L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Resurrezione concertistica

di Francesco Lora

La Seconda Sinfonia di Mahler al Maggio Musicale Fiorentino è cattedra magistrale per Myung-Whun Chung, banco, cimento e grattacapo per l’Orchestra e spazio da primi della classe per il Coro, col canto solistico di Christiane Karg e Claudia Huckle.

FIRENZE, 5 maggio 2021 – Nel Maggio Musicale Fiorentino del 2020 doveva esserci una Terza Sinfonia di Mahler diretta da Myung-Whun Chung; cancellata con l’intero festival, è stata recuperata in quello di quest’anno. Anzi no: la Terza, lunghissima nei suoi sei movimenti e nella sua ora e tre quarti, responsabilizzante nel suo schierare anche il coro di voci bianche, risulta smisurata in tempo di emergenza sanitaria e di mascherine legate sui musi; è così stata riconvertita in una Seconda, grandiosa ed estesa sì, ma più a portata di prudenza, e soprattutto portatrice del tema della Resurrezione: se l’attività musicale col pubblico nelle sale è appena ripartita, canto più simbolico non avrebbe potuto salire da Firenze. Si dà qui conto di una Seconda parecchio differente da quella che Chung aveva diretto nel 2019 a Venezia con l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice: là gli scattanti e dorati gorghi di virtuosismo non lasciavano tregua; qui, fin dal primo movimento, ogni segmento melodico prende il proprio colore, il proprio tempo, le proprie luci, lungo un fraseggio legatissimo che volentieri indugia, si dilata, rimane sospeso. Guai a distogliere lo sguardo dal braccio favoloso di Chung e a credere di poter procedere secondo metronomo: spesso si intravvede il direttore additare sé stesso e richiamare gli occhi dei professori del MMF; ma per una, due, tre e più volte, paurosi scollamenti tra sezioni fanno sbandare il transatlantico mahleriano: curiosamente non nei passi più imprevedibili dal punto di vista agogico, bensì nelle raffiche di rincorsa all’esplosione, e soprattutto in quella che avvia l’ultimo movimento. Tutt’altra cosa, per palati fini, è ciò che si ascolta nel primo movimento, alle battute che immettono dallo sviluppo nella ripresa della forma-sonata: le schegge tematiche corrono qui ognuna col proprio passo, in contrasto convulso, salvo poi crollare in terribile sincronia sull’accordo d’arrivo. Un minuto di pausa anziché i cinque che il compositore avrebbe desiderato (e che nessuno, realisticamente, osserva mai); poi è la volta di un secondo movimento di singolare sommissione, alonatura e pudore, indi di un terzo che suona esotico, inquieto e voluttuoso sin dalle prime battute. Il memorabile Lied che costituisce il quarto trova il canto né arcano, né affettuoso, né epicheggiante di Claudia Huckle, che vanta piuttosto una voce sensuale, paga di sé, ubertosa. Nel quinto movimento ella è raggiunta da Christiane Karg, soprano di celestiale riferimento per quella pagina suprema: il fiato si è fatto più corto, e la causa è di certo nel pancione materno che si fa spazio sotto l’abito azzurrino. Si impone il Coro del MMF: caldo, coeso, ispirato, misterioso, superbamente colorito a dispetto della mascherina, paradossale ma necessaria, che ogni suo artista indossa con pazienza degna di Socrate. La mascherina non piace per contro a quel violoncellista che la tiene ostentatamente sotto il mento, né a chi più di tutti dovrebbe dare il buon esempio nella Fondazione, e invece se la toglie con irresponsabile senso di superiorità nel bel mezzo della platea e della musica. In coda, la solita menda: anche nel Teatro del Maggio, come in quasi tutte le altre sale italiane, manca un organo degno di tal nome, sostituito con un modesto strumento elettronico da studio; valga come consiglio per gli acquisti, onde non far torto a Mahler, a Chung e a quel corale conclusivo di possanza più che biblica: serve a risorgere, come si deve, con la Seconda.


 

 

 
 
 

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