L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Di Berlioz e Liszt

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si fregia di avere ospite ancora una volta il celebre pianista Evgeny Kissin, al fianco di un grandissimo direttore qual è Antonio Pappano. Il risultato è un concerto indimenticabile per pezzi eseguiti e qualità dell’esecuzione stessa. In apertura, l’ouverture del Benvenuto Cellini di Hector Berlioz, di cui si esegue nel secondo tempo anche la celebre Symphonie Fantastique op. 14; Kissin suona il singolare Concerto n. 2 in la maggiore per pianoforte e orchestra, S 125 di Franz Liszt, ottenendo uno straordinario successo personale.

ROMA, 17 ottobre 2019 – Il secondo concerto annuale della stagione sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia vede ancora alla bacchetta il Maestro Pappano, che continua il suo coerente programma berlioziano, in omaggio al centocinquantesimo anniversario dalla morte del compositore francese. Per questo, Pappano sceglie di iniziare il concerto con l’ouverture dal Benvenuto Cellini, un’opera che non ebbe all’inizio un grande successo e che si è potuta vedere qualche tempo fa in scena al Teatro dell’Opera di Roma in una splendida produzione (leggi la recensione). Pappano dirige l’orchestra con energia e precisione, curando al cesello la complessa tessitura armonica della tavolozza orchestrale di Berlioz: scorrono così all’ascolto celebri temi dell’opera (come il duetto fra Cellini e Teresa), guizzi orchestrali tipicamente berlioziani, tutto ciò che rende, insomma, inconfondibile la musica del francese. Gli applausi preludono all’ingresso del grande interprete moscovita.

Evgeny Kissin torna a calcare il palcoscenico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e lo fa con un concerto singolarissimo, il Secondo concerto per pianoforte di Liszt. Kissin, in armonia perfetta con Pappano e con l’orchestra intera, disegna, con tocco sfumato o più deciso, a seconda dei passaggi, la rapsodia del pianoforte nel lungo dialogo con l’orchestra, una sorta di concerto senza soluzione di continuità in cui i movimenti si susseguono, appunto, l’un l’altro. Momenti di più spinto trascendentalismo virtuosistico si alternano a squarci di lirismo purissimo (l’Adagio incipitario, innanzitutto). Kissin deliba ogni passaggio della scrittura e del virtuosismo lisztiano, lasciandoci letteralmente stupefatti, soprattutto per la compartecipazione psicofisica alla lettura dell’opera, come se l’interprete fosse in connessione con una dimensione cui noi non riusciamo ad accedere se non tramite la sua interpretazione. L’orchestra accompagna Kissin come meglio non si potrebbe, abilmente diretta da Pappano. Dopo i meritati applausi, il moscovita torna sul palco e regala ai romani ben tre bis: rimanendo sempre su Liszt, il primo è il celeberrimo Liebestraum n. 3; segue, poi, una composizione scritta da Kissin stesso, il Dodecaphonic Tango, ritmatissimo, quasi marziale, ma pur sempre sensuale; infine, il famoso Valzer op. 39, n. 15, che ipnotizza per calore e delicatezza. Letteralmente subissato da un mare di applausi, Kissin lascia la sala.

Nel secondo tempo, Pappano dirige la Symphonie Fantastique di Berlioz. Come ho spesso scritto, Pappano è perfettamente nelle sue acque con questo tipo di repertorio, giacché ha un senso acuto del cesello orchestrale, senza mai perdere la struttura (che in Berlioz si fa mastodontica, a tratti) che soggiace dietro alla miriade di particolari e lievi sfumature di cui la musica di Berlioz è intessuta. Stupendo, per esempio, è in tal senso il passaggio, coloristico e dinamico, fra il Largo e l’Allegro agitato di Rêveries (I): qui Pappano dà prova d’incredibile sensibilità. Non solo, dunque, nella gestione di grandi architetture: si pensi pure alla Marche au supplice (IV), dove il direttore deve far vibrare di terrore un’ingente massa di strumenti; Pappano, invero, si mostra egualmente disinvolto pure in passaggi di più intenso lirismo, come l’indimenticabile valzer di Un bal (II) o il profumo agreste, così ben codificato in arte, musica e letteratura, di Scène aux champ (III), tradotto in una rugiadosa veste trasognata. Il satanico finale (Songe d’une nuit du Sabbat, V), dà ancora modo a Pappano di ben mostrare le sue abilità, in questo caso soprattutto nella gestione dei volumi (in deciso e calibrato crescendo) e dei bruniti colori della fantasia berlioziana. Un mare di applausi chiude il concerto.

Foto: Musacchio, Ianniello & Pasqualini


 

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