L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La Musica e la Parca

  di  Andrea R. G. Pedrotti

Un ricordo del maestro Mariss Jansons, “un grande, un uomo dolce” come lo definisce il primo trombone dei Wiener Philharmoniker Enzo Turriziani, un artista che ha saputo coniugare la perfezione tecnica a una straordinaria profondità intellettuale e a una sensibilità rara.

La scomparsa di Mariss Jansons (1943-2019)

Mariss Jansons, figlio d'arte, nacque a Riga il 14 gennaio 1943. Venne partorito in segreto a causa dell'origine ebraica della madre, Iraida, in modo che potesse sfuggire alle persecuzioni che avevano visto l'assassinio del nonno e dello zio nel ghetto della sua città natale.

Oggi, 01 dicembre 2019, Mariss Jansons, dopo una vita completamente dedicata alla musica, è deceduto nella sua abitazione di San Pietroburgo all'età di settantasei anni.

La sua formazione artistica si sviluppò fra l'Unione Sovietica, Vienna e Salisburgo, sotto la guida di maestri come Hans Swarowsky e Herbert von Karajan. Attualmente alla guida della Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks, poteva vantare un rapporto privilegiato e di grande stima reciproca con i Wiener Philharmoniker assieme ai quali partecipò a tre diversi Concerti di Capodanno, oltre a innumerevoli concerti e opere liriche, in particolare al festival di Salisburgo.

L'ultima volta che ebbi personalmente la fortuna di sentirlo dirigere dal vivo fu il 31 maggio scorso, al Wiener Konzerthaus, con una memorabile serata dedicata alla Symphonie fantastique di Berlioz [leggi la recensione]. Pochi giorni prima il medesimo programma era stato eseguito al Musikverein con il maestro lettone visivamente provato al termine dell'esecuzione. È impossibile non rammentare i sorrisi d'intesa, quasi commovente, fra il concertatore e i professori dei Wiener Philharmoniker: con la spalla, con il concertino dei primi violini, con tutte le prime parti, con l'intero organico.

In quell'ultima occasione ebbi sorte di trovarmi assiso nelle primissime file della sala e fu ancor emozionante poter ammirare il gesto di uno dei concertatori fra i più straordinari del ventesimo secolo e di questi primi anni del terzo millennio. Il suo era un gesto chiaro, tecnicamente perfetto, capace di trarre dall'organico colori e sfumature di bellezza unica, di sfuttare le più minute caratteristiche della personalità di ogni complesso. Era un direttore come ormai ne ritroviamo pochi, che sapeva conferire al suono una grandezza intellettuale che dovrebbe essere caratteristica precipua di ogni grande musicista. Nella linea pensata da Jansos nulla era lasciato al caso e ogni singolo accordo, ogni singola armonia, ogni singola melodia racchiudeva in sé una molteplicità di significati e una potenza comunicativa incredibile ed emotivamente trascinante.

La Russia fu sua autentica Patria d'adozione ed è impossibile non rammentare la straordinaria, irripetibile, concertazione che regalò al pubblico del festival di Salisburgo con Una Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, proprio un'opera russa [leggi la recensione]. Tutto poteva esser racchiuso in pochi accordi nel finale, quando Katerina L'vovna Izmajlova sta per uccidere la rivale, distrutta dal tradimento operato dall'insensibile Sergej. Ricordo che, per puro caso, restai fisso sul podio, quasi ignorando la scena e fui felice di aver avuto sorte di osservare la perfetta, intensa gestualità con cui il concertatore comunicò ai Wiener Philharmoniker, i quali in una frazione di secondo obbedirono al'imperio del maestro lettone, rispondendo con una serie di accordi che, a oggi, rammento come uno degli istanti culturalmente e intellettualmente più elevati, capaci, in poco tempo, di racchiudere un'intesità intrisa di scienze e arti, filosofiche e musicali, forse irripetibili. Pochi minuti, pochi accordi, ma che da soli basterebbero a definire l'immensità di un musicista che ci ha lasciati.

Domani, 2 dicembre, Mariss Jansons, sarebbe dovuto tornare sul podio dei Wiener Philharmoniker, ma, purtroppo, non sarà così, perché se arte e cultura possono contemplare un'eternità trascendente, questo non vale per la caducità dell'essere umano, che, seppur ancor vitale nella mente, deve cedere al verdetto delle Moire e alle inesorabili cesoie di Atropo.

Quello di domani non sarebbe stato l'ultimo concerto in programma per Mariss Jansons, e forse è un bene che egli non abbia mai annunciato l'addio. Aveva ancora tanto da dare, da offrire, ma Atropo si è opposta e con lei non esiste discussione, non v'è dialettica che regga, la sua decisione è inesorabile e incontestabile, come incontestabile, netto e deciso era il gesto di Jansons.

La fortuna di aver sentito dirigere Mariss Jansons in un tempo relativamente recente, fa che la sua memoria sia ancor più viva, non solo perché il tempo trascorso è poco, ma perché Jansons se n'è andato lasciando intatta la sua grandezza e questo eternerà il suo ricordo nel tempo, il tempo infinito di arte e cultura, quel tempo che, al contrario resta immancabilmente determinato per ognuno di noi.

Jansons non limitò mai i suoi impegni, nonostante le precarie condizioni di salute, perché la musica gli sarebbe mancata troppo, ma, e questo è certo, anche lui mancherà alla musica.

Mi permetto, per concludere, di citare una frase del m° Enzo Turriziani, primo trombone dei Wiener Philharmoniker, pronunziata dopo aver appreso della morte del grande direttore: “Da giovane musicista, posso dire che è stato un grande, un uomo dolce.”

foto BR/ Peter Meisel


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