino, 29 Gennaio 2019 – Varca la porta e corre veloce, Martha Argerich, nessun indugio: sguardo basso, passo felino e svelto, elude le luci della ribalta e fugge dal fragore degli applausi, colonna sonora di una carriera e di una vita, quasi carcasse riparo in quell’inespugnabile baluardo di legno e metallo che maestoso grandeggia sul palcoscenico. Quanto innaturale deve apparire la liturgia concertistica e quanta fatica deve costare quell’arrampicata di dieci metri, tra le quinte e il trono, a quest’artista del tutto singolare. Singolare perché nell’infallibilità di una tecnica prodigiosa non si identifica solo la fisionomia di uno stile peculiare, ma si intravede il riflesso di una personalità schiva, carismatica, custode dell’inesauribile fuoco sacro del talento, e l’interpretazione, al pari dello sguardo, sembra a volte tradire la sfuggevolezza di uno spirito libero che il presente ha già immortalato nell’albo della storia.

E senza dimenticare le pagine più buie affisse sulla bacheca del tempo, da inquilina e protagonista della storia stessa, Martha Argerich decide di aprire il concerto a lei dedicato, a pochi giorni dalla commemorazione del Giorno della Memoria, con l’ouverture su temi ebraici per clarinetto, quartetto d’archi e pianoforte op.34 di Prokof’ev, un piccolo monumento su temi popolari yiddish che la pianista erige insieme alle splendide prime parti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale: non si tratta di un malinconico rituale celebrativo, ma di un lucido ritratto culturale, di un’effige su cui impresse si intravedono le orme del “popolo in cammino” che la dissennatezza umana ha rischiato di cancellare per sempre. L’applauso dopo questa toccante esecuzione suona quasi irriverente, soprattutto per la Argerich, fuggita, ancora una volta, dal generoso battimano che ne accompagna ogni falcata.

Le eroica cadenze in apertura del primo concerto per pianoforte e orchestra di Franz Liszt vibrano appunto di questa febbrile insofferenza alla pomposità, allo sfarzo, e scorrono via inarrestabili come un torrente in piena, vigorose e piene, eppur estremamente naturali, celando l’insidiosità degli infernali salti di ottava con l’autorevolezza che il solo dominio assoluto sullo strumento può assicurare. Ma a spingere la Argerich in questo vertiginoso acrobatismo non è la libertà che l’indefettibile tecnicismo concede, piuttosto è la visione del Quasi Adagio a proiettare la leggenda del pianoforte verso oasi di cantabilità dispiegata e traslucida, dove si materializzano geometrie e simmetrie, dove l’intreccio melodico con il flauto e clarinetto avvolge un’atmosfera onirica e speculativa. In questa parentesi di pura estasi lirica il tocco della Argerich si manifesta in tutta la sua indescrivibile unicità: quel tocco inimitabile, asciutto e penetrante, plastico ed elastico, dolce e autoritario come la carezza della madre più premurosa, capace di sfiorare la tastiera ora per disegnare fraseggi cristallini, ora per tessere trame poetiche e trasognanti. Quello stesso tocco che nello scherzo dell’Allegro Vivace – Allegro Animato e nell’Allegro marziale conclusivo si fa invece ironico e scattante, infuocato del dionisiaco dettato lisztiano, fluidissimo negli imbattibili ribattuti (chi di noi non ha ascoltato, con orecchie stupite e incredule, la sua sonata in re minore di Scarlatti?) e nelle fulminee ottave che saettano da un capo all’altro della tastiera. Qui davvero non ce n’è per nessuno.

Ci prova poi la Argerich a sgattaiolare via dopo il concerto, facendo slalom tra i musicisti dell’orchestra, ma l’entusiasmo è incontenibile e l’ovazione, ingorda, incalza. Pochi scambi di parole con il violino di spalla e due bis arrivano a coronare la sua serata: l’inquieto e visionario Traumes Wirren dalla raccolta Phantasiestücke op.12 di Schumann e la sublime trascrizione di Liszt del Widmung, ancora di Schumann. Perfetti, nient’altro da aggiungere.

Dopo i fasti della prima parte, l’attenzione si concentra tutta sulla magnificenza dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai impegnata nelle due suite estratte dal balletto El sombrero de tres picos. Sul podio, Enrico Fagone, che nel concerto di Liszt s’è lasciato guidare dalla Argerich assecondandone ogni richiesta agogica e dinamica, nell’accattivante lavoro di De Falla, sospeso tra l’esperienza folkloristica Albéniz e Granados e l’influenza impressionista di Debussy, mostra una reale consapevolezza narrativa in cui si valorizza l’elemento coreografico della latineggiante partitura senza cedere alla facile assimilabilità del linguaggio musicale. In questa caleidoscopica opera fatta di colori luminosi e costrutti ritmici irresistibili, l’opulento spettro timbrico dell’OSN Rai emerge grazie all’attenta cura dell’impasto sonoro e del dettaglio strumentale, evidente nelle sinuose sortite dei fiati a cui si affida, di danza in danza, il discorso teatrale del balletto. La jota finale è una spettacolare pulsione iberica animata da una prepotente carica sinfonica, in espansione lungo i sentieri di un crescendo in cui affluisce una moltitudine di effetti orchestrali – tutti ben distinguibili – e che instrada verso un’esplosione di travolgente portata.

Le telecamere disseminate tra i piani dell’Auditorium suggeriscono che questa meravigliosa serata sarà presto disponibile sulle piattaforme multimediali e televisive della Rai. Chi non c’era potrà vedere, chi c’era potrà meglio ricordare, ma nessuna registrazione potrà restituire in toto l’emozione di questa intensa esperienza musicale vissuta fianco a fianco con Martha Argerich, l’inafferrabile.

foto Maria Vernetti