L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La rivincita di Czerny

di Mario Tedeschi Turco

In programma con Beethoven e Mozart, il concerto Concerto per pianoforte a 4 mani, op. 153 di Carl Czerny offre imprevedibili soddisfazioni, grazie alla gloriosa coppia Yaara Tal e Andres Groethuysen, che galvanizzano anche la Camerata Salzburg.

VERONA, 18/10/2019 - Debutta la stagione concertistica del Teatro Ristori di Verona, una serie di sei serate con orchestre da camera accompagnate da vari solisti di pregio, di cui cercheremo di dar conto nel corso dei mesi. Si è principiato con la Camerata Salzburg con la konzertmeisterin Stephanie Gonley, a proporre il Coriolano di Beethoven e, a chiudere, la Haffner di Mozart: in mezzo, il Concerto per due pianoforti K. 365 di Mozart e il Concerto per pianoforte a 4 mani, op. 153 di Carl Czerny, con la gloriosa coppia Yaara Tal e Andres Groethuysen quali solisti.

L’ensemble austriaco si è presentato nei due brani solo orchestrali non estremamente preciso: attacchi spesso sporchi, qualche squilibrio fonico nel rapporto tra ottoni e archi. L’orchestra è formata da strumenti moderni ma con trombe naturali, che è una scelta da diversi anni osservabile in varie formazioni consimili, specie nell’area germanica. La prassi esecutiva scelta tiene dunque conto delle informazioni storiche, almeno in parte, le quali sono state soprattutto rilevabili nelle scelte agogiche molto serrate e nella frammentazione del fraseggio con arcate brevi: ne è risultato un tipo di interpretazione che non ha certo guardato alla seduzione sonora, bensì al piglio spedito del tactus, di febbrile intensità drammatica anche perché sommato a una ricerca di radicali contrasti dinamici, quasi “a terrazze”, specie nella Sinfonia mozartiana. Avremmo da osservare che le trombe e i fagotti non sono stati il massimo del controllo fonico, qua e là avvertibile anche da qualche inconsulto borborigmo; ma al di là del dettaglio, questi classici viennesi così smaniosi e agitati hanno avuto sicuramente il loro perché, non foss’altro per mettere in rilievo stili compositivi che, proprio grazie a un approccio esecutivo come questo (cioè libero ma consapevole della Storia), si stagliano alla massima evidenza come ponte verso il futuro assai più che come sguardo verso il passato.

La Camerata come sfondo al duo Tal-Groethuysen ha funzionato – giustamente – in modo leggermente diverso, sfumando il peso sonoro al servizio dei meravigliosi pianisti. La qual cosa è estremamente opportuna in Mozart, data la squisita scrittura “alla francese” del K. 365, dove la tela degli archi rimane subordinata ai solisti, concedendo peraltro ampi accordi tenuti dei fiati. Il duo è stato esemplare in ogni dettaglio, ben oltre la sincronia di sbalorditiva, cartesiana precisione: il tratto comune del suo pianismo, osservato sia in Mozart sia in Czerny, è l’ispirazione lirica, dove la tecnica superiore è stata impiegata sempre al servizio del canto spiegato, senza abbandoni fuori misura bensì in perfetto equilibrio dialettico sia tra le due singole parti, sia nel rapporto con l’orchestra. Nell’Op. 153 di Czerny questo talento mirabile è stato ancora più udibile nella sintesi delle quattro mani all’unica tastiera, così che il brano ultra-brillante, e pure un po’ effettistico, è stato restituito con una naturalezza assai distante dai giochi di prestigio pur possibili, ma invece con un esemplare nitore nell’impasto armonico e nelle linee di contrappunto. Proprio in questo brano minore anche la Camerata Salzburg ha fatto udire al meglio tutto il suo potenziale, che è notevole, plasmando il suo accompagnamento con monumentalità netta, grandiosa il giusto, proporzionata tra le sezioni e rispetto ai solisti. Una bellissima riuscita per un brano oltre tutto di assai difficile ascolto, reso come meglio non si potrebbe.

Teatro praticamente esaurito e vivissimo successo. Un ottimo inizio.


 

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