L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Sotto il cielo del belcanto

di Antonino Trotta

L’attenta bacchetta di Francesco Lanzillotta riunisce e guida sotto il cielo del Teatro Massimo di Palermo quattro stelle assolute del belcanto: maiuscole le prove di Angela Meade, Marianna Pizzolato, Enea Scala e Nicola Alaimo in una serata dagli esiti elettrizzanti.

Streaming da Palermo, 20 marzo 2021 – Per un’occasione come questa, in tempi di normalità, un volo da Torino a Palermo sarebbe stato più che d’uopo. Il gala lirico del Teatro Massimo sembra, ed è a tutti gli effetti, il tipico, raro concertone alla cui fine si giunge esausti, senza voce per le urla lanciate alla fine di ogni aria, provati da quell’eccitazione che di numero musicale in numero musicale ti fa avvertire la poltrona come una sadica gogna, mentre nello stomaco l’intestino si aggroviglia per il contrasto tra l’ebbra euforia che si vorrebbe esternare e il razionale dettame di darsi comunque un tono. Sì, chi scrive sta dando i numeri, ma più che follia da ennesima clausura, credetemi, è febbrile entusiasmo per quanto ascoltato, quand’anche in streaming, ieri sera sul canale YouTube del virtuoso Massimo di Palermo, impostosi con originalità e valore nella palliativa piazza virtuale dell’opera lirica dell’era buia del Covid-19. Il guaio di questa serata non è la presenza di quattro artisti uno meglio dell’altro, ma la presenza di quattro artisti che sono il meglio e basta che, aria dopo duetto, duetto dopo aria, non esitano a calare sul «palco funesto» gli assi a disposizione nella propria manica, nemmeno questi fossero polpi con otto braccia ciascuno.

Enea Scala, che canti «Spirto gentil» da La favorita – stavolta non ci disturba affatto che il capolavoro di Donizetti sia accennato nell’improbabile traduzione in italiano – o «Meco all’altar di Venere», non manca di miniare il prodotto di uno strumento statuario, dai centri marmorei, con finezze stilistiche da indiscusso belcantista. Possente e baldanzoso nelle sue tonitruanti puntature che oggi hanno pochi termini di paragone, anche quando indossa le più umili vesti di Nemorino nel duetto con Belcore – «Venti scudi» –, trova certamente la sua più esaltante espressione nel terrificante duetto con la regina Elisabetta, dove canto gagliardo e salute vocale si sommano nel creare un personaggio odioso e al tempo stesso seducente.

Elisabetta, poi, è Angela Meade, e allora non possiamo che alzare le mani: «Un tenero core» – sarà perché la regina del Roberto Devereux è, insieme alla rossiniana Ermione, una delle più irresistibili nevrotiche di tutta la letteratura operistica, sarà perché nel saettare frasi incendiare come «E non ami? Bada! non ami?» con violente alterigia riesce a celare un ordine, che poi è un consiglio, in una domanda, sarà perché gli acuti sono delle autentiche folgori, di quelle che in teatro già sai ti avrebbero spettinato la chioma – incolla letteralmente al divano di casa. Per vocalizzazione funambolica e sontuosità dei mezzi ovunque piegati alle necessità d’interpretazione – quei pianissimi, naturali e facili, sono impressionanti se contestualizzati alla sua mole vocale –, non meno elettrizzante suona il delirio di Imogene, ruolo che avrebbe dovuto segnarne il debutto proprio al Massimo l’anno scorso e che ora chiude, per gran cavalleria del Teatro, il concerto. Meade, in ogni caso, non è solo furore e acuti: apre il concerto con una vibrante lettura di «Tu che le vanità» e dimostra di trovare in Amelia di Un ballo in maschera un ulteriore personaggio adatto alle proprie qualità di vocalista e interprete. Va bene, la pronuncia è quello che è e nel duetto di Semiramide «Serbami ognor sì fido» vien fuori pure qualche innocente americanata, ma vogliamo cavillare proprio adesso?

Rossini perdonerà, anche perché Arsace è la magnifica Marianna Pizzolato che per classe, gusto ed eleganza è inespugnabile baluardo della disciplina belcantistica nostrana. Al di là della benissimo eseguita aria di Maffio Orsini, «Il segreto per esser felici», è tutto rossiniano il contributo a questo concerto e, in fin dei conti, gliene siamo sinceramente grati: è balsamo per le orecchie ascoltare quelle agilità lasciate scivolare come perle preziose su un velluto timbrico di impareggiabile beltà, godere di quello strumento carnoso e dannatamente contratile lì in quel repertorio che ne esalta ogni minima sfaccettature. Dai valorosi Arsace e Tancredi, il contralto palermitano poi sguaina la sua Isabella: il fraseggio ammiccante, il porgere così naturale e fragrante, le screziature così sensuali di un colore vocale che ha un nonsoché di strabordante femminilità rendono, oggi, la sua Isabella quasi ineguagliabile.

Ineguagliabile come Guillaume Tell di Nicola Alaimo, che in questo ruolo ha scritto una della pagine più belle della storia esecutiva di questo titolo – sì, il Guillaume Tell Mariotti-Vick a Pesaro –. «Sois immobile» è pagina di assoluta raffinatezza che Alaimo interpreta con pathos toccante, viva intenzione, senza mai sottrarsi al rigore di un canto scolpito nella parola e sorvegliato da una tecnica pressoché impeccabile. Poi, certo, con Belcore e Taddeo, l’esplosiva bonomia della persona, quella simpatia così spontanea e vera che Alaimo suggerisce col solo sguardo diventa un valore aggiunto nella resa di personaggi così piacioni. Ma guai e leggere in essa un limitate alla possibilità dell’interprete: nell’aria di Renato, infatti, Alaimo sa trovare accenti da vero baritono verdiano, segnano grazie a quelle tormentate pagine il vertice più drammatico dell’intera serata.

Francesco Lanzillotta, alla guida dell’Orchestra del Teatro Massimo di Palermo in ottima forma, passa da un capitolo all’altro dell’impaginato con serena disinvoltura, sempre attento agli stili e agli stilemi, talora accompagnando in maniera sensibile il canto, talaltra non perdendo l’occasione – si pensi all’introduzione dell’aria di Elisabetta di Valois – di ricavare dalle battute libere a disposizione momenti di accattivante magnetismo. Il Coro del Teatro Massimo di Palermo, istruito dal maestro Ciro Visco, dà prova di sé nelle pagine di «Patria oppressa» e «Guerra, guerra» dalla Norma di Bellini. Serata davvero elettrizzante. Chapeau.


 

 

 
 
 

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