L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Quadri cantanti, più che viventi

 di Roberta Pedrotti

 

Antonio Vivaldi

Orlando Furioso

Horne, Patterson, Kuhlmann, Walker, Gall, Matteuzzi, Langan

Randall Behr direttore

Pier Luigi Pizzi regista

San Francisco, 1989

DVD Arthaus- Legendary Performance 109200, 2006

Saranno anche recite leggendarie, con tutti i dati facilmente a portata di click per ogni appassionato, è pur vero che il cofanetto è in vendita a un prezzo davvero conveniente, tuttavia un po' più di cura editoriale non sarebbe dispiaciuta per questa riproposta dello storico Orlando Furioso di Vivaldi con Marilyn Horne protagonista e la regia di Pierluigi Pizzi, perlomeno nell'indicazione della locandina: delle ben sette facciate della custodia/libretto, infatti, due sono consacrate totalmente a foto della protagonista e nessuna a un elenco completo dei dramatis personae, sicché la presenza di William Matteuzzi e Kevin Langan, come la distribuzione dei ruoli, si può divinare solo nei titoli di testa del video. Il fatto, poi, che l'opera sia scandita in un'unica traccia di due ore e ventisei minuti certo non giova alla fruibilità del DVD.

Appunti tecnici a parte, la registrazione è d'indubbio, grande rilievo storico, una testimonianza assai significativa, nel bene e nel male, della storia recente dell'interpretazione non solo barocca.

A eccezione – congenita, dato il tipo di vocalità votato inevitabilmente all'antico e al contemporaneo – del contraltista Jeffrey Gall, nessun membro del cast potrebbe dirsi uno specialista in senso stretto, tutti hanno dipanato in misura più o meno significativa buona parte della loro carriera in altri ambiti, soprattutto ottocenteschi, ma ciò non toglie che, mutatis mutandis per quel che concerne la prassi esecutiva e le sensibilità stilistiche, tutti cantino assai bene e rendano un ottimo servigio a Vivaldi: il buon canto è buon canto in ogni caso, al di là di quel che, secondo i tempi, gusto e studi possano esigere.

Giusto il basso Langan (Astolfo) non brilla per scioltezza nell'emissione italiana, ma nel complesso non ci si può certo lamentare, specie quando troviamo come Medoro un Matteuzzi nel pieno dei suoi mezzi, che, oltre alla disinvoltura nelle tessiture più impervie, impone intelligenza e musicalità (basti ascoltare “Qual candido fiore”). Gall resta uno dei migliori contraltisti della sua generazione: oggi siamo abituati a voci più mordenti, a timbri più naturali, a una maggior propensione all'agilità di forza, ma l'eleganza di questo Roggiero, la propensione raffinata al canto elegiaco non possono non meritare un plauso, anche ad onta di qualche suono che ai contemporanei può apparire un po' aspro.

Sandra Walker (Bradamante) e Susan Patterson (Angelica) hanno voci ben timbrate e sufficientemente duttili per garantire il giusto rilievo ai rispettivi ruoli, con coloratura sciolta ed emissione franca. Kathleeen Kuhlmann, che in tante occasioni negli anni Ottanta ha retto con onore i vessilli rossiniani (in travesti o meno) sulla scia delle star contraltili del tempo, ribadisce quale maga Alcina la saldezza dei suoi mezzi, la proprietà tecnica ed espressiva, la serietà della'pproccio e la confidenza con il repertorio.

Tutti fanno corona, e non potrebbe esser diversamente, a una strepitosa Marilyn Horne: i trentacinque anni di carriera non pesano sulle sue spalle, su essi, piuttosto, si erge un soglio svettante ove si fa ammirare una tecnica eccelsa, che le permette di sgranare ogni tipo di trillo, di piegare il fiato e l'emissione a ogni esigenza. Impone sovrana la sua personalità, l'accento imperioso, nobile, l'alterigia e il pathos amoroso, il suo spirito inconfondibile nel declinare la follia ariostesca. Non si può che inchinarsi al magistero dell'artista, alla sua autorità d'interprete, e, di conseguenza, guardare all'intera produzione come a una grande festa intorno a una delle massime dive belcantiste di ogni tempo.

Sì, perché solo così si giustifica e comprendere la forma in cui l'opera riappare: un festoso e fastoso concerto in costume in cui si possono anche cassare le prime cinque scene per aprire il sipario direttamente sull'aria di Orlando “Nel profondo cieco mondo” (sia o meno considerata di Vivaldi la musica che precede, aprire un'opera barocca direttamente con un'aria senza un recitativo o un coro introduttivo è perlomeno inusuale). In tutta la meritevolissima operazione di riscoperta del repertorio barocco – e del Vivaldi operista, oggi in gran voga negli ambienti specializzati, ma misconosciuto fino a pochi lustri fa – è evidente che la spinta principale venisse dalla spettacolarità del canto, dalla personalità e dalla valentia degli interpreti. La drammaturgia musicale viene in secondo piano o, meglio, verrà portata alla ribalta e al centro dell'attenzione solo in seguito, così come la questione delle diverse versioni dell'opera, dei registri vocali, della paternità delle arie.

Alla legittima meraviglia e al godimento per le esecuzioni delle singole arie si accompagna, però, una visione falsata di queste opere, di cui viene svilita l'incisività teatrale: paradossalmente uno snellimento eccessivo con tagli e taglietti, azzoppando equilibri e sbilanciando contenuti, appesantisce il testo, lo rende, benché più breve, meno avvincente, svelto, consequenziale in termini di drammaturgia musicale, concentrando tutta l'attenzione su un edonismo spesso appagante, sì, ma anche fuorviante, nonché precario (due ore e mezza di arie bellissime possono scivolare dal sublime al tedio se non sorrette da una degna impalcatura teatrale oltre che puramente vocalistica).

Ciò non significa, naturalmente, sminuire la grandezza – vocale e interpretativa – della Horne e dei suoi colleghi, né deprecare una concertazione solida come quella di Randall Behr (i recitativi, però, rischiano decisamente la monotonia con quel cadenzare così omogeneo del cembalo): tanto di cappello, insomma, a chi ha riscoperto e riportato in auge il barocco, ma con la consapevolezza dei passi avanti che si sono fatti per godere appieno di questo repertorio. Non avremo una nuova Horne, ma, grazie anche a lei e sulla sua scia, abbiamo una generazione di agguerritissimi interpreti pronti a dar vita a testi ancora avvincenti e seducenti per il pubblico moderno, a intendere che Vivaldi ed Haendel non erano fabbricanti di fuochi d'artificio, ma autori di veri e propri drammi in musica.

Emblematica, in tal senso, è la visione della messa in scena di Pierluigi Pizzi, che esalta in massimo grado il concetto di concerto in costume, di vocalismo estremo incorniciato da una raffinatissima cultura figurativa. Il costume nero e oro di Orlando, quello verde smeraldo e rosa antico di Bradamante, in particolare, non sono meno che splendidi, il Pizzi maestro negli accostamenti cromatici dà il meglio di sé, come nella citazione pittorica e di stilizzati macchinari barocchi. Fuor di questo, però, cosa troviamo? Null'altro, appunto, che un concerto in costume occasionalmente animato all'iniziativa di qualche interprete (scilicet Horne), ma come potrebbe avvenire in qualunque esecuzione oratoriale o semiscenica debitamente addobbata. Il teatro è altra cosa dalla composta staticità di questi quadri cantanti più che viventi. Tal dei tempi era costume (l'allestimento risale al '79) e giustamente ne prendiamo atto, grati ai pionieri ma non nostalgici: un video come questo proclama la grandezza di chi ci ha preceduto, ma anche la vitalità dell'opera barocca di cui possiamo godere oggi, con riflessioni registiche degne di questo nome, concertazioni e compagnie che al divismo premettono l'attenzione alla drammaturgia musicale nel suo complesso, senza poggiare unicamente sulla personalità di questo o quell'artista, fulcro dello spettacolo.