L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Le intermittenze della morte

di Roberta Pedrotti

Carlo Vistoli e Sezione Aurea portano anche a Brescia il programma dedicato alle varie declinazioni delle pene amorose nella musica teatrale e vocale del Seicento veneziano. Fra Monteverdi e Laurenzi, Ferrari e Cavalli, intorno all'ideale del recitar cantando, nell'arte trionfano i sensi di fronte alla precarietà dell'esistenza.

BRESCIA, 20 ottobre 2020 - Centootto anni fa un'epidemia di colera era la cornice di Der Tod in Venedig di Thomas Mann, da cui nel 1973 Britten avrebbe tratto l'opera Death in Venice (con una bella parte per controtenore, tra l'altro). Nel 1835, sempre per un'epidemia di colera, saltava la prima napoletana dei Puritani con Maria Malibran e il blocco delle parti inviate da Bellini da Parigi si ripercuoterà per quasi due secoli sulla prassi esecutiva dell'opera. Nel 1637, quando il melodramma a Venezia diventa ufficialmente, da spettacolo di corte e d'accademia, spettacolo aperto al pubblico pagante, la peste manzoniana ha smesso da pochi anni di mietere vittime, sebbene intorno alla metà del secolo il riaffacciarsi del morbo insieme con altri travagli (l'insurrezione di Masaniello, un'eruzione del Vesuvio) complichi un poco l'arrivo – proprio dalla Serenissima - del nuovo genere di teatro musicale a Napoli, dove attecchirà comunque nel modo più felice.

Torniamo a Venezia e torniamo al Seicento, alle origini dell'opera che si insinuano fra gli ostacoli di guerre e pestilenze, rivolte, calamità e quarantene. Ci torniamo con un CD inciso in tempi serenamente ignari del futuro, uscito in pieno lockdown primaverile, rivoluzionato nel conseguente giro di concerti, che dopo la prima data al Ravenna Festival quest'estate sono balzati direttamente in Lombardia, per una serata presentata dal Teatro Grande e dalle Settimane Barocche di Brescia. A distanza di quasi quattrocento anni, in un centro cittadino tempestato di alati leon e vestigia veneziane, nonché estrema dimora di Benedetto Marcello, poco ci allontana dai travagli di quel Seicento in cui si formava il metodo scientifico e brulicavano superstizioni, in cui perfino l'erudito Don Ferrante, prima di morirne, nega il contagio e formula fumose teorie.

Torniamo a Venezia – ammiccando a Napoli dove si danno dal 1650 L'incoronazione di Poppea e varie opere di Cavalli – per cantar nel melodramma, ma anche fuori dalle scene in brani autonomi, non di morte se non d'amore, e non solo nel lamento ma anche nell'ironia, nel sarcasmo, nella reazione sprezzante e ostentatamente gioiosa. Se le sorti dei mortali sono come le foglie, nella precarietà dell'esistenza ci si potrà ben rivolgere ad altri, fugaci e concretissimi sensi.

Che il CD Amor tiranno realizzato da Carlo Vistoli con Sezione aurea sia un gran bell'ascolto l'avevamo scritto già qualche mese fa [leggi la recensione]. Risentirlo dal vivo, in teatro, con la presenza in carne ed ossa è ancora un'altra cosa, e non solo perché il programma è leggermente variato, con qualche omissione (mancano Sacrati, Ceresini, Frescobaldi e Merula), ma anche novità come i due fuori programma: “Cielo sia con tua pace” di Ferrari e “Voglio di vita uscir” di Monteverdi. Alla riflessione della fruizione privata succede la condivisione di uno sviluppo drammaturgico dal monologo di Ottone nell'Incoronazione di Poppea ad ariose vaghezze dei monteverdiani “Ohimè ch'io cado” e Sì dolce è 'l tormento”, dal recitar cantando all'abbandono al canto, fra la malinconia, il dolore, la rabbia, lo scherno e il riscatto.

L'esplorazione degli sviluppi di una drammaturgia musicale trasversale, dei suoi continui scambi e rimbalzi dalla dimensione scenica a quella madrigalistica è una precisa costruzione anche vocale e timbrica. La voce di Vistoli è senz'altro omogenea, compatta, caratterizzata da una bella rotondità eloquente di stile italiano, ma in questa unità e proprio per la ricchezza e la sapiente costruzione di questa unità, dispiega nell'espressione una sorprendente molteplicità. Attacca “Cielo sia con tua pace” con una messa di voce morbida, sfumata e composta, d'aristocratica intensità, ma il suo declamato, così ben plasmato nel testo, non disdegna ombreggiature che si direbbero perfino baritenorili, se non fosse pure imprescindibile la continuità di un colore cangiante, chiaroscurato eppure sempre riconoscibile fino ai bagliori più acuminati del registro acuto. Tutto nella giusta misura del movimentatissimo dispiegarsi d'affetti – e relative figurazioni musicali – della poetica seicentesca. Nondimeno, il suono della Sezione Aurea con Filippo Pontieri concertatore al cembalo trova nella relativa omogeneità di voci – archi, chitarra o tiorba, organo o cembalo – la giusta proporzione di colori e articolazioni in relazione al canto, mettendosi anche in luce autonomamente nella Canzon a tre con due violini e violoncino di Francesco Cavalli.

Il pubblico è attento, non interrompe le scene o i blocchi distinti per autore, applaude con calore crescente come cresce la temperatura dall'impegno riflessivo del monologo all'espansione più liricamente libera. Peccato solo che il distanziamento diluisca il senso di contatto e intimità che un programma come questo avrebbe senz'altro come ambiente naturale. Ma a Venezia, a Napoli, ovunque, l'opera ha sempre dovuto fare i conti con ostacoli e minacce, che, tuttavia, non l'hanno mai fermata, al massimo sospesa o rallentata. Dopotutto, José Saramago ha scritto un romanzo sulla Morte che si ferma e scopre la vita (e l'amore) assistendo a un concerto.


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