L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Ritorna vincitor!

 di Stefano Ceccarelli

Il Teatro dell’Opera di Roma mette in scena Aida di Giuseppe Verdi. Sul podio è il maestro Michele Mariotti, mentre la direzione scenica è affidata a Davide Livermore. I ruoli principali sono interpretati da Gregory Kunde (Radames), Krassimira Stoyanova (Aida), Ekaterina Semenchuk (Amneris) e Vladimir Stoyanov (Amonasro).

ROMA, 3 febbraio 2023 – Cosa serve per fare una bella Aida? Gli elefanti, forse? Un mozzafiato arredo scenografico? La risposta più corretta – al netto dei gusti di ognuno – è probabilmente: no. Non servono necessariamente tutte queste cose, almeno secondo il gusto contemporaneo; se ne può fare a meno, ma se ne deve fare a meno compensando con accortezza e intelligenza. Tale dovrebbe essere il compito di una buona e riuscita regia. Ed è forse bene iniziare proprio dalla regia per spaginare l’Aida ora in scena al Costanzi.

Questa Aida è affidata alle cure di Davide Livermore, che dimostra proprio come, grazie alla sapienza registica, si possa mettere in scena un’opera monumentale avvalendosi solo dei cantanti, del coro e di un esiguo corpo di ballo femminile, con l’aggiunta di poche comparse. Perché questo Livermore ha fatto: è stato in grado di ‘riempire’ molti dei quadri di Aida, quelli corali e pubblici, servendosi di ciò che aveva a disposizione. Lo aiutano le scene allestite dallo studio Giò Forma, che presentano come elemento monumentale e catalizzatore di attenzione un gigantesco cubo a schermo LED, grazie al quale viene caratterizzata di volta in volta la scena. L’idea di un solido geometrico che troneggia al centro del palco è già stata certamente esperita: si richiami alla memoria almeno il Macbeth di Vick alla Scala. Fare affidamento sostanzialmente su un unico elemento scenico per tutta l’opera sarebbe potuto essere rischioso, ma l’esecuzione delle animazioni progettate dallo studio Giò Forma è quasi sempre azzeccata, piacevole, a tratti stupefacente: si pensi alle fantasie dorate sui geroglifici ed i bassorilievi di cui abbondano le vestigia egizie. Ciò che – personalmente – ho trovato meno efficace sono le animazioni su figure umane, che svaniscono nella sabbia: un po’ didascalico, ove si abbia a disposizione, come fonte di ispirazione, un’intera cultura figurale come quella egizia. Al netto dei pareri estetici personali, comunque, le scene funzionano, anche se forse si sarebbe potuta sottolineare maggiormente l’ambientazione egizia, magari con qualche colonna. Il palco risulta quindi dominato dal monumentale, cubico LED, circondato da qualche duna, dietro il quale si apre un fondale illuminato a seconda della scena, che può essere più o meno ‘ridotta’ da due blocchi laterali e dall’uso di un velatino. Una scenografia potenzialmente poco caratterizzata, che viene invece sapientemente ravvivata da un gioco calibratissimo di luci (Antonio Castro), ma, soprattutto, dagli splendidi e ricchi costumi di Gianluca Falaschi, opulenti e vari, sebbene un po’ troppo ‘assireggianti’ (come nel caso del Faraone e di Ramfis), basati sul contrasto fra nero ed oro. Dai costumi si comprende quale sia l’idea ‘visiva’ generale di Livermore: non tanto un’Aida che riproduca il solito Egitto dell’immaginario occidentale, ma un Egitto che alluda più alle sue rappresentazioni, che alla realtà archeologica delle sue rovine. Insomma, Livermore immagina un’Aida con personaggi da cinema muto, riprendendo la medesima idea da lui stesso impiegata nella regia del rossiniano Ciro in Babilonia per il Rossini Opera Festival (2012); non mi pare nemmeno esente, nel suo immaginario visivo, da un certo ammiccamento ad un Egitto da casinò, da varietà (come il costume di Amneris): si pensi al Luxor di Las Vegas, che tanto ha segnato l’immaginario della contemporaneità. Complessivamente considerata, dunque, la regia di Livermore non spiace, anzi: attenzione ai caratteri, ai movimenti scenici, alla posizione del coro in scena. Ciò che disturba sono alcune assurdità, come il momento in cui Amneris dovrebbe consegnare il «vessillo glorioso» o il «serto trionfale» a Radames e, sul palco, non gli dà in mano nulla – insomma, particolari su cui si sarebbe potuta fare attenzione. Il problema principale di questa regia è, al netto di tutto, sostanzialmente uno solo: l’assenza della marcia trionfale. Livermore, infatti, non prevede azione scenica durante la marcia, ma solamente i suonatori di trombe ‘egizie’ che eseguono la loro parte sul palco. Un’occasione mancata a tutti gli effetti, senza se e senza ma. Soluzioni alternative si sarebbero potute trovare tranquillamente. Un esempio azzeccato, in tal senso, fu l’Aida messa in scena da Zeffirelli a Busseto nel 2001. Il teatro era piccolo, ma Zeffirelli escogitò qualcosa di geniale: fece proiettare le ombre dei soldati in trionfo nel fondo della scena, con Aida affacciata, come se stesse guardando dall’alto gli egizi sfilare. Insomma: una soluzione c’è sempre. In questo caso – solo per fare un esempio – ci si sarebbe potuti servire del LED, proiettandovi qualcosa. Un vero peccato, considerando che la regia di Livermore è, altrove, di qualità assoluta. Basti citare scene come l’investitura di Radames nel tempio di Vulcano, o il giudizio dello stesso, mentre Amneris si dispera; ma, pure, l’uso di una struttura (che occhieggia ad un Egitto alla Stargate) che fa troneggiare in scena il Faraone in tutta la sua regalità. Ma la scena più bella è quella finale. Livermore, con un vero coup de théâtre, immagina Radames, sepolto vivo, che non incontra fisicamente Aida: ciò che gli appare è un fantasma, una visione. Tutto il duetto è cantato fra Radames steso a terra e Aida nascosta dietro al velatino, con una candela in mano. Che sia un fantasma, peraltro, lo si comprende quando, una volta morto, Radames si rialza, trasfigurato anche lui in spirito, con in LED che illumina la sala lasciando visibili solo le sagome degli interpreti.

Se la regia, quindi, pur avendo eccellenti idee, lascia interdetti qua e là, la direzione musicale di Michele Mariotti è una ventata di freschezza, di bellezza, di precisione. Mariotti ha mano delicatissima, come nel preludio al I ed al III atto, quando fa accarezzare all’orchestra le screziate atmosfere notturne di una serata nilotica. Ma l’arte di Mariotti non sta solo nel tocco; il direttore innalza l’orchestra, statuaria e regale, in passaggi come la marcia trionfale, il coro guerresco del I atto o quello dei sacerdoti nell’ultimo. In tali passaggi, Mariotti allarga la tensione del suono, fino ad accelerarne improvvisamente la conclusione: l’impressione è quella di una direzione sempre viva, coinvolgente. Basti citare momenti come il finale del II atto. Del pari, Mariotti dirige benissimo le voci ed il coro, che fa abbastanza bene in tutta la serata. Non può non notarsi una certa felice armonia fra il concertatore e gli orchestrali romani, che danno il loro meglio in una recita musicalmente ispirata.

A causa di un’indisposizione, Fabio Sartori è stato sostituito nella parte di Radames da Gregory Kunde, il quale risulta il cantante migliore in scena. Vocalmente parlando, Kunde regala un Radames dall’emissione squillante, nitida, capace, però, di carezzare le melodie verdiane, come la celebre «Celeste Aida». Gli acuti sono penetranti e stentorei, come quello a conclusione del III atto, quando Radames si consegna nelle mani di Ramfis. Kunde canta divinamente anche assieme agli altri membri del cast: violento, sanguigno è il suo duetto con Amneris, tanto quanto sono dolci, appassionati ed eterei quelli con Aida. Krassimira Stoyanova, invece, non convince appieno nel ruolo del titolo, soprattutto perché non mostra il volume necessario. La sua performance, dunque, si lascia apprezzare sicuramente nei filati e nei passaggi più sfumati (in alcuni momenti di «Ritorna vincitor!» e nel duetto finale), decisamente meno quando l’interprete deve mostrare una maggiore potenza vocale. Eccellente è l’Amneris di Ekaterina Semenchuk, la quale mostra una voce piena, brunita; la cantante è capace di accenti lusinghieri, come nel duetto con Aida del II atto, ma soprattutto di una ferocia vocale impressionante a conclusione della scena del giudizio (IV), quando si merita gli applausi della sala. La Semenchuk è perfettamente nel ruolo, quindi, donando al pubblico tutte le sfumature del personaggio. Anche l’Amonasro di Vladimir Stoyanov si merita gli applausi della sala. Voce robusta, ben centrata e squillante in acuto, Stoyanov interpreta pienamente il ruolo: rimane impressa la sua perorazione davanti al Faraone («Ma tu, Re, tu signore possente»), come pure l’energia che sprigiona nel duetto con Aida (III atto). Il Ramfis di Riccardo Zanellatto è statuario, con voce centrata e cavernosa. Ottimi i comprimari: Giorgi Manoshvili (Il Re), Carlo Bosi (Un Messaggero), Veronica Marini (La Gran Sacerdotessa).

In conclusione, un’Aida ottimamente diretta, ben cantata, ma certamente migliorabile sul piano registico: il che è un peccato, visto che la lettura di Livermore, con qualche aggiustamento, potrebbe risultare assai più convincente. È vero che una marcia non fa un’Aida, ma chi non attende con trepidazione proprio quel momento?


 

 

 
 
 

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