L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Il basso all'italiana

 di Giuseppe Guggino

Il prossimo debutto del giovane Antonio Di Matteo al Festival di Martina Franca nella prima esecuzione assoluta della Francesca da Rimini di Mercadante è l’occasione per rivolgere qualche domanda ad una delle vocalità di basso tra le più impressionanti che si siano affacciate nel panorama musicale negli ultimi tempi.

Antonio Di Matteo, classe 1989, ventisettenne quindi, campano, basso. E dicendo “basso” non è il caso di aggiungere nessuna delle solite caratterizzazioni o – per meglio dire – attenuazioni (cantante, brillante, -baritono perché ascoltandoti si ha la netta impressione di trovarsi davanti una voce d’altri tempi con una cavata, una pienezza di suono di prim’ordine; insomma, un “basso”, punto. Si può sfatare quindi il luogo comune secondo cui i bassi per antonomasia siano necessariamente slavi?

Negli ultimi anni si parla sempre di bassi slavi, perché la voce vera di basso non è più così presente nella scuola italiana come quella dei  soprani, dei tenori e dei baritoni.

Troviamo infatti, come dici, tanti cantanti catalogati come bassi che in realtà sono bassi.baritoni o addirittura baritoni che cantano da bassi.

Credo che nulla sia impossibile, soprattutto se si ha del materiale vocale autentico e delle basi di tecnica vocale solide: io cerco di attenermi costantemente a quella della cosiddetta "tradizione all'italiana", basata sulla ricerca del giusto appoggio della voce che permette di ottenere naturalmente ricchezza di armonici, ampio volume e proiezione del suono, tutto con grande morbidezza, senza mai forzare. Questa tecnica della "vecchia scuola italiana" provo ovviamente a carpirla anche ascoltando i grandi bassi italiani del passato: dal grade Cesare Siepi, tra tutti il mio idolo e fondamentale per questa mia passione, o da Giulio Neri fino a Bonaldo Giaiotti, con il quale ho avuto il piacere di fare alcune lezioni. Vorrei però ricordare i grandi bassi slavi Boris Christoff e Nicolai Ghiaurov e, più vicini a noi nel tempo, anche due artistiitaliani che apprezzo molto e ancora in brillante carriera: sono Roberto Scandiuzzi - vera voce di basso verdiano - e Carlo Colombara. Credo siano gli ultimi rimasti della vecchia scuola italiana.

Scherzi a parte, essendo appena al secondo anno di carriera in teatri di una certa importanza, ti chiedo quanto della voce matura e solida che ascoltiamo oggi sia opera della natura e quanto invece hai conquistato con lo studio.

Mah, diciamo che la voce del basso è la più naturale e forse anche tra le più delicate. Nel mio caso posso dire che sono stato molto fortunato e di aver ricevuto un gran dono naturale da un punto di vista timbrico-vocale.

La natura però deve essere sempre accompagnata anzi, sostenuta da una tecnica solida perché come tutti sappiamo il nostro organismo ogni dieci anni cambia e bisogna essere lì sempre a studiare e affinare la tecnica, proprio per consolidare la natura e assicurarsi così una carriera duratura. Dopo lo studio propedeutico svolto al Conservatorio di Salerno, determinante è stato per me successivamente l'incontro con il mio attuale maestro Tommaso Monaco, con cui ho capito in maniera tecnica anzi oserei dire scientifica lo studio del canto: a lui per questo devo davvero tanto!

Come sei arrivato a questo importante  debutto al Festival di Martina Franca.

Nel novembre 2012 al Concorso Ottavio Ziino di Roma ho avuto l'onore di conoscere il m. Alberto Triola, il quale si mostrò fin da subito interessato alla mia vocalità, dandomi dei consigli molto preziosi e una borsa di studio per l'Accademia Rodolfo Celletti di Martina Franca. Fin da quella occasione ho sempre sperato di poter partecipare a questo festival prestigioso e importante, e oggi, a distanza di quattro anni, vi farò il mio debutto sempre grazie all'invito del m. Triola in un titolo di punta: Francesca da Rimini di Saverio Mercadante, data in prima rappresentazione mondiale. Senza dubbio è una responsabilità essere tra i primi interpreti, ma anche un grande onore e orgoglio.

Ecco, parliamo proprio di questa prima esecuzione assoluta: Francesca da Rimini di Mercadante, opera del 1830-31, completata in ogni parte eppure mai eseguita, anzi creduta perduta fino al ritrovamento dell’autografo un paio d’anni fa. Che ruolo è quello di Guido, padre comprensivo di Francesca (soprano) e affidato appunto alla voce di basso?

Da un punto di vista vocale Guido ha una scrittura che si avvicina molto a quella che può essere ad esempio di Oroveso nella Norma o di Raimondo in Lucia di Lammermoor: parliamo quindi di belcanto, scrittura completamente diversa dal repertorio affrontato da me fino a questo momento.

Inizialmente l'approccio è stato molto complesso e mi ha richiesto un impegno intenso fatto di studio e determinazione per riuscire a risolvere il tutto.  Non nascondo, però, che alla fine mi è stato veramente molto utile, anche per iniziare ad avvicinare e aprirmi a nuove prospettive verso questo tipo di vocalità: il canto d'altronde è una continua scoperta in cui non si smette mai di imparare.

Da un punto di vista teatrale invece, anche se l'opera non è del tutto fedele al racconto di Dante, è stato inevitabile per ovvi motivi rifarsi a questo.

La sua figura infatti, seppure in maniera indiretta, è citata più volte nella Commedia; l'episodio però che lo riguarda maggiormente è senza dubbio quello del Quinto canto in cui Dante, appunto, incontra Paolo e Francesca, figlia di Guido: questi per consolidare un'alleanza con i Malatesta di Rimini la dà in sposa a Giangiotto (Lanciotto), anche se, come tutti sappiamo, tra Francesca e suo cognato Paolo nasce poi un amore segreto che li porterà "a una morte". Teatralmente Guido da Polenta è quindi un padre sicuramente premuroso, nonostante il suo passato da condottiero gli faccia assumere in alcuni momenti toni addirittura drammatici.

E come sono andate le prove con il maestro Luisi?

Ero molto felice, ma anche molto emozionato nel saper di lavorare con un maestro del calibro di Fabio Luisi, uno dei più importanti direttori del panorama mondiale. Lui da par suo, fin dalla prima prova, ci ha messo tutti a nostro agio, sapendo rispettare le vocalità di ciascun interprete (cosa  alquanto rara!): è senza dubbio un vero signore sia artisticamente sia umanamente e mi reputo molto fortunato perché oggi non è facile incontrare persone così. Spero di avere presto altre occasioni per lavorare di nuovo insieme.

Il personaggio di Guido segna – oltre che sul piano musicale – anche  a livello drammaturgico una sorta di ponte dal Capellio belliniano verso le figure di “padri” decisamente più articolate (e controverse) che troveremo in Verdi.

Come è l’impostazione che Pier Luigi Pizzi sta dando al tuo personaggio e all’opera?

Che altro si può dire del maestro Pizzi, vera e propria istituzione del teatro, della scenografia e del costume, nonché pietra miliare del panorama operistico internazionale?  Anche lui una persona straordinaria, con una cultura immensa, che col suo grande spirito e la sua genialità ha cercato in ogni personaggio, e di conseguenza in ogni artista, il modo di rendere il tutto magico e irripetibile.

In questa opera realizzato una corispondenza registica con tutto ciò che troviamo nella partitura di Mercadante, rendendo perfettamente il personaggio in accordo con il testo. Abbiamo costruito, così, una figura molto presente, molto forte, ma nello stesso tempo molto preoccupata per le sorti della figlia.

Dopo Martina Franca passerai da un personaggio nobile al più laido dei bassi: Sparafucile. L’occasione per sfoggiare il tuo Fa grave, nel registro forse più stupefacente della tua vocalità.

Si, finalmente debutterò il prossimo novembre, al Teatro Comunale di Bologna e con la direzione del maestro Renato Palumbo, questo ruolo che mi ha sempre affascinato e che tutti i più grandi bassi hanno voluto interpretare. Il riferimento nell'immaginario collettivo, che costituisce quindi uno dei momenti più attesi, è proprio quel Fa grave che conclude il primo duetto tra Sparafucile e Rigoletto, occasione certo in cui ogni basso può sfoggiarne la personale potenzialità.

Non dimentichiamoci però che  Sparafucile  durante il terzetto con Maddalena e Gilda del III atto tocca anche il Fa# acuto, segno che il basso deve avere certo le note gravi come fiore all'occhiello, ma deve anche curare nello stesso tempo tutta l'estensione. È per questo che quotidianamente mi concentro su tutta la tessitura, tenendo fede a quello che mi ha insegnato il mio maestro: "mai studiare su una singola nota, ma partire dalle fondamenti per avere un grattacielo forte e robusto". Ricordo che anche Nicolai Ghiaurov diceva che tutto è importante, ma il centro è la vera voce, mentre gli acuti e i gravi sono il "dessert".

E, giusto per non farsi mancare mai il dessert, ovvero Fa e Fa#, tornerai poi a cantare Sarastro al Regio di Torino, ruolo che hai già debuttato con grande successo al Teatro Massimo di Palermo: si può dire che ogni tanto chi scrittura i cantanti ha le orecchie!

Eh! Diciamo che sono stato fortunato a incontrare fin da subito persone che hanno creduto nelle mie qualità e di cui ricambio con piacere la stima.

Di Sarastro posso dirti che è un personaggio a cui sono legato con particolare affetto perché la sua aria "O Isis und Osiris" è stata la prima che ho affrontatp quando ho iniziato a studiare canto. Potete immaginare quindi la grande soddisfazione a distanza di anni, quando ho interpretato per intero questo magnifico ruolo - nobile, ma nello stesso tempo ieratico - che da sempre mi ha affascinato.

Dopo averlo debuttato lo scorso ottobre in un teatro importante come quello di Palermo sotto la direzione del m. Gabriele Ferro e con la regia del m. Roberto Andò, riprenderò, come hai detto, questo stesso allestimento l'anno prossimo al Teatro Regio di Torino diretto da un altro grande interprete mozartiano: il m. Asher Fish.

Rimanendo al tuo frequentatissimo Mozart – il Commendatore ha segnato praticamente l’inizio della carriera – spiace non averti ancora ascoltato come Osmin in Die Entführung aus dem Serail.

È vero, agli inizi il Commendatore ha "segnato la mia carriera", avendolo interpretato in varie produzioni e indubbiamente il confronto col dissoluto punito Don Giovanni nella grande scena finale è stato ogni volta per me molto toccante.

Per quanto riguarda Osmin posso invece annunciarti che lo farò prestissimo (Gennaio 2017) prima al Teatro Mario del Monaco di Treviso e poi nella ripresa al Teatro Comunale di Ferrara, nella produzione di Robert Driver proveniente da Philadelphia ...e non vedo proprio l'ora di cantarlo! Osmin è veramente un personaggio intrigante: guardiano del serraglio che si esprime a volte con un linguaggio colorito e popolare, è in certi momenti veramente impervio vocalmente. La famosa aria del II atto, per esempio, richiede una grande estensione dal Fa acuto fino a quel Re grave che, tenuto per ben otto battute, è tra i momenti più attesi di tutta questa parte.

Per tornare a Verdi non possiamo non parlare dei grandi personaggi che Verdi ha dedicato alla tua vocalità: cosa ci vuoi dire a riguardo?

Per quanto non mi piaccia etichettarmi e preferisca che lo facciano i veri esperti dell'opera... Verdi è sicuramente il mio compositore preferito,  in cui la voce mi risponde veramente bene e nella cui scrittura mi sento molto a mio agio.

Ho potuto constatare questo di recente, quando ho preparato con molta cura uno dei ruoli che mi appassionano di più: il Ramfis nell'Aida, che debutterò il prossimo Ottobre al Teatro Coccia di Novara con la direzione del M. Matteo Beltrami e la regia del M. Paolo Gavazzeni; ritornerò poi a cantarlo al Teatro Comunale di Bologna nel '17.

Contemporaneamente ho preparato anche un altro grande capolavoro di Verdi, la Messa da Requiem, che canterò a praga nel prossimo autunno: una parte assolutamente toccante, caratterizzata da momenti più lirici e passaggi più scopertamente drammatici come il Mors stupebit, in cui bisogna dare grande senso alla parola cantata.

Ma ci sono tanti altri ruoli verdiani che ho già studiato e che spero di cantare presto, tra cui Banco (Macbeth), Jacopo Fiesco (Simon Boccanegra) Massimiliano ( I masnadieri) Padre Guardiano (La forza del destino) Silva (Ernani), per poi magari con una maggior maturita' ed esperienza arrivare a Filippo II del Don Carlo e Zaccaria del Nabucco, veri  sogni e punti di arrivo per ogni basso.

E allora non rimane che tenerti sott’occhio (e sotto orecchio) in tutti questi prossimi impegni. Ad maiora.

 


 

 

 
 
 

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