L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Passione danza

di Michele Olivieri

L’emergenza sanitaria ci ha imposto un nuovo comportamento. Non si può andare a teatro ma questo non significa sospendere ogni attività e non coltivare più gli interessi, bisogna solo fruirne in maniera differente. Grazie al web importanti proposte arrivano direttamente a casa dando una mano alla cultura e un senso di aiuto per ciascuno di noi. Sul canale web del Teatro Massimo di Palermo è visibile la versione di Pink Floyd – Carmen Suite rispettivamente su coreografie di Micha van Hoecke e di Alberto Alonso.

PALERMO, aprile 2020 – La pièce di Micha Van Hoecke ispirata alla sua vita artistica e personale, ha saputo sapientemente pennellare aneddoti, ricordi, narrazioni e personaggi del passato planando sugli avvenimenti dall’alto, con la consapevolezza del cuore. Nei ruoli principali il carismatico già primo ballerino della compagnia di Roland Petit ed étoile internazionale Denys Ganio, con i nitidi Roberta Sasso, Yuriko Nishihara, Michele Morelli, Giuseppe Bonannno (nel ruolo del clown a rappresentare la parte di follia che è presente in ognuno di noi), Andrea Mocciardini (nel ruolo dell’ombra a rappresentare la componente oscura della personalità umana) ed Elisa Arnone, Carmen Marcuccio, Gianluca Mascia. Una creazione appositamente pensata per i duttili ballerini del Teatro Massimo nell’essenziale stilizzato impianto scenico di Renzo Milan e le calde luci di Sergej Shevchenko. Nella coreografia (assistente Miki Matsuse) ritroviamo l’eleganza del Maestro per quei sensi sottili di delicatezza che attraverso la teatralità, le dinamiche e l’interiorizzazione degli esecutori induce quel sentimento di tenero abbandono e di placida serenità, lasciando trasparire l’amore smisurato di van Hoecke per la musica dei Pink Floyd, da lui definita “bellissima perché ancora oggi c’è un’anima che respira, che ti coinvolge... ormai diventata un’opera classica”. Infatti nei vari quadri che si susseguono è chiara la volontà di fare teatro al pari di una cerimonia, con il culto della musica, della danza, del canto, dell’estetica e della parola. Tra vestigia di libertà e dolori mai sopiti porta in palcoscenico quell’uso poetico unito alla capacità di risuscitare dalla coscienza immagini e sentimenti remoti, come avrebbe detto Dante “la puntura della rimembranza” invocata dalla sonorità, specchio dell’anima. Un omaggio alla tanto amata sorella Marina e ai genitori supportato da un dizionario autorevole sull’uso, l’applicazione e lo studio della pratica di forme codificate stilisticamente nel movimento armonico del corpo, a partire da geometrie complesse all’interno dello spazio – sempre ben delineato – in rapporto dinamico con l’estrinsecazione musicale basando lo sviluppo dei personaggi tra essi, trattando temi cari di impatto emotivo in buona connessione con la danza. Pink Floyd restituisce così allo spettatore l’idea che il teatro sia un luogo di creazione, l’unione di diverse espressioni, uno spazio di formazione e di ricerca per trasporre porzioni di vita, tra il mondo reale e quello fantastico.

Nella seconda parte troviamo Carmen Suite di Alonso (qui ripresa da Sonia Alonso e Cristina Alvarez, assistente alle coreografie e maître de ballet Andrei Fedotov) nata dal desiderio di Maya Plisetskaya, la quale nel 1964 chiese al marito, il compositore russo Rodion Ščedrin, di comporre per lei una musica per balletto ispirata all’opera di Bizet. L’opportunità di realizzare il suo sogno le si presentò solo nel 1966, quando il “Balletto Nazionale di Cuba”, si recò in tournée a Mosca. In quell’occasione la ballerina poté avvicinare il coreografo cubano ed esprimergli il suo desiderio: una Carmen in danza tutta per lei. Alonso accettò ed elaborò il libretto e la coreografia con il “Ballet Nacional”. Qualche mese dopo consegnò il lavoro nelle mani della Plisetskaya. Le prove iniziali del balletto entusiasmarono Ščedrin che decise di mettere mano alla partitura e di rendere omaggio a Bizet combinando le famose melodie con qualcosa di nuovo, di fresco e di originale, utilizzando una strumentazione di soli archi e percussioni. La prima di Carmen Suite andò in scena il 20 aprile del 1967 al Teatro Bolshoi di Mosca, senza incontrare il favore dei responsabili sovietici che la definirono irrispettosa per la tradizione del balletto classico russo, ma ottenendo ottime critiche dagli addetti ai lavori e dal pubblico. In concomitanza alla produzione del Bolshoi, Carmen Suite fece il suo debutto nello stesso anno al Gran Teatro dell’Avana con la divina Alicia Alonso. Musicalmente, il balletto appare brillante, ricco di variazioni argute sulle pagine originali di Bizet, la coreografia è avvincente così come le scene e i costumi storici della prima esecuzione del San Carlo firmati da Boris Messerer, e le luci di Sergej Shevchenko. Caratteristica di questa versione, è il nucleo della figura femminile nel cogliere l’essenza, la sostanza, privandola radicalmente degli orpelli folcloristici. Gli interpreti sono animati da uno spirito verace, seppure dotati di una perfezione nell’esecuzione allettante. Un altro elemento dirompente è la sensualità e la passionalità delle figure di Don Josè e Carmen (interpretati rispettivamente dalla splendida Svetlana Zakharova e dal tenebroso Denis Rodkin i quali hanno dato con convinzione spessore psicologico al proprio ruolo) che non appaiono mai caricaturali, ma arrivano a toccare l’anima del pubblico, percependo il vibrare della passione che tende, indipendentemente dal colore rosso predominante, attraverso variazioni di chiari e di scuri, a riprodurre le particolarità dei passi e delle pose, accentuandone il rilievo. Da segnalare Mikhail Lobukhin, un Escamillo da ascrivere alle disposizioni di forte personalità, e l’intero Corpo di ballo e Orchestra del Teatro Massimo diretta da Aleksej Baklan (nell’allestimento del Teatro San Carlo di Napoli). La Carmen Suite di Alberto Alonso rimane un’opera particolarmente conosciuta ed amata dal pubblico, consegnando una donna totalmente libera che ‘danza con il destino’.


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