L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La passione di Serge

 di Gina Guandalini

A un mese dalla scomparsa di Sergio Segalini, il ricordo di chi l'ha conosciuto bene e ha collaborato con lui.

Sergio Segalini ci ha lasciato il 7 giugno all'età di 73 anni. La sua carriera si è divisa tra musicologia, cronache operistiche, organizzazione lirica e e insegnamento. Nel 1979, appena trentacinquenne, divenne caporedattore della rivista mensile Opéra International, prestigiosa pubblicazione illustrata che rendeva onore al suo titolo. È a Segalini che si deve in quei due decenni, gli anni ’80 e ’90, la sprovincializzazione operistica di tutto il pubblico francese grazie all’instancabile ed entusiastica attività di recensore di spettacoli in tutto il mondo occidentale e di tutti i dischi operistici di quegli anni.

Nato nel 1944 a Castell'Arquato, in provincia di Piacenza, Segalini dopo gli studi letterari si era trasferito in Francia, dove si era laureato in musicologia alla Sorbona. Aveva cominciato a lavorare come critico e produttore radiofonico, grazie anche a una doppia cultura, italiana e francese (anche se, all’orecchio di chi scrive, la sua lingua materna sembrava essere il francese).

Di Opéra International ha diretto la redazione fino al 2003, formando, come si è detto, il gusto dei melomani dell’”esagono”. È stato autore di saggi e monografie su figure capitali dell'opera; ha esordito come collaboratore a un libro sul regista Jorge Lavelli. Il suo volume su Maria Callas – Les images d’une voix – ha contribuito moltissimo al fascino della documentazione visiva della Divina. Ma ha pubblicato anche altro; dall’81 ogni anno è uscito un bell’omaggio fotografico: a Ruggero Raimondi, a Teresa Berganza, a Elizabeth Schwarzkopf; questi due ultimi con preziose cronologie pressochè complete. Nell’85 Segalini ha dato alle stampe lo studio Diable ou prophète? Meyerbeer, con cronologia delle esecuzioni operistiche e discografia in appendice. L’anno seguente è stata la volta di Divas, Parcours d’un mythe, dettagliato programma della mostra omonima allestita nell’estate ’86 al Musée Fabre di Montpellier e in seguito all'Opéra di Parigi.

Ancora tre anni e Segalini pubblica La Scala Histoire, mythologie, divas, renseignements pratiques, una vera e propria “guida alla fruizione” del teatro milanese, come dice il titolo, per la serie “Les hauts lieux de l'opéra”. Infine segnalo 1992- Rossini – L’agenda del bicentenario – una agenda mese per mese che conteneva anche un CD: “Callas chante Rossini.

Alla fine degli anni ’80 ci fu qualche saltuaria esperienza di ufficio stampa; ma non era il medium adatto a Sergio Segalini, dall’approccio franco e a volte un po’ brutale. Presente e attento alle ultime lezioni di Rodolfo Celletti al Festival della Valle d’Itria a Martina Franca, con l’approvazione dell’illustre Rodolfo gli è subentrato nella direzione artistica. Tra il 1994 e il 2009 Segalini ha sfogato nelle Puglie il suo gusto per l’operismo francese desueto, presentando Polyeucte di Gounod, Roma di Massenet, la Medée di Cherubini nella versione originale francese con i dialoghi parlati, Robert le diable di Meyerbeer, La Grande-Duchesse de Gérolstein di Offenbach, fino alla versione francese di Salomé di Richard Strauss. Nel nostro paese è stato docente all'Accademia Rossiniana di Pesaro e all'Accademia Lirica di Osimo.

Dal 2002 è stato segretario artistico e responsabile musicale del Festival di Spoleto, direttore artistico-musicale al Teatro Ponchielli e al Festival Monteverdi di Cremona. Poi è venuta l’esperienza della Fenice, di cui è stato direttore artistico dal 2003 al 2006. Sulla laguna ha potuto presentare a tutto il mondo La traviata con regia di Robert Carsen, celebrando la ricostruzione della sala ricostruita dopo il rogo, e un Ring wagneriano ancora con Carsen. Inoltre un Rossini ormai classicissimo (ma nella versione veneziana a lieto fine) come Maometto II messo in scena da di Pier Luigi Pizzi e diretto di Claudio Scimone, una rarità un tempo celebratissima come La Juive di Halévy.

È stato Muti a volerlo come consigliere artistico al San Carlo di Napoli tra il 2010 e il 2011: una presenza breve e contestata, poi troncata. Sergio non era più Sergio, o piuttosto il mondo dell’opera non era più il mondo dell’opera? Fatto sta che è giunta l’ora del ritiro dalla musica, dalla professione, e poi del drastico rifiuto di ogni vita sociale. Assistito solo dalla devozione del compagno di una vita, Segalini non ha più voluto uscire di casa – dalla sua bella casa al Marais, intorno alla quale ho passeggiato invano nel dicembre scorso - o rispondere al telefono. Mente e corpo hanno staccato la spina.

Quando lo conobbi, amava firmarsi Serge, non Sergio, e definirsi parmense. La redazione di Opéra International era nella storica sede della galerie Véro-Dodat. lo recensii su Discoteca il suo libro sulla Callas, che è a tutt’oggi tra i più interessanti nell’immenso mare dei volumi sulla Divina. Con l’ingenua franchezza dei giovanissimi (ma conto di esercitarla sempre) segnalai due sviste musicali. Qualunque altro “collega” se la sarebbe legata al dito; lui mi contattò e mi chiese di scrivere per il suo prestigioso magazine parigino. Iniziai così una delle collaborazioni più lunghe e più felici della mia vita. Sergio lottava allora con una malattia grave, da cui infine uscì vittorioso. La nostra amicizia si rinsaldò all’epoca della Fausta di Donizetti con la Kabaivanska a Roma. Ricordo in quei giorni una cena a tre, con lui e con il troppo presto scomparso e dimenticato Sandro Sequi; mi trovai ad ascoltare e ad essere ascoltata, in particolare “spiegando” chi era la Kabaivanska a due intellettuali attenti e curiosi. Fui ospite di Sergio a Parigi, nella sua raffinata casa a rue de Provence, per parecchi giorni, e conobbi sua madre, che di lui era orgogliosissima. Ricordo che ebbi in regalo cinque o sei foto della Callas che allora erano rarissime, e che rafforzarono in me l’istinto della collezionista.

Sergio, fan ad oltranza di June Anderson, faceva guerra alla Caballè a motivo della sua inaffidabilità. Quando a Roma l’ineffabile Montserrat cantò Cleopatra nel Giulio Cesare di Haendel io descrissi con sincerità il senso di estasi che il suo canto aveva diffuso nella serata, in particolare in “Piangerò la sorte mia”. Su Opéra International la mia recensione non fu cambiata; ma Sergio aggiunse uno stelloncino in cui informava che nella stessa data di una delle recite romane la Caballè avrebbe dovuto cantare un recital in Spagna, e aveva naturalmente disdetto all’ultimo momento!

Nel novembre 1985 l’Opera di Roma inaugurò la stagione con il Démophoon di Cherubini (c’era di nuovo la diva catalana!); invitai Sergio a cena da me, e divorammo ghiottonerie che comprendevano paté de foie su pan di spezie e i famosi marrons glacés ricoperti di cioccolato fondente della pasticceria romana Giuliani. Mi spiegò che aveva sormontato il suo gravissimo problema al pancreas e ora intendeva godersi la vita, non rinunciare a nessun piacere. Quando la Kabaivanska debuttò nel Roberto Devereux all’Opera di Roma io ero in un palco frontale insieme a Sergio e ad altri recensori. Il suo entusiasmo travolse anche i colleghi più cinici, che si unirono a lui – salvo poi esprimere riserve vocali nei loro articoli. Sergio invece era sempre spontaneo e sincero in questo, e il suo culto per la Raina non fece che intensificarsi. Ricordo che le chiese insistentemente di cantare L’Armida immaginaria di Cimarosa al Festival di Martina Franca del 1997. Raina seppe rifiutare con bel garbo quel ruolo vocalmente inadatto a lei e la loro amicizia rimase intatta. Credo che non sia stato così con Rockwell Blake. Anche Rocky rifiutò un ruolo a Martina Franca in quegli anni, e il giusto entusiasmo di Segalini per il tenore americano ingiustamente si raffreddò. Sono certa di avere avuto un ruolo iniziale nella loro amicizia: dopo la prima della storica Zelmira a Roma nell’89 riunii entrambi, con molti altri amici, a una cena a casa mia. Pasticci, timballi, torte e vini scelti riscaldarono l’atmosfera. Rammento che qualche anno dopo, la titolare di un negozio di dischi parigino che purtroppo non esiste più, “Papageno”, apprendendo il mio nome esclamò “Ah, allora lei ha dato una cena a Roma in onore di Blake! Sergio Segalini era entusiasta di avere partecipato e ne parlava mentre cercava dischi di Rocky!”

Due mesi dopo la Zelmira, la Fenice ospitò il Rinaldo di Haendel con la Horne, preceduto da un suo recital e negli stessi giorni allestì il pasticcio L’Ape Musicale di Lorenzo da Ponte. Praticamente mi trasferii a Venezia per un mese. E scorrazzando per ponti e calli incontravo spesso Sergio; ora, sfrenatamente cordiale, insisteva per portare a cena “la bambina” o anche “la pazza Regina” – ma ho sempre pensato che fosse più pazzo lui; ora sfuggiva gli incontri e cercava l’anonimato. Intuivo che a Venezia aveva trovato una tana molto amata. Mi sono imbattuta di nuovo in lui a Pesaro nell’agosto ’92 , in occasione di quel Viaggio a Reims con la Cuberli e Ramey che rimane per me uno degli ultimi grandi spettacoli operistici della storia. E di nuovo a New York in occasione dei Lombardi diretti da Levine con Pavarotti e Ramey.

Ho vissuto il cambio della guardia da Opéra International a Opéra Magazine con un po’ di tristezza; la rivista cambiava e Sergio passava a dirigere La Fenice. E dopo lo sgradevole, ingiusto episodio napoletano del 2011 ho perso i contatti. Erano molti a chiedermi sue notizie, e io non sapevo che cosa dire. Adesso non riesco a scindere la triste condizione vocale dei teatri operistici degli ultimi anni con l’Aventino e poi l’autosegregazione di Sergio Segalini. Ci deve essere un nesso…