L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Leggere nella musica

 di Roberta Pedrotti

Fra le ultime recite di Un ballo in maschera al Teatro di San Carlo di Napoli, Luca Salsi è disponibile per una chiacchierata telefonica in vista del suo recital solistico alla Scala, lunedì 4 marzo. Un appuntamento importante, nel quale il baritono presenterà un programma davvero particolare, ricco di rarità, come già s'intuisce leggendo in locandina, fra i compositori, i nomi di Giovanni Battista Belletti, Fabio Campana, Ciro Pinzuti e Giuseppe Carpani. Quest'ultimo è noto soprattutto come librettista (Nina o sia la pazza per amore) e scrittore (le Haydniane e le Rossiniane), ma non come compositore.

«Devo ringraziare moltissimo la mia pianista, Beatrice Benzi, che ha svolto uno straordinario lavoro di ricerca, scovando un repertorio pressoché inedito. Per Carpani, è stato davvero una sorpresa trovare la sua versione di “In questa tomba oscura” [brano di cui firmò anche i versi], che conosciamo tutti nell'intonazione di Beethoven. Beatrice mi ha proposto anche quella musicata da Salieri e penso che sarà interessante aprire il programma con il confronto fra queste tre versioni dello stesso testo.»

Fa davvero piacere vedere un programma originale, con rarità e riscoperte anche nel repertorio cameristico italiano, troppo spesso sottovalutato e ridotto alla solita manciata di brani più famosi.

«Ci tenevo a preparare qualcosa di speciale per la Scala, che per me resta veramente il più grande, vero tempio della lirica mondiale. Abbiamo lavorato sul filone musica-poesia, con testi di Boccaccio e Petrarca, o il sonetto di Dante musicato da Campana e Pinsuti.»

Autori di cui, peraltro, si conosce pochissimo, anche se hanno avuto discrete carriere all'estero come compositori o direttori. E poi c'è Belletti: un baritono che visse soprattutto fra la Svezia e Londra, protetto da Jenny Lind ma praticamente ignoto in Italia.

«Belletti scrisse e cantò lui stesso queste arie, che nessun altro ha ripreso e sono state dimenticate. Sono difficili, molto acute, ma, devo dire, di grande valore, di sapore quasi belliniano: Malinconia, sullo stesso testo della “ninfa gentile” del Catanese, oserei dire che mi pare perfino più bella! Poi, nella seconda parte del concerto, proseguiremo fino al Verismo, fino a Mascagni, Leoncavallo, Cilea... Alla fine Verdi non poteva mancare.»

Un po' un ritorno a casa?

«In un certo senso sì, non potevo non rendere omaggio a Verdi e con Il brindisi possiamo chiudere il programma in modo anche brillante, ma sarà presente con solo due arie in un programma molto impegnativo: quasi un'ora e mezza di musica, che, tuttavia, penso sia organizzata bene, dando anche a me la possibilità di passare gradualmente dalla fine del '700 all'inizio del '900. Spero che anche il pubblico apprezzerà.»

Trattandosi di un programma con testi anche importanti di grandi poeti, qual è l'approccio alla parola cantata?

«Naturalmente ho studiato con molta attenzione, analizzando tutto “come a scuola”, ma se posso aver sottolineare magari in modo particolare una parola o un'espressione lo faccio sempre seguendo la musica. Penso che tutto si trovi nel modo in cui i compositori l'hanno musicato. Non c'è nulla da aggiungere, se non rispettare l'intenzione dell'autore.»

Quello del rispetto del testo, dell'autore è un tema che ricorre conversando di musica con Luca Salsi per cui è fondamentale che un cantante oggi sia «un interprete completo, che faccia anche teatro».

«Con ogni autore bisogna prestare la massima attenzione a quel che è scritto – sottolinea – ma questo non vuol dire limitarsi a leggere e ripetere: bisogna capire. È il metodo di Muti: lavorare con lui è stato molto importante per me, ma non solo per una questione di carriera. È ovvio che il suo apprezzamento sia uno straordinario biglietto da visita, offra molte occasioni e una grande visibilità, ma c'è qualcosa di più importante. Ricordo la prima prova che ho fatto con lui, l'opera era I due Foscari e ovviamente mi ero preparato benissimo, cantai l'entrata del doge precisamente come è scritta. Lui mi fermò: “Sa perché è scritta così, l'accento, la durata delle note?” No, non lo sapevo. Era per mostrare che il Doge teme il Consiglio dei Dieci, che teme per la vita del figlio, per dargli tempo di sfumare la nota, di esprimere questo sentimento. Ogni dettaglio fa teatro, crea il personaggio.»

«Penso a Rigoletto, un personaggio che ho studiato e continuo a studiare come penso ogni baritono, ma che non affronto se non in rarissimi casi proprio perché lo trovo veramente di straordinaria difficoltà. Bene, in Rigoletto, in “Pari siamo”, abbiamo il protagonista che ha appena parlato con un sicario, che si avvicina di soppiatto alla casa che nessuno deve conoscere, di notte... Ha senso chiuso come è scritto, piano, discendente, non con l'acuto, anche se strappa l'applauso. Noi non siamo lì a fare un'esibizione circense. E con questo non dico che le puntature acute si debbano evitare per forza: in “Sì, vendetta” come esplosione di rabbia ci può stare, anche se non si dovrebbe far perdere l'importanza della frase della tromba. Però lì l'acuto effettivamente può avere un senso.»

La scelta dell'interprete, insomma, deve essere ben consapevole, e per ribadirlo Salsi ci parla del manoscritto verdiano in cui Rigoletto non risponde “Chissà” ma “Chi sa?” al “Peggio per voi” di Sparafucile: «e il senso è ben diverso, non è vago, ma più mirato, insinuante.»

Un lavoro musicale che bada alle ragioni del testo ed evita l'effetto gratuito è particolarmente prezioso contro gli abusi di cui ha sofferto il Verismo, e l'abbiamo apprezzato nel Carlo Gérard di Andrea Chénier a Monaco come alla Scala.

«Tengo molto a seguire questi principi in tutto ciò che canto e mi fa piacere che sia venuto fuori in Gérard. Sto cominciando a cantare anche il Verismo e questa è la strada che ritengo giusta e voglio seguire. Allo stesso modo, per esempio, voglio che emerga in Scarpia. Ho sempre sentito, anche da grandissimi del passato, “Un tal baccano in chiesa” forte, con le note tenute. Eppure come è scritto, secco, con la croma finale, ha tutto un altro significato: in chiesa Scarpia non urla, impone silenzio in modo perentorio. Quando cantai Tosca a Roma, andai a visitare la chiesa di Sant'Andrea della Valle. Era piena di turisti che chiacchieravano e pensavo che se avessi voluto farli tacere con una nota tenuta a piena voce avrei fatto chiasso e non avrei ottenuto nessun effetto: avrei fatto ridere. Come lo ha scritto Puccini è il modo giusto. Scarpia non canta molto, solo per metà del primo atto e nel secondo, ma bisogna fare molta attenzione, perché la grandezza del personaggio è nei dettagli.»

A proposito di Puccini, fra i desiderata di Luca Salsi c'è Michele nel Tabarro: «Mi piacerebbe molto cantarlo, ma è difficile che non lo si abbini a Gianni Schicchi che, invece, non sento molto affine alle mie corde, pur avendolo già affrontato in passato. Un altro personaggio che m'interessa è Barnaba nella Gioconda e in generale sono attratto dal repertorio meno frequentato contemporaneo a Verdi e Puccini, ci sono molte opere che mi piacerebbe affrontare e magari riscoprire. E poi, devo dire, sarei felice di riprendere il Figaro di Rossini: non lo canto dalle recite del 2011 a Parma e ogni tanto lo riprendo in mano e non solo mi divertirei a rifarlo, ma penso che faccia anche bene alla voce tornare di tanto in tanto al belcanto per mantenere l'elasticità, la leggerezza dell'emissione sul fiato, la brillantezza del suono.»

A proposito di Rossini, il pensiero corre ai primi ascolti di Luca Salsi in teatro, quando era un giovanissimo baritono dalle qualità appariscenti che faceva intravedere un futuro in altro repertorio. Lo ricordo, oltre che notevole Valentin nel Faust al Regio di Parma, Figaro nell'opera di Mozart con l'AsLiCo, lo ricordo fra gli allievi dell'Accademia Rossiniana di Pesaro nel 1999. «Una bellissima esperienza – conferma – con bravissimi colleghi.» Sì, fu un anno davvero fortunato per i baritoni, che oltre a Salsi contavano anche Giorgio Caoduro e Nicola Alaimo «e non dimentichiamo gli altri, come Mariola Cantarero! Facemmo Le comte Ory in forma di concerto e fu davvero molto utile. La formazione con il belcanto è fondamentale per lo stile e perché impone di cantare sul fiato, di non appesantire l'emissione, di usare la vera mezzavoce. Questa è una cosa a cui tengo molto e a cui ho sempre lavorato con il mio insegnante: usare sempre la vera mezzavoce e non il falsetto.»

Parlando dei suoi inizi, però, c'è un punto su cui Luca Salsi si sofferma in particolare: «Il guaio è che oggi non esiste più la provincia; i piccoli teatri dove un giovane poteva fare la gavetta e preparare il repertorio non esistono più. Credo che non esista più nemmeno il teatro dove anch'io ho debuttato! Così capita che si brucino le tappe, si affronti subito un repertorio troppo pesante in grandi teatri e così anche voci stupende rischiano di durare pochi anni.»

Un tasto dolente, questo, tanto più se a parlarne è chi, poco più che quarantenne, ha già consolidato una meritata ascesa senza bruciare le tappe e mostrando una continua crescita anche artistica. Ha le idee chiare, Luca Salsi, non solo come interprete, ma anche nell'affermare una netta distinzione fra la sfera pubblica e quella privata: non ama i social network, da qualche tempo se ne tiene lontano e non ne sente la mancanza. L'essere un cantante moderno, d'altra parte, si misura nell'approccio alla musica e al palcoscenico, non alla ribalta virtuale.

Impossibile, allora, non parlare di Macbeth, forse il personaggio che meglio lo rappresenta come artista e di cui ha più volte portato sulle scene con grande successo entrambe le versioni, quella fiorentina del 1847 e quella parigina del 1865.

«Macbeth è forse il personaggio che canto di più, quello in cui mi trovo meglio, anche per aver affrontato più volte le due versioni anche in spettacoli molto diversi, da quello i Vick, con il suo precipitare nella dissoluzione morale e nella violenza fino al delirio, alla Pergola nel 2013 (prima versione) all'ultimo di Michieletto a Venezia (seconda versione). Ogni regista aggiunge qualcosa di nuovo e forse un giorno troverò l'occasione che riunisca tutte queste idee. Devo dire che la visione di Damiano, così incentrata sulla paternità mi ha molto colpito, perché era la prima volta che vedevo affrontata questa questione e penso che sia uno spunto che porterò con me nei miei Macbeth futuri. È vero che in lui c'è questo senso di vuoto e quasi un'ossessione verso la progenie di Banco, lui ha conquistato il potere ma con lui finisce tutto. È un personaggio molto solo e nella prima versione questo è enfatizzato, tra l'altro con un impegno molto maggiore perché la parte oltre a essere più lunga è anche più acuta. Il monologo finale, poi è stupendo. Fosse per me, lo inserirei anche nella seconda versione, invece di far sparire Macbeth così rapidamente nella battaglia. “Pietà, rispetto, onore” è quasi troppo bello come congedo: è in “Mal per me che m'affidai” che si tirano le somme del personaggio, che si chiude la parabola della sua solitudine.»

Macbeth è senz'altro un banco di prova perfetto per un cantante moderno che, come ribadisce anche Salsi, dev'essere «attore e interprete» e saper cogliere «fraseggio e colori in quel che è scritto». Anche qui la scuola del Belcanto può essere utile per quella consapevolezza necessaria nello studio della partitura secondo il “metodo Muti”: d'altra parte, Verdi scrive per cantanti che avevano in repertorio le opere di Bellini e Donizetti, è da questo mondo che si muove.

«Senz'altro Verdi prende dal Belcanto, ma ci aggiunge un po' di sangue parmigiano, un po' di Lambrusco.» Scherza Luca Salsi prima di rimarcare che l'aver cantato Bellini e Donizetti sia stato il naturale avvicinamento al primo Verdi: «Non c'è grande differenza rispetto a Seid del Corsaro o Rolando della Battaglia di Legnano.»

Quindi, se capitasse l'occasione di un Belisario o di un Poliuto lo canterebbe?

«Certo! Anzi, Poliuto l'avrei dovuto cantare proprio un anno fa, ma la prima sarebbe stata troppo vicina alla fine delle repliche di Andrea Chénier alla Scala e penso che repertorio così diversi vadano alternati dal giusto periodo di riposo. In realtà io non sono uno che canta moltissimo, in genere una quarantina di recite all'anno, anche se forse si ha l'impressione che il mio calendario sia più fitto perché lavoro molto in teatri importanti e quindi sotto i riflettori. E poi sono capitati episodi estremi, ma si è trattato di imprevisti, emergenze, di sostituzioni dell'ultimo momento, come le due recite in un giorno solo al Met o quest'autunno, fra i Macbeth di Parma e Venezia, l'Ernani alla Scala, un teatro che mi ha dato tanto, dove torno sempre volentieri e che amo in modo particolare.»

Appuntamento, allora, alla Scala, ma anche a Parigi, Chicago, Barcellona, Salisburgo e New York, non solo nel segno di Verdi.