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Le Fenicie, siracusa

Giocasta: lo strazio di una Regina

 di Pietro Gandetto

Dopo quarantanove anni di assenza, Le Fenicie di Euripide tornano al Teatro Greco di Siracusa sotto la direzione artistica di Roberto Andò e con la regia di Valerio Binasco. Su tutti, s’impone il maiuscolo contributo di Isa Danieli nel ruolo di Giocasta, sposa incestuosa del figlio Edipo, madre straziata dall’odio dei figli e regina suicida di un regno distrutto.

Siracusa – 16 giugno 2017. Esiste una stagione teatrale ideale che inanella le migliori produzioni contemporanee di opera e prosa e che sposta le masse di appassionati ed esperti per l’Europa in cerca del titolo migliore. Appartiene a questo cartellone ideale la produzione delle Fenicie di Euripide, che dopo quarantanove anni di assenza torna al Teatro Greco di Siracusa sotto la direzione artistica di Roberto Andò e con la regia di Valerio Binasco.

Una delle tragedie meno note di Euripide, anche per la sua difficoltà e lunghezza, Le Fenicie è un dramma fatto di storie umane, più che eroiche, che tocca le corde della sensibilità di ognuno di noi perché parla di cose altissime con un linguaggio semplicissimo (traduzione di Enrico Medda). La tragedia fu rappresentata per la prima volta nel 410 a.C., e appartiene a una trilogia che comprendeva anche Enomao e Crisippo, oggi perdute. Narra di una città sotto assedio, Tebe, e di una famiglia dilaniata dalle rivalità, dalla lotta tra due fratelli, Eteocle e Policine, rispettivi simbolo della tirannia e della democrazia. La storia di Edipo e dei suoi figli, ma soprattutto la storia di Giocasta, madre sventurata di Eteocle e Polinice, figli del suo stesso figlio e poi sposo, Edipo, inconsapevole assassino del padre Laio e incestuoso compagno di letto della madre Giocasta.

Il perno della produzione, da cui sgorga e su cui si dipana la vis drammatica dello spettacolo è il maiuscolo contributo di Isa Danieli nel ruolo di Giocasta. Musa di Eduardo De Filippo e di Lina Wertmüller, l’ottantenne attrice napoletana entra in scena lentamente, avvolta in una lunga tunica nera, sacerdotale e ieratica in quell’incedere tipico delle primedonne. A lei Euripide affida il grande monologo iniziale che descrive le sventure della stirpe del di lei marito e figlio Edipo. Giocasta è una donna straziata dal dolore, vittima di una Τύχη (Tyche, sorte) crudele, stanca di combattere, ma non ancora rassegnata ad abbandonare i propri figli alla follia fratricida che li divide. Giudice severo, conciliatrice indefessa, madre disperata e moglie incestuosa, tutte le sfumature del personaggio vengono rese da Isa Danieli con una sapienza scenica e un’espressività attoriale di prim’ordine, che solo le grandi attrici conoscono. Non c’è un gesto, una battuta, o uno sguardo che non siano adeguatamente rifiniti e modulati con cambi di registro repentini. Il pubblico non si risparmia in ovazioni e scroscianti applausi dall’inizio alla fine dello spettacolo.

I figli di Giocasta, Eteocle e Polinice, accordatisi per spartirsi il governo della città di Tebe un anno ciascuno, sono vittima dell’invidia e della rivalità fraterna. Eteocle si rifiuta di cedere il trono al fratello, che quindi raduna un esercito di guerrieri e attacca la città. Il tiranno ottenebrato dalla smania di potere, che egli stesso dichiara essere “più grande degli Dei”, attacca il fratello Polinice, esiliato dalla patria e traditore della stessa. Vittime e carnefici, traditi e traditori, i due fratelli si distruggono a vicenda e neanche lo straziante tentativo di Giocasta di porre pace tra i due impedirà loro di uccidersi, provocando il suicidio della stessa madre, devastata dall’ennesimo dolore. Guido Caprino e Gianmaria Martini ben esprimono l’odio di Abele e Caino, con una maggiore rifinitura del personaggio da parte di Martini (Polinice) a scapito di un’aggressività un po’ sterile in Caprino (Eteocle).

Alarico Salaroli è un ottimo Tiresia, il sibillino indovino latore di presagi funesti e anticipatore di sventure, tanto temuto quanto venerato dai protagonisti. Di pregio il contributo di Giordana Faggiano nel ruolo dell’umanissima Antigone, che partirà in esilio con il vecchio padre Edipo solo dopo aver assicurato una degna sepolutura al fratello Polinice, al cui corpo è negato ogni rispetto per volere di Creonte (qui Michele di Marco), sostenitore di Eteocle. Meno condivisibile la scelta registica di affidare il ruolo di Edipo a un attore giapponese, Yamanuchi Hal, il cui accento marcatamente antimusicale rompe la tensione drammatica. Analogamente fuori luogo la decisione di far recitare l’araldo di Massimo Cagnina in dialetto, con battute al limite del fastidioso, la cui sonorità cabarettistica ha provocato non pochi sbalzi di registro sicuramente voluti, ma altrettanto disfunzionali alla resa dello spettacolo.

Magistrale spettatore e protagonista silente dello spettacolo è l’interprete del rôle-titre, ossia il gruppo delle Fenicie, giovani donne bloccate a Tebe dalla guerra mentre erano in cammino verso Delfi. Straniere, terze rispetto al dramma che si consuma davanti ai loro occhi, statiche spettatrici di passaggio, proprio come noi, ma così coinvolte e così commuoventi nella loro umana partecipazione. Le giovani donne stanno sedute su un lato del palcoscenico con grandi maschere bianche sui loro volti che amplificano un’assenza di emozioni resa così ancor più espressiva di ogni esplicita gestualità. Sono profughe, parlano con accento dell’Est, vestono abiti poveri ed esprimono il loro dolore e lo stupore nei confronti di un dramma di cui non comprendono fino in fondo le ragioni, considerata la loro sventura. Un grande tocco di attualità con cui il regista Binasco inanella elegantemente una storia di 2500 anni fa a un presente che ci tocca tutti da vicino.

E poi le scene di Carlo Sala così eleganti e così incisive. Il vento grecale, che agita l’aria, spettina le foglie di un albero bianco simbolicamente messo al centro del palco, come simbolo sacrificale della vita, e le lenzuola appese sullo sfondo della scena danzano sinuose, come se anch’esse partecipassaro al dramma. Un unico manto rosso sul palco, a significare i fiumi di sangue scorsi sui corpi dei personaggi.

Le musiche di Arturo Annecchino infondono un’atmosfera divinatoria e chimerica grazie allo squadrato incedere litanistico delle melodie eseguite al pianoforte che accompagnano la voce della prima corifea, Simonetta Cartia, voce recitante in accento rumeno.

A fine serata il pubblico in evidente stato di grazia si avvicina al palco, avvinto dall’atmosfera magica creata dallo spettacolo nella perfetta cornice acustica e visiva del teatro greco di Siracusa. Se c’è un modo vincente di fare il teatro antico, eccone un esempio.

foto Carnera