L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

martha argerich, janine jansen, mischa maisky

I magnifici tre

 di Stefano Ceccarelli

Applauditissimo il concerto dei magnifici tre, Martha Argerich, Mischa Maisky e Janine Jansen, all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Il programma è ben dosato: due brani per due solisti (la Argerich si alterna con Maisky e Jansen), la Sonata n. 2 per violoncello e pianoforte in sol minore op. 5 n. 2 di L. van Beethoven e la Sonata n. 1 per violino e pianoforte in la minore op. 105 di R. Schumann; e due trii, il Trio n. 2 in mi minore op. 67 di D. Šostakovič e il Trio n. 1 in re minore op. 49 di F. Mendelssohn Bartholdy.

ROMA, 12 febbraio 2018 –La folla già freme prima dell’ingresso dei tre grandi artisti. Due, anzi, sono già autentiche leggende: Martha Argerich, Mischa Maisky, accompagnati dalla più giovane Janine Jansen. La sala Santa Cecilia è pienissima, carica di grandi attese. Fanno il loro ingresso la Argerich e Maisky per suonare la Seconda sonata per violoncello e pianoforte di Beethoven. Si tratta di un pezzo che hanno già inciso assieme per la prestigiosa Deutsche Grammophon: si conoscono l’un l’altra perfettamente, creando un’atmosfera, un timing incredibile. Il suono è pieno, ma non calcato, espressivo, senza risultare ridondante. Dopo il meditativo Adagio sostenuto ed espressivo, attaccano l’imponente Allegro molto, più tosto presto, dove la dolcezza dei guizzi melodici del pianoforte si accompagna alle frasi virtuosistiche, ma cantabili, del violoncello. Armonia regna anche nel Rondò, che si lascia apprezzare per pulizia e brillantezza. Il pubblico è già in delirio. Entra, ora, anche Janine Jansen, per il Secondo trio di Šostakovič. Impressionante l’atmosfera che il trio riesce a creare nel mesto e lagunare inizio dell’Andante: la Jansen ha un suono molto tondo, un po’ più deciso del celeberrimo Oistrakh, che risultava qui spettrale, come si può ancora ascoltare nell’incisione ‘di riferimento’ con il compositore stesso al pianoforte e Miloš Sadlo al violoncello (1947). Lo sviluppo è eccellente: dinamiche, colori, respiri. Tutto è straordinario, percependosi bene quell’aura di tristezza funerea che pervade buona parte del pezzo (dedicato alla scomparsa di Sollertinskij, amico del compositore). Quell’ironia grottesca (qui, quasi, sardonica) che informa lo Scherzo (II), con i suoi ritmi ostinati e vagamente spagnoleggianti, è resa ottimamente dal trio. La Argerich inizia il Largo (III)quasi come se stesse suonando un organo: gli accordi penetrano, ben affondati, il silenzio della sala, accordi sopra i quali si intersecano due elegie apparentemente diverse, ma narranti la stessa tristezza, quelle dei due archi solisti. L’inquieto Allegro (IV) emerge in tutta la sua ambigua ironia nello staccato e nel magistrale dialogo in pizzicato degli archi: su quest’ostinazione si procede, con vago sapore orientale, in un dialogo di franti accessi melodici dei tre strumenti. Il tutto si spegne nell’ ‘ebraico’ adagio, allucinato: i tre sanno rendere ogni passaggio con incredibile carattere, musicalità, tatto. L’intesa è superba e gli applausi sono scroscianti.

Il secondo tempo incomincia con la Prima sonata per violino e pianoforte di Schumann. L’ultimo Schumann aveva scoperto nelle possibilità del violino una tavolozza incredibile di colori. La sonata ne sfrutta soprattutto il registro mediano: nel Mit leidenschaftlichem Ausdruck il suono vibrato e polposo della Jansen risveglia tutta la carica sentimentale della franta melodia, di cui l’accompagnamento pianistico, delicato e vagamente sentimentale, della Argerich amplifica immensamente la potenza espressiva. Semplicemente stupendo l’Allegretto (II), in cui Argerich e Jansen hanno un’intesa perfetta, rendendo come meglio non si potrebbe il caldo colore del brano, quel senso di quasi fulminea gioia che intervalla i due movimenti laterali. Il Lebhaft ci fa ritornare a una dimensione più brunita e schumanniana: Argerich e Jansen cambiano subito tavolozza di colori, immergendosi in questa tempesta interiore schumanniana. Il risultato è splendido. Ancora applausi per loro. Conclude il concerto il monumentale Primo Trio di Mendelssohn, già salutato con fervore, al suo primo apparire, dal recensore Schumann. I tre interpreti sono, ancora una volta, semplicemente straordinari: il vago abbandono, lirico, inteso, profondo del Molto allegro agitato (I) trascolora nell’intensa cantabilità dell’Andante con moto tranquillo (II), in cui gli interpreti sanno dosare un volume perfetto nelle sovrapposizioni e nell’intersecarsi del discorso melodico e armonico. Dal fresco spumeggiare di uno Scherzo (III) tipicamente mendelssohniano, gli interpreti chiudono con un Allegro assai appassionato (IV) intenso, con respiri e accenti ben scanditi. Gli applausi piovono da ogni dove. I magnifici tre si congedano col Duett (III)dai Fantasiestücke di Schumann. Una standing ovation chiude il concerto.


 

 

 
 
 

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