L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La Tragica

di Giuseppe Guggino

Programma assai intrigante quello che il Massimo di Palermo propone prima al Teatro Bellini di Catania e poi in casa, accostando Aldo Clementi allo Schubert della Tragica, dopo aver inanellato quattro sinfonie giovanili belliniane. Sul podio Gabriele Ferro.

Palermo, 1 ottobre 2021 - Impaginato per il festival autunnale del Teatro Bellini di Catania e colà proposto in prima, approda in replica a Palermo l’intrigante programma che incastona quattro delle otto sinfonie giovanili di Bellini fra la Rapsodia per soprano e contralto del catanese Aldo Clementi e la coeva Tragica di Schubert. Assonanze ed antitesi ugualmente bilanciate si combinano sotto la mano di Gabriele Ferro che avvia la serata dal lavoro che commissionò egli stesso a Clementi negli anni ’90, in veste di direttore musicale dello Staatsoper Stuttgart, e già affrontato in passato a Palermo, sia alla Sinfonica Siciliana che al Massimo. In quest’ultima occasione tocca a Gabriella Costa e Adriana Di Paola misurarsi coi frammenti del lied schubertiano Gretchen am Spinnrade , su un ordito strumentale atonale, cangiante per intensità, che a sua volta si sovrappone ai sinistri suoni collidenti di dodici carillons a motivi differenti azionati contemporaneamente.

Se la formazione del catanese Clementi avveniva all’ombra della lezione schoemberghiana, oltre un secolo prima il massimo compositore siciliano dell’Ottocento lasciava anch’egli la città nativa alla volta di Napoli per completare gli studi da cui derivano le quattro sinfonie in programma, prima della breve ma fulgidissima carriera operistica. La scuola napoletana impera in questi pezzi sin dalla forma, sempre bipartita con primo tempo lento e consecutio di carattere brillante.

La Seconda sinfonia, denominata Capriccio, si ascolta più volentieri per il bel tema del primo tempo, essendo il secondo un esercizio di canoni in cui le incertezze sulla condotta fanno intravedere solo sporadicamente la cifra belliniana. La Settima fa ben figurare gli archi dell’Orchestra nell’andante maestoso, mentre il secondo tempo offre pochi spunti d’originalità, rivelandosi studio haydiniano piuttosto accademico, su cui si innesta però un’anticipazione del coro del primo atto del Pirata. Il primo tempo della Terza sinfonia, in si bemolle maggiore, offre la ribalta ai legni del Massimo che la onorano con grande precisione, per poi cedere il passo ad un poco troppo spento secondo tempo, che fa ascoltare le versioni embrionali delle pagine buffe di Bonifacio nell’Adelson in alternanza al primo tema del duetto Imogene-Ernesto dal Pirata, proposto in maggiore e in minore, prima di un crescendo finale, anch’esso destinato al Pirata e una coda che si ritroverà tal quale a chiusa della stretta del duetto dei due bassi nei Puritani. Infine la Quarta conferma la gran cura esecutiva nel tempo lento mentre il secondo, caratterizzato dall’anticipazione di intere sezioni della sinfonia dell’Adelson e Salvini e dall’allegro del primo duetto Imogene-Gualtiero dal Pirata, mostra la compagine orchestrale priva di stimoli, con archi evanescenti e qualche sbavatura di troppo fra i fiati, sicché il confronto con l’incisione di queste sinfonie effettuata per la Sony una decina d’anni fa si rivela troppo impietoso per l’Orchestra del Massimo.

Nella seconda parte del concerto il programma si chiude ad anello ricollegandosi a Schubert, di cui si propone la Quarta sinfonia. Sarebbe interessante rileggere i quattro pannelli di questo splendido lavoro sinfonico, che di tragico – ad onta della denominazione autografa – sembra avere le appena ventuno battute iniziali, per poi tramutarsi nella massima espressione di vitalità di un diciannovenne già al pieno della maturità artistica. La vexata quaestio sullo Schubert classico o protoromantico appare superata da una lettura che pare farsi addirittura tardoromantica sin ricorso ad un organico di proporzioni bruckneriane, fino alle scelte agogiche di Ferro. Dopo un lutulento menuetto con delle trombe non troppo disciplinate, il gioco di rimandi fra le varie sezioni dell’orchestra nell’allegro risulta fin troppo privo di brio, sicché a conclusione del finale più sbrigativo dell’intero sinfonismo classico, il pubblico intorpidito pare ridestato dagli applausi, prima di guadagnare rapidamente l’uscita.


 

 

 
 
 

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