Omnia vincit musica
Pieno successo a Bologna per il ritorno di Handel nella stagione lirica dopo ben ventitré anni. Capolavoro della piena maturità del compositore, Semele gode di un felice battesimo felsineo grazie a ottimi interpreti e alla concertazione di Giulio Prandi, subentrato al previsto Rinaldo Alessandrini.
BOLOGNA, 25 ottobre 2026 - Proviamo per un attimo a pensare alla storia recente di quella che è oggi la forma più popolare di rappresentazione narrativa, la serie televisiva. Pensiamo ai classici telefilm del secolo scorso, al tempo che ci separa dai vari X Files, ER, Desperate Housewives, fino all'esplosione di Lost e via via fino a Breacking Bed (che ha già una quindicina d'anni, come del resto Games of Thrones) e alle più recenti (Stranger Things, Handmaid's Tale, per esempio). Pochi decenni, che molti di noi hanno vissuto direttamente o per osmosi amicale e familiare, eppure densissimi di cambiamenti anche radicali. Ora, mutatis mutandis, riportiamo lo stesso discorso indietro di quasi tre secoli, quando, per lo meno nelle classi colte e abbienti, erano le forme di teatro musicale (oratorio compreso, anche se privo di recitazione e apparato scenico) a farla da padrone. Si è spesso abituati a pensare il barocco come un unico blocco omnicomprensivo che precede l'avvento di Mozart e della riforma gluckiana. Eppure nei tempi serrati fra poche generazioni le evoluzioni sono continue, una vita può abbracciare rapidi cambiamenti e avvertirne la contiguità come l'avvicendarsi di usi e mode. Ed ecco a Handel: muore quando Mozart, appunto, ha già tre anni e comincia a mettere le manine sulla tastiera del cembalo; quindici anni prima aveva scritto Semele, oratorio profano d'argomento mitologico che non appartiene a un mondo perduto e lontano, ma sta lì alle porte di un futuro imminente. Anche senza la necessità linguistica delle opere serie londinesi – per le quali i lunghi recitativi dei libretti italiani dovevano essere snelliti in favore del pubblico anglofono – il confine fra recitativi e numeri musicali si assottiglia, si privilegia anche nello strumentale un senso di unità e continuità del dramma che si affermerà con forza sempre maggiore nella seconda parte del secolo. E se si dirà che di azione e di dramma in Semele non c'è molto, si dimenticherà che è proprio dell'oratorio concentrarsi più su questioni morali e psicologiche che sull'incalzare rocambolesco dei fatti, ma ciò non toglie forza a questa parabola sul desiderio e l'ambizione, non priva di elementi di satira, né offusca – anzi! – l'incalzare dell'intreccio e il precipitare dell'epilogo, con il doloroso giuramento di Jupiter, il drammatico consumarsi di Semele arsa dal fulmine che lei stessa ha invocato, il tripudio della gelosa Juno e un compianto corale che già detta a Gluck le linee da seguire. La cura handeliana della strumentazione va proprio nella direzione del massimo sostegno alla parola e alla situazione, dal nucleo del basso continuo che abbraccia e amplifica il testo non solo nei recitativi, ma anche in numeri come l'aria di sonno della protagonista (“O sleep, why dost thou leave me”, una delle pagine più alte della partitura) e si arricchisce ove necessario, secondo l'affetto e la situazione, fino all'ampiezza delle grandi pagine corali, d'una maestà ancora una volta drammatica e non meramente scenografica. Il teatro è tutto nel suono, oratorio di nome, di fatto pietra miliare nella storia dell'opera – che possiamo anche ben considerare come iperonimo.
Finalmente Handel torna nella stagione del Comunale di Bologna dopo il Giulio Cesare del 2003, e che torni proprio con Semele è notizia non scontata – più facile sarebbe stato pescare nel mare magnum delle composizioni in lingua italiana – che riempie di gioia. Gioia, diciamolo subito, ampiamente ribadita anche al termine dell'esecuzione in forma di concerto al teatro Manzoni. Le uniche vere riserve, in effetti, vengono da scelte attuate ab ovo da Rinaldo Alessandrini, direttore previsto in origine per questa produzione. Già in quel Giulio Cesare da lui diretto si lamentarono tagli discutibili e anche in questo caso l'uso delle forbici ha lasciato perplessi. Per fare un esempio, l'ultima aria di Juno, “Above measure”, durerebbe giusto un paio di minuti e viene ridotta a un batter di ciglio: se davvero non c'era tempo per un'aria così breve, tanto sarebbe valso espungerla del tutto, anche a costo di sacrificare il contrasto fra lo spegnersi di Semele e il giubilo della rivale. Curiosa anche la scelta di avvalersi di un organico abbastanza nutrito per il pieno orchestrale (otto violini primi, otto secondi, sei viole, quattro violoncelli e tre contrabbassi non sono pochi, specie con strumenti moderni) e poi inserire nel continuo anche strumenti che guardano decisamente più indietro nel tempo (con Angelo Trancone al cembalo e all'organo e Alessandro Culiani al violoncello, anche Luca Faraci e Francesco Tomasi con tiorbe e chitarra barocca). Doppiamente bravo, allora, anche Giulio Prandi, che rileva il podio dopo la rinuncia di Alessandrini e svolge un lavoro eccellente nel mantenere l'equilibrio e nel curare il rapporto fra canto, parola e strumento, senza cesure nel respiro fra recitativi, ariosi, arie e pezzi d'assieme o corali. Il risultato merita un plauso convinto. Omnia vincit musica.
Nel cast Prandi trova ottima sponda e si intende subito un disegno comune fatto di sfumature, morbidezze e misura. Susanne Jerosme (francese come la creatrice della parte, Élisabeth Duparc) coglie il senso di insoddisfazione, la sensualità, l'ambizione e l'ingenuità di Semele senza cadere nella trappola di una facile caratterizzazione da insopportabile oca giuliva, insinuando semmai con naturalezza accattivante un'adolescenziale immaturità appena insaporita da una punta di cinismo. E se in “Endless pleasure, endless love” pare quasi inconsapevole e stupefatta, l'illusorio trionfo di “No, no, I'll take no less” si fa quasi insolente nella coloratura. Dal canto suo, Giuseppina Bridelli differenzia con vera arte musicale, oltre che con la cura nell'atteggiamento e nei dettagli dell'abito, la purezza e la sincerità di Ino rispetto all'autorevolezza della vendicativa Juno, ben supportata, nella breve parte di Iris, da Monica Piccinini. A Raffaele Pe la parte di Athamas, concepita per Daniel Sullivan, controtenore e non castrato, calza bene assai, e lo conferma in cadenze spericolate affrontate con la stessa disinvoltura e convinzione con cui dà voce al principe promesso a Semele che acconsente a convolare con Ino. Contraltare celeste – amante di Semele e sposo di Juno – è lo Jupiter di Jorge Navarro Colorado, cui spetta pure la parte di Apollo e che sa rendere con giusta intenzione e attenta musicalità la crescente consapevolezza di un precipitare degli eventi ineluttabile anche per il re degli dei, preda di una passione di cui pur comprende i rischi, stretto da un giuramento che sa fatale. Diviso fra umano e divino, il baritono Ben Kazez delinea con efficacia e giusta misura l'austerità di Cadmus e del Sacerdote come l'ironia sorniona di Sumnus. Molto bene anche la prova del coro del Comunale, ben preparato nell'insolito cimento da Claudio Marino Moretti.
Alla fine, il pubblico appare festoso. Pare che molti siano tornati, dopo una prima recita che si racconta non esattamente affollata, e abbiano fatto passaparola con amici un po' scettici. Una cosa è certa, gli assenti hanno avuto torto e titoli come Semele proposti (e promossi) con maggior frequenza farebbero senz'altro onore ai nostri teatri: in questa chiusura di stagione per forza di cose in forma di concerto (in attesa di tornare al Comunale, il Manzoni è la sala disponibile per questi mesi e ospiterà anche Samson et Dalila, altro titolo affine all'oratorio, in novembre) la fondazione bolognese ha colpito nel segno.
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