L’ape musicale

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Il ritmo e l'ironia

di Lorenzo Cannistrà

Luca Buratto insieme a LaVerdi e al suo direttore Claus Peter Flor offrono uno spettacolo di ottimo livello all’Auditoriom di Milano, proseguendo con successo il ciclo di concerti estivi dedicati a Ludwig van Beethoven.

MILANO, 19 agosto 2020 - Beethoven Summer è il titolo della programmazione estiva di concerti dell’orchestra LaVerdi diMilano, che inaugura così il tanto sospirato ritorno alla musica dal vivo dopo i mesi di astinenza imposta dal lockdown. La proposta, articolata nel periodo tra il 1° luglio e il 30 agosto, comprende l’integrale delle sinfonie e dei concerti per pianoforte e orchestra di Ludwig van Beethoven, assortiti e distribuiti con intelligenza nelle varie date. Il dichiarato intento, neanche a dirlo, è quello di celebrare degnamente il 250mo anniversario dalla nascita del genio di Bonn, idea inizialmente messa da parte dalla direzione artistica, ma poi ripresa a seguito delle molteplici cancellazioni forzate di analoghe iniziative dalle stagioni delle più importanti istituzioni musicali italiane.

La serata del 19 agosto (con replica il 20, penultimo appuntamento del ciclo) offre un succulento programma, che accosta il Concerto per pianoforte e orchestra in do maggiore op. 15 alla celebre sinfonia in la maggiore, op. 92 (la “Settima”). Solista è il giovane e già affermato Luca Buratto, mentre l’orchestra è guidata dal collaudato Claus Peter Flor, Direttore Musicale de LaVerdi.

Il programma della serata presenta dunque un’accoppiata di capolavori che sembrano avere poco da spartire, stando se non altro all’anno di composizione, e dando per buona la suddivisione dell’opera beethoveniana in diversi stili cronologici.

In realtà si tratta di un accostamento per molti versi felice, e denso di assonanze a volte inaspettate.

Il concerto op. 15 è la testimonianza storica del Beethoven giovane e brillante virtuoso, ma è anche il frutto splendido del compositore che già nei primissimi anni dell’800 era il beniamino del pubblico nella sua amata/odiata Vienna, e che dalla tradizione viennese (il che vuol dire in primis da Haydn e Mozart) traeva sicuro ancoraggio.

La Settima, dal canto suo, segna invece l’approdo a un linguaggio, una tecnica compositiva e una profondità spirituale affatto diversi e lontani. E’ chiaramente avvertibile, in queste pagine, che Beethoven si sta progressivamente allontanando dal periodo “eroico” ed inoltrando nel cosiddetto “ultimo periodo”, in cui il linguaggio è caratterizzato da un’accentuata tendenza alla frammentazione tematica e all’astrazione.

Cosa accomuna quindi questi due capolavori? Fondamentalmente, il ritmo e l’ironia, a cui si aggiunge di buon diritto anche uno smagliante e consapevole virtuosismo.

La Settima, è ben noto fra gli appassionati, fa del ritmo il suo personale brand, la cifra stilistica preponderante. Una robusta pulsazione ritmica pervade l’opera fin dalle primissime battute, e lega l’ascoltatore alla sua poltrona fino alla fine, togliendogli quasi il respiro nell’orgiastico movimento conclusivo. Ma anche nel Concerto il ritmo ha un ruolo importante, se non prevalente, e con caratterizzazioni a tratti marziali. E non sfuggirà all’attento ascoltatore anche la parziale uguaglianza ritmica tra il primo tema del primo movimento del Concerto, e il notissimo tema dell’Allegretto (ritmo dattilico, in entrambi i casi). Inoltre, anche nell’ultimo movimento del Concerto la fantasia del compositore si scatena nelle più varie combinazioni ritmiche.

Ma entrambe le opere mostrano anche un uso sapiente dell’ironia, ereditata dall’ammirato Haydn, concepita come capacità di soprendere l’ascoltatore, infondergli uno humor inaspettato e stemperare le frequenti ruvidità. Spessissimo, in questo linguaggio beethoveniano, si alternano a momenti di severa, quasi drammatica scansione ritmica, improvvisi struggimenti, repentini ripiegamenti, modulazioni o cesure che vanificano la coerenza del discorso musicale. Un dedalo di sorprese; anche il virtuosismo pianistico è, in alcuni momenti, ironicamente “didattico”. Non è possibile esemplificare, come è ovvio; basti solo dire, simbolicamente, che il celeberrimo secondo movimento della Settima reca già nell’indicazione dell’andamento - Allegretto - tutta l’ironia possibile (si tratta in realtà quasi di una marcia, illuminata da una luce spettrale….).

Venendo all’esecuzione, non si può che parlar bene del giovane Luca Buratto.

Sobrio e concreto nella sua performance, il ventiseienne pianista milanese ha nel suo palmarès affermazioni in importanti concorsi all’estero, che gli hanno procurato una reputazione di artista sensibile e profondo, oltre a numerosi ingaggi. Per LaVerdi è Giovane Artista Residente già da due stagioni.

Dal punto di vista della tecnica pianistica, è sorprendente osservare che questo giovane artista è tanto impeccabile quanto immune da ogni tentazione di esibire la propria abilità prestidigitatoria. La sua tecnica quasi scompare dietro la volontà di rendere al meglio il pensiero del compositore. Le roteanti quartine del primo movimento, per intenderci, non sono eseguite vorticosamente per compiacere il pubblico, ma calando l’effetto dentro la logica musicale del pezzo. Decisamente interessante è stata poi l’esecuzione della cadenza: Buratto sceglie quella più lunga e densa di effetti pianistici innovativi per l’epoca (decidendo tuttavia di accorciarla leggermente). All’interno di essa, egli riesce ad illuminare efficacemente molti passaggi (con improvvisi fortissimo, o prolungando in modo suggestivo il basso). Il tutto con una musicalità sempre misurata e, si può dire, centrata. Nel Rondò la preoccupazione principale del pianista milanese è quella di far risaltare le trovate armoniche, tecniche, timbriche, che il compositore dispensa a piene mani.

La sensazione complessiva è che Buratto sia un artista “pensante”, nel senso letterale del termine: ogni frase è stata valutata, meditata, scolpita, levigata con una chiarezza di intenti davvero rara in un musicista così giovane. Il risultato è che egli non suona semplicemente una buona approssimazione di ciò che vuole realizzare, ma la corrispondenza tra idea e resa sonora è piena. Resta da dire che questo atteggiamento squisitamente cerebrale non va mai a detrimento della piacevolezza e scorrevolezza del discorso musicale.

L’accompagnamento orchestrale, ad onta di qualche incertezza iniziale e di un amalgama non sempre perfetto con il solista, ha svolto più che dignitosamente il proprio compito. Nel primo movimento l’impressione è che l’orchestra rimanga un po’ “seduta” rispetto ai tempi molto brillanti staccati da Buratto, mentre nell’Adagio viene accentuato il carattere affettuoso del tema più che quello meditativo. Assai più convincente il Rondò, in cui invece la verve dell’orchestra supera quasi quella del solista, offrendo una scintillante kermesse sonora, assolutamente adeguata al carattere del pezzo.

Infine, nel bis (Von fremden Ländern und Menschen da Kinderszenen op. 15 di Robert Schumann), Buratto dimostra che la sua fama di interprete schumanniano non è usurpata: la cantabilità non è forse la caratteristica più evidente in lui, mentre lo è l’arcana dolcezza e la discrezione che aleggiano in tutto il pezzo, veramente evocativo di mondi lontani.

Dopo un brevissimo intervallo tecnico, il concerto riparte con l’esecuzione della Settima. LaVerdi e Claus Peter Flor hanno già eseguito nel 2017 l’integrale delle sinfonie di Beethoven, e i frutti di quel lavoro sono evidenti nella sicurezza con cui la compagine orchestrale affronta questo caposaldo del repertorio.

L’impronta ritmica è accuratamente rispettata e valorizzata da Flor, già dall’introduzione (Pocosostenuto), al punto da sacrificare quasi del tutto il senso di attesa gravida di una pulsazione ritmica ancora in nuce, e destinata a rivelarsi compiutamente nel Vivace. A farne le spese però è soprattutto il tema esposto dall’oboe, davvero poco dolce. Nel complesso, l’esecuzione del primo movimento è convincente ed apprezzabile soprattutto nel trattamento degli archi, dai quali Flor riesce a ricavare una grande varietà timbrica: all’occorrenza il suono è sferzante, o incalzante o vibrante di entusiasmo. Particolarmente ben realizzati due momenti cruciali: nella ripresa, la riproposizione del tema da parte dell’oboe (questa volta davvero dolce), con la commovente modulazione dei primi violini ed il gioco di echi insieme a corno, clarinetto e flauto; la coda, con il preciso aggregarsi delle famiglie orchestrali, ad ondate, fino al tutti finale. Ancora più degno di nota è l’Allegretto, vero perno di tutta l’opera.

Molto bella la luce obliqua e sinistra dello strano accordo iniziale (nonchè di quello finale), cui segue l’inesorabile scansione degli archi, discreti, misteriosi ma non mesti, e il canto delle viole, che regalano un timbro caldo ma privo di sentimentalismi, perfetto. Tutto il movimento si snoda senza sbavature agogiche, trovando i suoi vertici nell’episodio contrappuntistico affidato agli archi, e nel colore desolato dei fiati che declamano un’ultima volta, e senza speranza, il famoso tema.

Il Presto è realizzato con cura: il tema militaresco è restituito con felice scelta di tempo, scandito chiaramente e senza trasformarsi in una confusa scena di guerra. Qualche riserva si può esprimere sul modo in cui Flor ha compresso il tema del Trio, tirato via un po’ in fretta e disperdendo di fatto quella tensione che lo collega inscindibilmente alla riapparizione del Presto.

Qualche perplessità, infine, riguardo al Finale (Allegro con brio).

La scelta di tempo, leggermente più lento della media, è apprezzabilissima, in quanto assicura che la musica non si strozzi o si avviti su se stessa. Ciò che delude è invece la figurazione ostinata degli archi, priva di nerbo, opaca, a volte indistinguibile, e sempre sovrastata dai fiati. Ciononostante, e a dispetto anche di trombe piuttosto deboli nelle ultime convulse battute, l’orchestra e il suo direttore mantengono comunque un corretto equilibrio e riescono a trascinare il pubblico, che ringrazia con un convinto e scrosciante applauso (anche ritmato, a riprova del gradimento in sala).


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