L’ape musicale

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Scarlatti meno un quarto

 di Francesco Lora

Il Festival della Valle d’Itria allestisce nella Masseria Palesi Il trionfo dell’onore di Alessandro Scarlatti, in una revisione testuale che tuttavia danneggia le calcolate strutture di questa commedia per musica. Si distinguono le prove dei cantanti Raffaele Pe, Francesco Castoro, Nico Franchini e Patrizio La Placa.

MARTINA FRANCA, 28 luglio 2018 – L’“opera in masseria” è il terzo o quarto spettacolo operistico che, da qualche anno a questa parte, il Festival della Valle d’Itria allestisce non nel cortile del Palazzo Ducale o nel chiostro di S. Domenico, bensì nella campagna che circonda Martina Franca, presso uno tra gli antichi complessi rurali così chiamati. Quello favorito – anche quest’anno – è la Masseria Palesi, forse la più importante nel Meridione d’Italia per valore storico e pregio artistico: l’edificio è di costruzione sei-settecentesca, con un’imponente facciata adorna di statue, un maestoso portale barocco e un’ampia corte capace di circa duecento posti a sedere; di notte non vi arriva un solo rumore, la luna e le stelle sono l’unica luce, i telefoni cellulari non trovano campo. Questa è la casa per spettacoli che rispondono d’abitudine alle caratteristiche seguenti: titolo scelto nel novero-chiave della scuola napoletana, allestimento scenico obbediente a stretta economia ma affidato ad astri emergenti della regìa operistica, giovani cantanti perlopiù dell’accademia martinese.

Al letto di Procuste si era adattato alla perfezione, l’anno scorso, il Niccolò Piccinni delle agili e farsesche Donne vendicate. La maliziosa freschezza dei suoi interpreti vocali Manuel Amati, Chiara Iaia, Barbara Massaro e Carlo Sgura, la schietta direzione di Ferdinando Sulla e l’allestimento firmato da Giorgio Sangati, Alberto Nonnato e Gianluca Sbicca – uno strenuo lavoro con gli attori, costumi di elegante tradizione, un paio di geniali cartoni dipinti – sono rimasti da allora tutti quanti nel cuore. Più ambizioso e accidentato il progetto di quest’anno, incentrato sul Trionfo dell’onore di Alessandro Scarlatti e presentato in quattro recite dal 22 al 28 luglio. Guai a sottovalutare il genere comico credendolo più popolare e abbordabile di quello serio; Il trionfo dell’onore nulla richiede in meno del Rinaldo napoletano risvegliato negli stessi giorni [leggi la recensione]: tre atti, tre ore, otto personaggi gravati di ogni affetto e otto cantanti chiamati alla bravura, creazione nello stesso 1718, condivisione della medesima piazza teatrale, la più insigne ed esigente in Italia con quella veneziana.

Nello spettacolo in masseria balzano invece fin da subito all’orecchio – chi recensisce, per sventura propria e altrui, è un filologo – i compromessi con un testo che induce il passo più lungo della gamba. Un buon terzo dell’opera finisce tagliato, avviene un’inopinata inversione di scene, un prezioso quartetto perde il da capo: e le calcolate strutture del dramma per musica cadono come birilli; a metà dell’atto II ha anche luogo la non attendibile interpolazione di «Caldo sangue», aria scarlattiana tolta dall’oratorio Sedecia, re di Gerusalemme (Roma 1705), il cui linguaggio ha poco da spartire (anno, genere e contesto) con la commedia qui in oggetto. A revisionare con tale metodo le fonti originali – un avanzamento troppo timido rispetto al vetusto arrangiamento di Virgilio Mortari (1941) – sono Jacopo Raffaele, Fabrizio Longo e Hélène Diot. Il clavicembalista Raffaele esordisce anche nel ruolo di concertatore: dirige con buona volontà l’Ensemble barocco del Festival della Valle d’Itria, ma fatica a imprimervi mordente (vedi i frequenti tempi puntati, spesso in odore di fiacca terzina).

La compagnia di canto trabocca di simpatia giovanile e spirito di squadra. I più esperti sono l’incisivo Raffaele Pe come Erminio, lo squillante Francesco Castoro come Flaminio e l’esilarante Nico Franchini come Cornelia. A loro si appoggiano Rachael Jane Birthisel come Riccardo, Erica Cortese come Leonora, Federica Livi come Doralice e Suzana Nadejde come Rosina; per materiale e carattere si distingue il baritono Patrizio La Placa nei panni di Rodimarte. Quanto alla parte scenica, sono riconvocati gli artefici dello sconvolgente Ballo delle Ingrate dell’anno scorso [leggi la recensione]: la compagnia Eco di Fondo, con la regìa di Giacomo Ferraù, Libero Stelluti e Giulia Viana, le scene di Stefano Zullo e i costumi di Sara Marcucci. Il passaggio dallo stile recitativo monteverdiano alle più rigide strutture settecentesche genera nei registi qualche spaesamento, cui essi oppongono lo horror vacui delle controscene; ma la recitazione è accurata secondo il miglior stile della commedia all’italiana, e l’atmosfera rimane quella poetica e sognante che è la loro invidiabile cifra.


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