L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La luce dal caos

 di Mario Tedeschi Turco

Nonostante l'impegno, la vitalità e alcune pregevoli qualità musicali, non convince completamente la prova della Youth Orchestra of Bahia. Almeno finché non compare la presenza catalizzatrice di Martha Argerich, solista straordinaria nel Concerto di Schumann.

VERONA, 12 settembre 2018 - Per il terzo concerto del «Settembre dell’Accademia» al Filarmonico, si è esibita la Youth Orchestra of Bahia. Si tratta di un’orchestra giovanile, fondata nel 2007 da Ricardo Castro (qui anche in veste di direttore), seguendo l’esempio benemerito del progetto Abreu, il cui frutto migliore è, come noto, la Simon Bolivar Orchestra venezuelana. Orchestra di giovani, dunque, con tutto il carico del loro entusiasmo, d’un rilevato anticonformismo nella scelta dei programmi, nonché di un approccio interpretativo certo assai lontano dal mainstream cui il medio abbonato a una stagione concertistica è abituato.

Dato atto alla compagine di un simpaticissimo giovanile vitalismo, di un bel velluto dei violini primi e secondi, di una sezione legni discreta, nonché d’un impegno ugualmente irreprensibile, diverse cose non sono andate nel verso giusto, nell’esecuzione. Si è principiato con il Preludio dei Maestri cantori di Norimberga, in cui l’agogica alla camomilla e lo squilibrio dinamico tra archi e ottoni, con i primi che coprivano quasi sempre i secondi, hanno restituito un Wagner in similpelle da dimenticare senz’altro. Nella seconda, lunghissima parte del concerto, la sequenza di brani americani ha proposto una Overture dal West Side Story di Bernstein con una certa intensità, ma purtroppo monocorde nell’espressione, in cui tra il Rumble di inizio e il There’s a Place for Us poco successivo, per esempio, non udivi sostanziale differenza di gesto, dinamica, piglio ritmico, che sarebbe pur richiesta, narrativamente e testualmente. La Suite Estancia di Ginastera è stata resa discretamente (ma anche qui, le sincopi in dialogo archi/fiati traballavano non poco), la rumba dell’Overture Cubana di Gershwin è divenuta un puro macchinismo ritmico, con tanti saluti alle nuances timbriche pur essenziali, i Sonhos percutidos di Wellington Gomes (classe 1960, e brano scritto appositamente per l’ensemble) sono stati resi con belle trasparenze e significativi tagli espressionistici: almeno per quanto si possa valutare al solo ascolto, senza aver visto la partitura e in assenza di incisioni di riferimento comparativo. Il Danzon n. 2 di Arturo Marquéz, che ha chiuso la serata prima di un bis ancora una volta di giovanilistico vuoto pneumatico, ha messo in evidenza le qualità ritmiche dell’ensemble, buone per timing e coesione. Sulla qualità estetica del brano, preferiamo sorvolare.

Ma l’attesa massima, per questo concerto, era ovviamente per Martha Argerich, per la prima volta a Verona e oltre tutto nel suo cavallo di battaglia, quel Concerto di Schumann che è stato eseguito subito dopo il Wagner, a chiudere la prima parte della serata: brano tante volte suonato e inciso, dalla grande pianista, in edizioni di riferimento che ogni cultore conosce a menadito.

All’entrata in palcoscenico, non pare, la Argerich, al top della forma fisica: incede lenta, con fatica, verso lo strumento, un sorriso appena accennato al pubblico con sforzo evidente. Ringrazia appena per l’ovazione, poi si siede e la musica attacca. Certo, questo Schumann non ha l’impeto di Florestano, né l’abbandono di Eusebio, ma il Maestro Raro c’è tutto intero, in una gamma dinamica sbalorditiva, che la Argerich propone con perfetto controllo, maestria indiscutibile e poeticissima introspezione. Il suo Schumann di esecutrice settantasettenne lo diresti tutto interiore, in cui il controllo delle dinamiche è portato a un tal punto di perfezione che davvero hai l’impressione di progressive ondate di suono eternamente cangianti, fluttuanti. All’interno di una stessa frase o di una stessa semifrase, gli fp di cui Schumann dissemina la partitura sono resi non solo con l’acribia dell’esegeta, ma con l’afflato della poetessa. Prendiamo la Cadenza del I movimento, alle prime 32 battute, prima dell’«Un poco andante». La Argerich ha cesellato non solo i due sforzando verso il finale; non solo ha reso con impareggiabile trasparenza la rapida doppia forcella alla quarta misura del basso, ch’è solo un esempio del grado di introspezione testuale (espressiva perché analitica e analitica perché espressiva, laddove non c’è differenza tra razionalizzazione formale e intuizione lirica) che ha poi profuso nell’intera esecuzione; ma ha fatto udire in anticipo, e con sintesi poetica perfetta, cosa sarà davvero tutto il finale del Concerto, vale a dire un dinamicissimo, razionalissimo tentativo di bloccare per sempre il tempo nel suo eterno scorrere, un ritardare la fine pur indefettibile della musica e dunque dell’esistenza. Ancora, il tema lirico del II movimento è risuonato pieno di pur trattenuta passione e di autocontrollo insieme, così come il dialogo con l’orchestra in apertura del III movimento, con i violini divisi e i tre accordi in sf secchi e asciutti, sono apparsi davvero come un tentativo (riuscitissimo) di plasmare una forma percettibile d’un senso il quale, attraverso l’architettura strutturale, diventa discorso sull’esistenza. Musica come pensiero, pianismo come messa in testo di strutture che sono allo stesso tempo idee, il tutto scevro da sentimentalismi. Schumann non avrebbe chiesto di più, crediamo, e questa Argerich dell’estrema stagione creativa l’ha restituito al meglio. Sarà anche per questo che i generosi, impetuosi, eppure caotici giovani musicisti brasiliani hanno dato qui il meglio di una performance altrimenti discutibile: con una tale solista, del resto, era impossibile sbagliare.

foto © Brenzoni

IL SETTEMBRE DELL’ACCADEMIA – ACCADEMIA FILARMONICA DI VERONA, TEATRO FILARMONICO

Mercoledì 12 settembre
YOUTH ORCHESTRA OF BAHIA
Ricardo Castro direttore
Martha Argerich pianoforte
Richard Wagner Die Meistersinger von Nürnberg (Preludio Atto I)
Robert Schumann Concerto per pianoforte e orchestra in la minore Op. 54
Leonard Bernstein West Side Story (Ouverture)
Alberto Ginastera Estancia (Suite)
Wellington Gomes Sonhos Percutidos
George Gershwin Cuban Overture (Rumba)
Arturo Márquez Danzon n. 2