L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L'attimo fuggente

di Roberta Pedrotti

Nei teatri storici delle Marche si applaude un nuovo programma della Form. Benedetto Lupo solista al pianoforte e Alessandro Bonato sul podio declinano diverse sfumature del tempo nei linguaggi di Šostakovič e Ravel.

Fabriano 19 febbraio e Osimo 20 febbraio 2022 - La musica è l'arte del tempo, quella che più di ogni altra dà forma all'attimo fuggente che si può afferrare solo a costo della dannazione. Il momento che scorre ma non ha misura oggettiva, bensì durata, intensità, forma e colore plasmabili mai uguali a sé stessi, pur sulla medesima traccia. Sensi e sensazioni, non solo impalpabili nell'udito. La musica è l'arte del tempo e il tempo si fa spazio non solo a Montsalvat, ma anche in ogni luogo ne sia abitato. Nella regione dei cento teatri, le Marche, si va anche per ritrovare o scoprire platee, palchi, colonne, retroplachi nella loro relazione con il suono e le persone. La musica è un'esperienza fisica.

Per questa nuova tappa della stagione della Filarmonica marchigiana torniamo nel meraviglioso teatro Gentile da Fabriano, una di quelle sale che paiono avere un'anima, coccolano i concerti senza stucchevoli smancerie, restituendo un ascolto tanto avvolgente quanto nitido, in cui è evidente anche al pubblico che la medesima sensazione è condivisa da chi sta sul palco, che i musicisti possono ascoltarsi fra loro e trovare una sintesi che non in tutti i teatri è concessa. Il giorno dopo, si approfitta della replica a Osimo per visitare anche la Nuova Fenice, sala di fine Ottocento che pare influenzata da quelle di poco precedenti progettate da Luigi Poletti per Rimini e Fano. E l'acustica, tendenzialmente più secca, offre una prospettiva differente, così come le distanze ravvicinate.

Che musica vibra e vive, dunque, questa volta? Gli attimi fuggenti sono tutti novecenteschi: Šostakovič e Ravel; il quartetto op. 110 del primo trascritto come sinfonia per orchestra d'archi da Rudolf Baršaj, del secondo la Pavane pour une enfante defunte e il Concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra. Sul podio c'è Alessandro Bonato, solista Benedetto Lupo, abbinamento fortunato e confermato dopo il Secondo concerto di Brahms dello scorso ottobre.

Grazie anche agli ottimi interventi solistici della spalla Alessandro Cervo e del primo violoncello Alessandro Culiani, Šostakovič apre la serata nel migliore dei modi, con una lettura particolarmente ispirata in cui tutto pare necessario. Il rapporto, anche autobiografico, di citazioni e reminiscenze non diventa il pretesto per compiacimenti autoreferenziali, bensì struttura portante di un articolatissimo moto perpetuo di dinamiche e contrasti ben calibrati. Al procedere guardingo ma ben definito e sempre più tornito del primo Largo risponde inesorabile lo sferzare dell'Allegro molto e dell'Allegretto, tanto più tragico e potente quanto più è soppesato nello spessore e nel colore, dando adito alla logica conseguenza dei due Largo conclusivi, progressivo abbandono elevato con gusto poetico. Non è un caso che un silenzio sospeso, allo spegnersi della musica, sia il viatico di un calorosissimo applauso.

Dopo un approccio così sicuro e consapevole a Šostakovič, colpisce da parte di Bonato la capacità di passare con pari proprietà al linguaggio di Ravel. Costretto da una gamba ingessata a raggiungere il podio con le stampelle e dirigere seduto, non perde energia e slancio assertivo, nemmeno nel dipanare le differenze fra il lirismo tragico del sovietico e quello aristocratico del francese. L'equilibrio fra impressionismo e neoclassicismo della Pavane sta tutto nel lavoro sul colore e sul porgere naturalmente elegante. Sarà, poi, nel Concerto per pianoforte che l'esuberante virtuosismo orchestrale non cederà alla parcellizzazione in un divertissement di frammenti solistici, ma ribadirà un'altra faccia della medaglia di questo programma: la sferzata d'energia è vitalità anche gioiosa, sebbene nemmeno la gioia possa mai fare a meno del suo opposto. C'è continuità e logica nell'iniziale Allegramente, che tiene fede al suo nome con fraseggiare sciolto e scintillante definizione ritmica. Il filo d'Arianna è ben saldo anche nella libertà che Lupo ammanisce sempre con classe, suono madreperlaceo penetrante e definito nel legato e nel virtuosismo, verso un Adagio assai immateriale, come sospeso in una dimensione propria senza smarrire la via verso il travolgente Presto conclusivo. Travolgente, almeno, per chi siede in sala e si gode il controllo di una dinamica e di un'agogica in cui nulla è di troppo e nulla manca del giusto nerbo, come conferma ancora una volta la risposta pronta del pubblico.

Diverse sfaccettature, dolorose e gioiose, di una stessa vitalità trovano questa sera, sempre con gusto e intelligenza, diverse definizioni in tempi diversi: Largo, Adagio assai, Alelgramente, Allegro molto, Presto. Il tempo, ancora, che non può essere meccanico nemmeno in questa scala tenorica, ma rientra sempre in un senso, in rapporti interni, in variabili di metri, ritmi, dinamiche, accostamenti. Così, quando Benedetto Lupo concede un bis, sembra fatto apposta per continuare a concludere un cerchio: ancora la Pavane di Ravel, nella prima stesura pianistica. Il tempo è simile, ma non può essere lo stesso, perché al solista sono concessi altri colori e rubati inaccessibili all'orchestra, perché quell'attimo è fuggito e ora la musica, foss'anche quasi la stessa, dà forma a un altro. 


 

 

 
 
 

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