L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Gilda e l'oscurità

di Francesco Bertini

Tre anni fa un'indisposizione costrinse Jessica Pratt a rinunciare alla produzione di Rigoletto a Padova. Fortunatamente il teatro si è assicurato la sua presenza per questa ripresa nell'anno verdiano e il soprano si conferma grandissima interprete, principale motivo d'interesse e di successo dello spettacolo. Sotto la buona direzione di Giampaolo Bisanti, il resto del cast mostra invece qualche limite. Stefano Poda, autore unico della parte visiva, sembra concentrarsi su un'istallazione scenografica nella quale gli attori-cantanti si inseriscono in punta di piedi.

PADOVA, 18 ottobre 2013 - Presentato in chiusura della stagione lirica 2010, viene ora riproposto, nel Teatro Verdi di Padova, l’allestimento di Rigoletto che tanto fece parlare tre anni fa. La messinscena, interamente curata da Stefano Poda (regista, scenografo, costumista e light designer), dà vita a uno spettacolo che critica e confuta i punti di riferimento del pubblico, fino a renderne spesso ostica la comprensione. L’assodato di un’opera, tra le più note del catalogo verdiano e dell’intera storia musicale, abbandona, nell’interpretazione di Poda, i canoni della consuetudine per ampliare il ventaglio dei significati in una lettura profondamente imbevuta del contrasto bene-male e della fragilità umana. Il regista si avvale della danza giapponese butoh, nota come “danza delle tenebre”, appropriandosi delle smorfie grottesche e dell’alternanza di movimenti lenti e improvvisamente convulsi per risaltare e condannare la negatività, foriera di cinismo e violenza, della vicenda tratta dal dramma Le roi s’amuse di Victor Hugo. Lo spazio scenico poggia, quasi interamente, su una pedana circolare che ospita quattro ambientazioni ben distinte. Tre sono dominate dall’oscurità di una corte, cosparsa di teche anatomiche e corpi martirizzati, che ben riassume la decadenza dovuta alla dissolutezza morale, accostata ad elementi malinconici quali la antiche rovine romane, mentre la quarta è completamente bianca come l’inesperienza e la buonafede di Gilda che vive protetta tra le mura della candida prigione, dalla quale uscirà solo dopo essere stata contaminata dal mondo, fino all’estremo sacrificio della vita. A fronte dell’impatto visivo, fortemente legato alla pittura classica, con il gioco intenso di chiaroscuri, vi è una preponderante staticità degli interpreti i quali tendono a perdere l’individualità, svuotati come marionette, fino ad essere mossi a discrezione del regista. Questa scelta snatura i personaggi facendo perdere di vista le caratteristiche delle relazioni interpersonali e l’umanità degli individui. Lo spettatore ha la sensazione che la vera protagonista sia la scenografia nella quale si inseriscono in punta di piedi gli attori-cantanti.

Tre anni fa l’annunciata Jessica Pratt dovette abbandonare la produzione a causa di un’indisposizione. Fortunatamente quest’anno è stata di nuovo ingaggiata: “fortunatamente” perché il soprano australiano ha maturato una consapevolezza dei propri mezzi tale da rendere la prestazione affidabile e accurata. La sua Gilda appare scenicamente umana, dotata di personalità compiuta, vocalmente prodiga di colori, grazie a un fraseggio udibilmente accresciuto in qualità, nonché attenta all’emissione, madreperlacea per luminosità. La Pratt non teme il registro acuto e sopracuto, dove sfoggia sicurezza comprovata da frequenti puntature, ma nemmeno la zona centrale, sonora e timbrata. Il successo della protagonista femminile si scontra con la prova inadeguata del baritono impegnato nel title role. Il rumeno Ionut Pascu, giunto per sostituire l’annunciato Vitaliy Bilyy, ha una linea di canto che si impone unicamente per il volume, salvo poi molti suoni “indietro”. L’intonazione, problematica per l’intera recita, è pure peggiorata da emissioni gutturali, fraseggio disarticolato e scarsa credibilità scenica. A breve distanza dalla produzione di Lucrezia Borgia torna in scena a Padova il tenore Paolo Fanale. Il ruolo del Duca di Mantova conferma quanto detto in occasione del titolo donizettiano. Il cantante italiano è naturalmente dotato di timbro solare e luminoso ma l’opera verdiana lo pone in difficoltà, crescente durante la recita. Nella tessitura acuta si percepisce una certa tensione che si ripercuote sulla buona resa del personaggio e sulla prestazione scenica. Benché Mirco Palazzi possegga uno strumento dal timbro nobile, all’apparenza poco in sintonia con il bieco Sparafucile, si inserisce compiutamente nel tetro contesto voluto da Poda. Salvo alcune inefficacie attoriali, il basso affronta il ruolo correttamente. Al contrario Daniela Innamorati è una Maddalena energica in scena, molto ben calata nella parte, ma la vocalità ha perso lo smalto delle interpretazioni passate. Si segnalano, tra gli altri cantanti, Abramo Rosalen, Il conte di Monterone, e William Corrò, Marullo. A completare il cast Milena Josipovic, Giovanna, Orfeo Zanetti, Matteo Borsa, Francesco Milanese, Il conte di Ceprano, Alessandra Caruccio, La contessa di Ceprano, Caterina Sartori, Un paggio della Duchessa, e Luigi Varotto, Un usciere di corte. Nuovamente, come in occasione della Borgia, il Coro Città di Padova, preparato da Dino Zambello, ha manifestato sbilanciamenti e disomogeneità, specie per quanto riguarda l’intonazione. L’Orchestra di Padova e del Veneto ha replicato invece un’esecuzione credibile, nonostante alcune imprecisioni soprattutto tra gli archi. Mentore di una prova efficace è stato Giampaolo Bisanti che conferma la sua collaudata sensibilità verdiana fatta di oculate scelte dinamiche e agogiche. Solo in alcune occasioni si è notato qualche scollamento con il palcoscenico che probabilmente è stato messo in difficoltà, nella visione delle indicazioni direttoriali, dall’impianto scenico. Lo spettacolo è coprodotto con il Comune di Bassano del Grappa dove approderà nelle due date dell’8 e 11 novembre.


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