L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Crocevia del presente 

 di Roberta Pedrotti

Un cast che esprime la sensibilità e la qualità delle nuove generazioni, una messa in scena che vuole iscriversi nella tradizione ma finisce per dibattersi fra povere e inutili stravaganze, una concertazione salda ma con una partitura vittima di forbici troppo facili. Così Lucia di Lammermoor mette in scena, per l'apertura di stagione al Filarmonico di Verona, prospettive, problemi, orizzonti e vicoli ciechi dell'opera nel XXI secolo.

VERONA, 26 gennaio 2020 - Non ci si dovrebbe fidare troppo dei capolavori. Non bisognerebbe pensare che bastino in quanto tale e quindi che quel che si è sempre fatto, per inerzia,condica automaticamente al successo. Nemmeno se si è nella "città degli innamorati", che oggi accantona per un attimo il turismo shakespeariano e consacra Piazza Bra alla Memoria, con i nomi dei deportati veronesi nel vagone che li condusse ai campi di sterminio, con le note di Mahler e della tradizione ebraica.

In teatro, gli applausi ci sono stati, certo, e il cast vocale li ha senz'altro meritati, ma l'impianto di questa Lucia di Lammermoor inaugurale della stagione 2020 del Filarmonico ci ricorda che, per render giustizia a un capolavoro, non ci si può fermare a guarnire il già visto senza ripensarlo ogni volta.

Un allestimento tradizionale come questo proveniente da Salerno, assemblato con quel repertorio di mantelli, spade e cappelli piumati che ogni teatro ha in archivio (e i magazzini di costumi e attrezzerie sono vere e proprie caverne delle meraviglie da favola) può benissimo figurare in cartellone con buona resa e poca spesa. Però, per rendere onore all'opera e all'idea di tradizione, non dovrebbe bastare lo sfoggio di tartan e rovine nella nebbia. Quel che rende eterna questa vicenda non è la politica scozzese dei secoli passati, sono i personaggi, i loro rapporti, la lotta disperata contro un mondo che impedisce a Lucia ed Edgardo di esistere, vivere, amarsi. Ci vorrebbe un lavoro di regia, una cura della recitazione che non si limiti, come abbiamo visto qui con Renzo Giacchieri (cui si devono pure costumi d'epoca non indimenticabili), a mostrare che Enrico è cattivo perché mette i piedi sulla scrivania, che Raimondo è un uomo di chiesa perché leva spesso le mani al cielo, mentre l'irruente Edgardo fa ruotare in aria la spada Lucia impazzisce con un bambolotto in mano e il coro se ne sta impalato. Pensiamo solo al primo recitativo: Lord Ashton viene a sapere gradualmente che la sorella ama il suo peggior nemico, ha un dialogo serrato con l'insinuante capo degli armigeri e l'accomodante religioso precettore, la tensione dovrebbe essere palpabile, crescente, non narcotizzata in pose stereotipate tutti in fila a debita distanza. Purtroppo, talora Giacchieri decide di sperimentare soluzioni originali e l'immagine che a uno sguardo panoramico superficiale apparirebbe rassicurante per gli amanti della tradizione e paladini del “rispetto” del testo, il testo lo altera e lo tradisce senza ragione. Nella scena delle nozze, il grande finale centrale dell'opera, ovviamente l'agognato contratto di matrimonio è quanto di più prezioso esista al mondo per Enrico: dalle firme di Lucia e Arturo su quel foglio dipende il suo futuro. Davvero non si capisce perché, invece di lasciarlo sul solito scrittoio previsto nel libretto, Enrico stesso lo accartocci e lo getti a terra come la lista del bucato di Rosina, come volesse farlo trovare per caso da Edgardo, quando, se non fosse per il “Mira” di Raimondo, a quella pallina di carta il Ravenswood proprio non sembra badare. Ecco un esempio di regia che si vuol presentare tradizionale e rispettosa e poi sembra in realtà sabotare il senso, la logica, la forza del testo.

Anche la maledizione, con Edgardo che tira una corda calata da chissà dove e fa precipitare gli stendardi di Ashton e Bucklaw come panni stesi, muove al sorriso. Né migliora le cose l'idea scenografica di Alfredo Troisi: saloni gotici, paesaggi scozzesi, cimiteri malinconici. Di per sé, benissimo. Anzi, basterebbe così, senza compiacersi di effetti video di gusto decisamente kitsch: mentre Lucia canta i suoi incubi l'enorme luna sanguina e si accendono visioni galattiche fitte di stelline; la pazzia fa scorrere ancora plasma sul fondale; quando anche Edgardo finisce di rantolare due colombe bianche “spiegano l'ali” al cielo.

La tradizione intesa come iterazione del passato determina anche scelte anacronistiche rispetto al testo: Andriy Yurkevych dirige una versione (ereditata dalla produzione originale campana) che falcia le strette, cancella il duetto della Torre all'inizio dell'ultimo atto – pezzo fondamentale per definire il carattere dell'opera e dei personaggi maschili principali –, sforbicia recitativi, riprese, transizioni, la maledizione stessa di Edgardo (ma che male ha fatto quel “ma di Dio la mano irata” che pure darebbe significato logico e slancio musicale alla frase?). Così, però, si sciupa – e parecchio – l'equilibrio della partitura, si azzoppa il discorso drammaturgico donizettiano mozzandogli il naturale sviluppo e respiro. Peccato, perché comunque Yurkevych è un direttore capace, che fa quadrare i conti, conduce l'orchestra in una buona prova, così come sempre salda è la prestazione del coro preparato da Vito Lombardi.

Bene, si è detto, il cast, che avrebbe meritato un'esecuzione completa dell'opera e qualche stimolo in più nell'interpretazione anche teatrale. Sono tutti artisti della nuova generazione, con l'eccezione di Alberto Gazale, che infatti sopraggiunge a sostituire il collega Biagio Pizzuti influenzato e gioca soprattutto le carte della sua comprovata disinvoltura d'interprete.

L'omogeneità anagrafica è anche omogeneità di stile, di sensibilità, di consapevolezza, di formazione belcantista. Ruth Iniesta è una Lucia di oggi: canta bene, molto bene, con quell'emissione sempre morbida, quella dolcezza di timbro che non risulta mai leziosa, bensì sempre dipanata con una freschezza che si riverbera anche in un virtuosismo sciolto e naturale, ben dosato come parte integrante del fraseggio. La purezza di Miss Ashton combacia con il tormento di Sir Ravenswood che Enea Scala riflette in un canto che non teme di esprimersi in colori anche taglienti, perché sempre iscritti in un'idea belcantista di dramma romantico, dramma ardente e frastagliato per eroi che sono insieme angeli e demoni, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi al puro e semplice edonismo di una musica allettante, sì, ma anche perchè straordinariamente profonda.

Simon Lim, nemmeno quarantenne e già con dodici anni di presenze sulle scene italiane, conferma di non avere solo una gran bella voce di basso, ma anche una buona propensione d'interprete, come conferma il racconto di Raimondo prima della pazzia e, soprattutto, l'attenzione al colore del passaggio “Ella in me le luci affisse... 'Il mio sposo ov'è?' mi disse”.

Un po' più acerbi Enrico Zara, Lord Arturo, Lorrie Garcia, Alisa, e Riccardo Rados, Normanno.

Successo, si è detto, vivissimo. Una gioia per confermare il valore di una generazione di cantanti che garantisce all'opera lunga vita e prosperità. Proprio questi cantanti, e un pubblico così appassionato, però meriterebbero una cura maggiore alla completezza e alle ragioni del testo, ricordando che Lucia non è un capolavoro perché la sappiamo tutti a memoria e ha melodie meravigliose, ma che tutti la sappiamo a memoria (e chi non la conosce ci auguriamo possa farlo) perché è un capolavoro, perché la sua musica meravigliosa ha una ragione drammatica profonda.

foto Ennevi


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