L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Imprigionata nella montagna

di Irina Sorokina

Caldo successo per la ripresa di Madama Butterfly firmata da Franco Zeffirelli con la direzione di Daniel Oren all'Arena. Con i Aleksandra Kurzak (Cio Cio San) e Roberto Alagna (Pinkerton) si segnalano la classe eterna di Elena Zilio (Suzuki) e la bella scoperta Gevorg Hakobyan (Sharpless)

Verona, 12 agosto 2023 - Gode di una lunga militanza in Arena uno dei massimi capolavori pucciniani, Madama Butterfly, nell’allestimento di Franco Zeffirelli, andato in scena per la prima volta nel 2004. Nel lontano 2004, verrebbe a dire, e non sarebbe un errore o un’esagerazione.

Allora, la produzione di Madama Butterfly in Arena fu legata alle celebrazioni del centenario della nascita di questa opera tanto amata. La memoria la associa alla Butterfly proposta in quello stesso anno al Festival di Torre del Lago. Due Butterfly diverse come il bianco e il nero, quella toscana, originale assai, firmata dal designer Guillermo Mariotto che associò i personaggi ai rappresentanti del mondo degli insetti e creò per gli interpreti dei ruoli principali abiti bellissimi, unici, indimenticabili, quella veronese e veneta fu affidata a Franco Zeffirelli che per tutta la vita si oppose alla modernizzazione del teatro dell’opera e quindi propose uno spettacolo di stampo tradizionale.

La storia della fragile “farfalla” nipponica prediletta da Puccini in Arena è piuttosto breve: solo sei produzioni, la prima nel 1978, e qualche decina di rappresentazioni. La natura intima della “tragedia giapponese” di Puccini da sempre entra in contraddizione con gli spazi spaventosi del capolavoro dell’architettura romana, ma si trova in contraddizione anche con lo stile sfarzoso e maestoso in cui preferiva costruire i propri allestimenti il celebre maestro toscano Franco Zeffirelli. Fu uno dei suoi successi; questa Butterfly tradizionale fu proposta negli anni (ora sono ben diciannove) in altre quattro stagioni per trentatré recite e diventò un classico zeffirelliano e areniano.

A distanza di molti anni la scenografia del maestro fiorentino è ancora in grado di affascinare anche se non rappresenta nulla di originale. Da sempre convinto che lo spazio deve essere riempito, chiuse i gradini dell’anfiteatro con nove grandi pannelli dipinti che raffiguravano la città di Nagasaki, scogli, alberi, una nicchia con divinità locali e, ovviamente, il porto. Il porto, senza dubbio, fu la più grande tentazione: neussun'altra non avrebbe potuto soddisfare la mania zeffirelliana dell’affollamento. Per tutto il primo atto l’occhio è costretto a seguire gli affari quotidiani della gente comune in occupazioni diverse, ma soprattutto marinai e commercianti, col rischio che la faccenda privata della protagonista andasse persa. Ad un certo punta la montagna si apre scoprendo la fragile casetta comperata “per novecentonovantanove anni”: una trovata che da sempre suscita un applauso.

La casetta è anch’essa una nicchia, accoglie la donna-farfalla dall’inizio alla fine della sua esistenza in qualità della moglie temporanea di un uomo occidentale. Emana la luce simile a quella che emana l’anima della protagonista; nei momenti di speranza e di maggior concentrazione della forza dell’anima, questa luce viene corredata da un’altra, dietro la scenografia: sui gradini si accendono migliaia delle scintille blu. Forse, è il luccichio del mare da dove si aspetta la salvezza. I momenti di poesia non mancano nel kolossal di Zeffirelli, nonostante una grande quantità di banalità, tra le quali la più grande è rappresentata dalle ragazze impegnate nel girare i tradizionali ombrellini nella scena del matrimonio allo scopo di creare simmetria: avremmo fatto volentieri a meno delle cose così superficiali.

Nell’attuale ripresa della Butterfly ritroviamo la coppia ben nota a critici e melomani, interpreti uniti nella vita e sulla scena, Aleksandra Kurzak e Roberto Alagna, già ascoltati quest’anno nella Tosca dello stesso autore col risultato abbastanza soddisfacente, nonostante il carisma insufficiente del soprano polacco per il ruolo della diva romana. Le cose vanno diversamente per nella Madama Butterfly veronese: nella “gara” svoltasi tra il soprano e il tenore vince il soprano, come, del resto, qui deve essere.

Se per Tosca il soprano polacco non ha tutte le carte in regola, sembra, che le abbia sufficientemente per Madama Butterfly. Conquista con un buon lavoro sul personaggio, appare delicata, ingenua e forte, disegna in modo convincente il percorso doloroso di tre anni: prima era una dolce farfalla, dopo è una donna piena di dignità. Interpreta in modo profondo i suoi tre celebri assoli, sfoggia timbro bello, colori lucenti, linee elaborate, la sua attenzione alla parola e i chiaroscuri sottili contribuiscono al suo successo, che sa di qualcosa di affettuoso.

Convincente è pure Roberto Alagna nella parte di Pinkerton. Anche nella Butterfly gli siriconosce un bel timbro tenorile, uno squillo decisamente affascinante, delle buone qualità d’interprete. Ma un neo figurato nella Tosca impedisce di godersi il suo canto anche qui: se i registri basso e medio sono sufficientemente equilibrati, quel acuto è segnato da una grande tensione che si trasforma in un urlo tale da creare un autentico disturbo all’orecchio.

Un’interpretazione magistrale è fornita da Elena Zilio nella parte di Suzuki: la mette quasi al pari con i due protagonisti. Il personaggio della “serva amorosa” risulta ben più ricco di quanto non dichiari la definizione del Goro: non solo serva, ma una compagna fedele del viaggio deludente chiamato “vita”; un piccolo capolavoro d’arte teatrale e vocale per cui la cantante merita un grazie sincero.

Una bella sorpresa si rivela Gevorg Hakobyan ascoltato per la prima volta. Il cantante armeno è in possesso di una voce di baritono davvero affascinante, equilibrata, dal bel timbro ed è anche un bravo attore capace di creare un personaggio incisivo, uno Scharpless sì prodotto della cultura superficiale e colonialista, ma dal cuore immenso. Da qui il canto di Hakobyan venuto dalle montagne del Caucaso, morbido, omogeneo in tutti e registi e molto espressivo, il suo declamato studiato scrupolosamente e capace di commuovere.

Come spesso succede, la Madama Butterfly areniana vanta una pregevole osa di comprimari; davvero difficile preferirne uno all’altro, sono tutti molto coinvolti e credibili nei ruoli a loro affidati: Clarissa Leonardi (Kate Pinkerton), Matteo Mezzaro (Goro), Italo Proferisce (il Principe Yamadori), Gabriele Sagona (lo Zio Bonzo), Gianfranco Montresor (il Commissario imperiale), Stefano Rinaldi Miliani (l’Ufficiale del registro), Federica Spatola (la madre di Cio-Cio-San), Valeria Saladino (la cugina).

Sul podio troviamo Daniel Oren che tenne questa produzione pucciniana al suo battesimo nell’anfiteatro veronese nel 2004, e, ovviamente, anche lui fa parte di tanti interpreti di cui parliamo come “grandi”: un grande Oren che si mette anima e cuore nella direzione dei complessi areniani e ottiene risposta nei colori dell’orchestra ricercati, abbaglianti e intimi. Ottimo contributo è fornito dal coro preparato da Roberto Gabbiani, dal ballo coordinato da Gaetano Petrosino e dai tecnici dell’Arena di Verona. Questa ripresa della Butterfly in Arena è meritevolmente coperta da grandi applausi e da espressioni di gratitudine da parte del pubblico.


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