L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Didone e Didone

di Roberta Pedrotti

Al Filarmonico di Verona convince l'abbinamento fra la Didone di Jommelli e quella di Purcell con primedonne Maria Grazia Schiavo e José Maria Lo Monaco per la nobile concertazione di Giulio Prandi e la regia intelligente di Stefano Monti.

Streaming da Verona, 28 marzo 2021 - Due decenni separano la morte prematura di Henry Purcell (1695) dalla nascita di Niccolò Jommelli (1714), il maestro inglese per antonomasia punto di riferimento imprescindibile per secoli oltremanica e uno dei campioni della scuola napoletana verso le riforme del XVIII secolo. Apparentemente, poco li accomuna nell’accostamento veronese appena proposto, salvo il soggetto: Didone abbandonata. La cantata di Jommelli “Giusti numi che il ciel reggete” funziona tuttavia assai bene come prologo lanciando subito un fiammeggiante prolessi non solo stilistica: eccoci, con lo stile del pieno secolo successivo, all’epilogo della vicenda, con la regina sconcertata a invocare la morte e la distruzione di Cartagine serbando incrollabile fedeltà. Poi, vedremo l’intrigo secentesco di maghe e spiriti ostili alla coppia, torneremo alla morte di Didone da un altro punto di vista, dissoluzione nel dolore senza enfasi, anelito misto di memoria e oblio (“remember me, but ah! forget my fate”). Si parte da un racconto: la cantata (formalmente scandita come Aria Recitativo Aria, ma con una bella espansione ariosa a movimentare la sezione centrale) alterna il canto in prima persona come discorso diretto nella declamazione di un narratore esterno. Dall’epos si fa strada la tragedia, la voce del personaggio prende il sopravvento e si fa teatro, dal canto di fronte al sipario, in abito da sera, si passa all’azione di Dido and Aeneas che - seppur stilizzata - investe tutta la sala del Filarmonico, la platea svuotata che si fa mare, i palchi ciechi da cui fa capolino il coro occhiuto di cortigiani e spiriti, la scena tradizionale che si dilata. Il teatro, in fondo, è un mondo, ogni suo spazio e ogni suo abitatore ne è parte. L'allestimento di Stefano Monti - regista scenografo e costumista - funziona benissimo e si sposa alla perfezione con la lettura impressa da Giulio Prandi. Una lettura nobile, che rispetta le peculiarità dei due testi, le diverse declinazioni del dramma, della sua plasticità retorica, l’idiomaticità stessa dell’italiano e dell’inglese, ma mantiene continuità nella concentrazione, nel registro espressivo, l’altezza che si conviene al mito e alla tragedia. Emerge nell’eloquentissimo fraseggio di Maria Grazia Schiavo per Jommelli, abile nel tornire la parola in una scrittura felicemente mobile senza mai perdere la dignità del rango e l’equilibrio fra narrazione e voce diretta del personaggio. Emerge in un Purcell denso e rarefatto, non privo di calore mediterraneo - basti ascoltare l’accorato lamento finale di Dido Maria José Lo Monaco - ma ben contenuto in un aristocratico intimismo. Ciò non vuol dire che manchino i colori, la varietà del dramma, ma che sono individuati all’interno di una specifica, riconoscibile tinta severa e malinconica, sottolineata anche dalla distribuzione dei ruoli vocali. Nulla di grottesco o caricato si può infatti riconoscere nella strega di Lucia Cirillo, voce antagonista prossima a quella della protagonista, come espressione di un’insidia profonda e prossima, forse interiore. Nondimeno, con l’eccellente Belinda di Schiavo, Eleonora Bellocci, Marta Redaelli completano un ben delineato microcosmo. Un’alterità è rappresentata dall’astrazione del controtenore Federico Fiorio come Spirito e poi marinaio troiano con il tenore Raffaele Giordani. A tutti si contrappone, isolato di fronte alle sfaccettature del mondo di Didone e degli spiriti, di fronte alla sua stessa ciurma dal canto chiaro e spensierato, l’Aeneas virile di Renato Dolcini. Va poi ascritto ancora ai meriti di Prandi l’aver guidato compagini non proprio avvezze al repertorio premozartiano in una lettura attendibile, ben affinata nelle sonorità e nel fraseggio, nel rispondere a tutte le sollecitazioni agogiche e dinamiche in sintonia con un cast di specialisti.

Il sipario si era aperto sulla disperazione di Didone che invoca la morte, infine, Didone morendo lascia la platea, restano il buio e il silenzio. Per gli applausi che verranno, speriamo che al Filarmonico ci sia posto ancora per Didone e le sue sorelle del XVII e XVIII secolo.

foto Ennevi


 

 

 
 
 

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