L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

L'enigma della bellezza

di Roberta Pedrotti

Dopo aver diretto il primo spettacolo al Teatro Regio dopo l'esplosione della pandemia - Ernani in settembre - Michele Mariotti dirige solo per il pubblico online la Nona sinfonia di Beethoven che apre la stagione parmigiana. Una lettura che rappresenta in maniera emblematica e significativa l'attualità ed è dunque bella nonostante - anzi, per - le sue ferite aperte.

PARMA, 12 gennaio 2021 - Cosa significa "bello"? È bello ciò che per rassicurante armonia di proporzioni e convenzioni estetiche definiamo tale o è bello ciò che ha senso? Beethoven in vita ebbe le proprie partiture stroncate come rumore, come mostruosità che non si potevano definire musica. Oggi un teatro vuoto è senz'altro orribile, l'opera e il concerto senza pubblico in sala qualcosa che urge lasciarci alle spalle. Eppure l'immagine dell'orchestra, del coro, del concertatore e dei solisti ad abitare orgogliosamente lo spazio anche al di là del proscenio e continuare a fare musica ha in sé qualcosa di bello. Perché è significativo, è potente, rappresenta il nostro tempo e la resistenza dell'arte come l'arte sola sa fare. È la bellezza di un ideale che si oppone alla fruizione orribile infagottati accanto a uno schermo temendo le bizze della connessione web o dei gestori social (difatti a metà del secondo movimento la trasmissione su Facebook s'interrompe e si riprende nel terzo passando su YouTube: per fortuna resta lì per un riascolto continuativo, anche se in differita).

Avremmo voluto ben essere a Parma stasera, annusando l'aria pungente nel parco della Pillotta, un tagliere o un piatto di tortelli per conforto, magari un gelatino da Ciacco (che nei mesi freddi sfodera gusti favolosi). Avremmo voluto ritrovarci al Regio per l'apertura di stagione a Sant'Ilario. Invece siamo al computer, contando i giorni che ci possono separare dal nostro turno per vaccinarci, nella speranza che l'incoscienza e il capriccio di qualcuno non prolunghi l'emergenza. Perché ora il senso, la bellezza è proprio nella ferita, perfino nell'ascolto sobbalzante, interrotto, ripreso. Soffriamo nel non poter essere con gli artisti e con tutto il Teatro Regio, che hanno cercato di rimanere in contatto con noi almeno attraverso il legame invisibile della diretta. Ed è sofferenza condivisa di cui far tesoro per resistere, mantenerci fermi e ragionevoli, per tornare a godere della musica, del teatro, dell'arte, del contatto comprendendone a fondo il valore, il miracolo dell'attimo fuggente e condiviso. La ferita aperta ci ricorda che siamo vivi e non dobbiamo arrenderci.

L'estremo ci porta a riscoprire perfino, come una prima volta, la novità dell'invenzione della sinfonia corale. C'è, in tutta la concertazione di Michele Mariotti, sul podio della Filarmonica Toscanini, un curioso senso di sospensione, una sorta di tensione latente e trattenuta, come se la dinamica dei primi tre movimenti e dell'inizio del quarto si muovesse in un'attesa, enfatizzata dal tempo lento nel terzo movimento; a dispetto delle alternanze consuete, se a due tempi vivaci ne segue uno attonito, la cui dolcezza par necessità di pace e riposo. E, più ancora del successivo attacco Presto allegro assai, è l'ingresso della voce grave che sprona ad altri canti che scuote definitvamente da un inquieto torpore. Michele Pertusi fa della sua esortazione un'epifania luminosa, risolutrice, che raccoglie e dà significato al tema quasi impercettibile delineato via via da Mariotti come prendesse forma dal nulla e si dibattesse alla ricerca della scintilla di vita: la parola. In questo non si ravvisa alcuna retorica trionfalistica, anzi, Pertusi coglie la nobiltà anche di una scrittura facile da irrigidire in un giubilo sfrontato. Invece qui è chiaro che ci sia poco da festeggiare: c'è semmai da affermare e liberare la grandezza di un pensiero e di un ideale senza negare il dolore. Così, le voci femminili (Christiane Karg e Veta Pilipenko) una volta tanto appaiono morbide, veramente cantabili a dispetto delle diaboliche esigenze di Beethoven: splendide. Così un tenore lirico avvezzo a Bellini e Donizetti come Francesco Demuro sottrae la marcia all'impeto dell'heldentenor per restituirla con luminosa franchezza, ricordando che chi cantò per la prima vola la Nona cantava all'incirca il repertorio di chi la canta oggi a Parma, che l'idea di belcanto giova a Beethoven se intesa come intelligente e significativa musicalità modulata sulla parola e nel colore. Così la canta, sfruttando proprio la diluizione della distanza rispetto all'abituale compattezza, il coro preparato da Martino Faggiani. Così la modula Mariotti, senz'ombra di eccesso tonitruante, anzi, destreggiandosi in un abile fluire dinamico, che sfiora l'estasi prima di quella che non è una confragrazione nel prestissimo, bensì una rapida ascesa che un ultimo, ben dosato rallentando fa culminare finalmente nella pace. Allora, un quarto movimento così ben controllato e organizzato si mostra quale sintesi dell'intera sinfonia, punto d'arrivo e ragion d'essere di tutto quel che l'ha preceduto e che ora possiamo ripercorrere in prospettiva. Scuoterci in un'idea di umanità e progresso senza scordare lo smarrimento, la ricerca, le tensioni attraverso le quali l'abbiamo raggiunto.

Allora, se non è bello vedere i musicisti applaudire senza pubblico, sarà bello testimoniare in quella musica e in quell'applauso un momento di smarrimento, ricerca e tensione a cui dare risposta. Alla fine, lo ripete anche la direttrice generale del Regio Anna Maria Meo, la luce in fondo al tunnel c'è: facciamo di tutto per raggiungerla e non sprecarla.

foto Roberto Ricci


 

 

 
 
 

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