L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Olandese cuore di tenebra

 di Roberta Pedrotti

R. Wagner

Der fliegende Holländer

Terfel, Kampe, Salminen, Jentzsch

direttore Alain Altinoglu

regia Andreas Homoki

Zürich Opernhaus, 2013

DVD Deutsche Grammophon 00440 073 5173, 2015

Die Fliegende Holländer, fra le opere maggiori di Wagner (ed escluso il Rheingold, in quanto prologo della Tetralogia), è la più breve, nonché la più italiana nelle forme, con duetti, terzetti, arie e finali ben riconoscibili, pur senza soluzione di continuità. Inevitabile dunque che, almeno nel nostro Paese, la leggenda del navigante maledetto facesse la parte del leone fra le celebrazioni per il bicentenario wagneriano.

Fra i tanti Olandesi approdati nei teatri italiani, alla Scala nel 2013 giunse in coproduzione con Zurigo questo allestimento di Andreas Homoki, protagonisti Bryn Terfel e Anja Kampe. Non mancarono le perplessità per una messa in scena che partiva da uno spunto i cui potenziali sviluppi erano costantemente avviliti nella realizzazione. Ritrovandolo ora in DVD, filtrato dalla regia video di Nele Münchmeyer e agito sull'intimo palcoscenico svizzero, abbiamo sperato di poter rivalutare il lavoro di Homoki; speranza, spiace dirlo, presto delusa.

L'idea è quella di concentrare l'attenzione sul concreto capitalismo e mercantile contrapposto all'ideale fantastico e onirico, si allude anche al colonialismo, con una chiara suggestione conradiana in un Olandese che pare quasi un novello Kurtz, ferino, selvatico, misterioso, ormai avulso dalle sue radici europee. Fin qui tutto bene, in potenza, ma in atto il concetto si annacqua, l'ambientazione borghese stucca e gli interni di uffici stridono troppo, in mancanza d'una mano registica di classe superiore, con il libretto nel primo atto. Il coro è gestito in modo caricaturale, la sua disposizione a celare ingressi e uscite che si vorrebbero misteriosi e onirici (come nel caso della grande sortita dell'Olandese) troppo artificiosa. Per non parlare di trovate ai limiti, e oltre, del comico involontario, come la mancata risposta dei marinai fantasma all'invito delle donne causato dalla beffa degli uomini di Daland che tagliano i fili del telefono o il suicidio di Senta con il fucile che aveva strappato di forza a coro e fidanzato. La stessa spaventosa apparizione degli spettri nel grande quadro d'assieme che apre il terzo atto avrebbe potuto essere una metafora di grand'effetto del mondo coloniale, con gli affaristi europei travolti dallo spirito delle terre sfruttate, ma quel che vediamo, con il servitore africano di Daland balzare all'improvviso in vesti tribali, più che inquietudine suscita la smorfia di un sorriso rassegnato.

La drammaturgia di Werner Hintze, evidentemente, non è risolta appieno e soprattutto Homoki non sa vivificarla, conferirle sostanza teatrale. Per di più la concertazione di Alain Altinoglu poco o nulla contribuisce al successo dello spettacolo, con una discrezione interpretativa che rasenta l'analgesia. Giusto, soprattutto in uno spazio raccolto come quello dell'Opernhaus, impostare la lettura rifuggendo sonorità rigogliose e teutoniche solennità, pensando piuttosto all'opera romantica precedente all'Olandese, Meyerbeer Marschner e Weber su tutti. Tuttavia questo dovrebbe comportare un lavoro di cesello su timbri, fraseggio, colori, dinamiche, mentre già l'ouverture scivola in una sostanziale, timida piattezza e l'orchestra non possiede né turgore né nitore sufficienti a delineare una lettura più tradizionale o più storicamente informata.

Sul palcoscenico Terfel s'impone inevitabilmente in una concezione del personaggio che pare (ed è) cucita su misura per lui: ferino, sanguigno, viscerale. L'imponenza fisica, la muscolarità del canto, il modo stesso di dire il testo del baritono gallese sembrano essere l'unico elemento in cui trova perfetta realizzazione l'idea registica e drammaturgica di un Olandese più selvaggio, capitalismo corrotto da se stesso e di se stesso corruttore, che spettrale. In questo contesto sarebbe inutile ricercare una vocalità tornita dall'emissione impeccabile e dai sottili chiaroscuri, la coerenza di Terfel va in altra direzione con una compiutezza e una determinazione che sembrano mancare allo stesso regista e al concertatore.

Anja Kampe cerca ampiezza e colore fra le note gravi e centrali, perdendo in controllo in acuto, benché con esiti meno pericolosi di quanto ascoltato dal vivo a Milano. La resa del personaggio si adegua alle indicazioni di regista e direttore e con volonteroso temperamento non esce, per forza di cose, da una certa genericità.

Meglio comunque dell'ormai improponibile Matti Salminen, un Daland in cui il tempo ha eroso più ancora della voce ogni barlume di musicalità. Sempre dal punto di vista musicale non convince del tutto nemmeno l'Erik di Marco Jetzsch, dal quale si richiederebbero ben altro senso del legato, ben altra forbitezza di gusto, ben altra eleganza - e sostegno sul fiato - nel tornire l'appassionata cantabilità delle sue arie.

Fabio Trümpy, Steuermann, si disimpegna nell'ordine di un modesto comprimariato, mentre Liliana Nikiteanu è una Mary simpatica (nonostante l'impostazione registica arcigna) ed efficace. Il coro sembra più avvezzo ad altri repertori, ma compie il suo dovere con grande professionalità.

I sottotitoli sono in tedesco, inglese, francese, spagnolo, cinese e coreano. I testi del libretto in tedesco, inglese, francese. Ben dettagliata la lista delle tracce.


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