L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Amore e guerra alla Scala

 di Francesco Lora

Il capolavoro operistico di Zandonai è di nuovo nella sala di Piermarini dopo quasi sessant’anni di silenzio. Magistralmente calibrate sull’orizzonte culturale della partitura e del libretto dannunziano sono sia la direzione di Fabio Luisi, sia la regìa di David Pountney. Solida ma non sempre autorevole per caratterizzazione la compagnia di canto; nelle parti principali: Maria José Siri, Marcelo Puente, Gabriele Viviani, Luciano Ganci.

MILANO, 29 aprile 2018 – È sempre più difficile professare una base indiscutibile del repertorio operistico, quale si era nel complesso stabilizzata durante il secondo dopoguerra (complice il disco). Trentasettenne, chi scrive ha visto sdoganare Il trovatore intorno al 2000, dopo che da qualche tempo lo si dava ormai per ineseguibile; solo ora è riuscito a intercettare La Gioconda e Mefistofele, ieri titoli popolari e oggi divenuti pian piano ricercati; di questo passo, un millenial avrà forse occasioni date e prerequisiti più nell’assistere a un’Alcina che a Un ballo in maschera, o più a una Voix humaine che a Pagliacci. Non è un male, purché questa naturale evoluzione nel fruire del teatro lirico – e dunque nell’attestarne la vitalità – sia accompagnata con spirito critico dal pubblico più conscio, nonché soprattutto da chi concepisce i programmi nei teatri. Alla Scala di Milano, da quando vi sono Alexander Pereira sovrintendente e Riccardo Chailly direttore musicale, è in atto un dichiarato progetto d’indagine a tutto tondo sul grande repertorio italiano tra Otto e Novecento, al fine di restituire alla scena le opere che i nostri nonni canticchiavano ma che sono poi uscite dalla consuetudine, o al fine di restituire come nuove a occhi e orecchi le opere che per troppa fama danno oggi pigra assuefazione: per limitarsi alla stagione in corso, è il caso da una parte di Andrea Chénier [leggi le recensioni: Milano, Andrea Chénier, 07/12/2017 Milano, Andrea Chénier, 02/01/2018] e di Don Pasquale [leggi la recensione], dall’altra di Francesca da Rimini e delle sue nove recite dal 15 aprile al 13 maggio.

Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai: va specificato poiché di recente – e rieccoci al discorso di partenza – un’altra Francesca da Rimini, quella di Saverio Mercadante, rimasta autografo muto nel 1830 e portata in scena solo nel 2016, ha fatto assai più parlare di sé [leggi la recensione]. L’opera del compositore roveretano, beninteso, nulla spartisce con quel precedente. Creata al Regio di Torino nel 1914, alla Scala non si vedeva dal 1959. Ha contribuito alla sua fama il libretto che, riducendola, insiste sulla tragedia di Gabriele D’Annunzio. Rimane oggi un testimone della sete d’innovazione quale si respirava alla vigilia della prima guerra mondiale: ciò in particolare nel ruolo dell’orchestra, che diviene scenografia, atmosfera, estasi, giganteggiando sulla verbosità del Vate.

Tra l’orizzonte culturale della partitura, la pretesa evocativa e narrativa, nonché l’implicita complessità tecnica, nulla sfugge al concertatore Fabio Luisi: è un’ulteriore bacchetta convocata – assieme a Chailly, Chung e Gatti, segnatamente – per aumentare il ritrovato, allibente stato di grazia dell’orchestra scaligera. Una pari lucidità d’analisi si trova nel nuovo allestimento con regìa di David Pountney, scene di Leslie Travers e costumi di Marie-Jeanne Lecca: si vedono convivere e combattere i complementari mondi dannunziani delle donne amorose e dei maschi guerrieri; e quando il regista allude, nel programma di sala, allo «stile decadente de Preraffaelliti inglesi come Burne-Jones o nelle fantasie “porno-soft” ambientate all’epoca dell’Impero romano di un Alma-Tadema», si gioisce della dotta leggibilità data a quanto promesso per iscritto. Malgrado l’impegno strenuo e il generoso dispiego di mezzi, in Maria José Siri latita invece il carisma necessario alla protagonista: Francesca è una di quelle parti che andrebbero assegnate non sulla fiducia, ma come un premio. A dispetto di una certa approssimazione tecnica, da cui il ritrarsi in gola del solare timbro latino, le passa avanti Marcelo Puente come Paolo il Bello; vanta infatti immediata riconoscibilità di caratterizzazione: condivisa con Gabriele Viviani come feroce Giovanni lo Sciancato e con Luciano Ganci come insinuante Malatesino dall’Occhio; sfilacciata, purtroppo, nel folto comprimariato che dovrebbe tenerla come primo obiettivo.

foto Brescia Amisano