L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Lo spirito e la materia

di Roberta Pedrotti

Pur nella distanza, ascoltare per la prima volta al Rossini Opera Festival il Miserere e la Messa di Milano è un farmaco soave che infiamma lo spirito sia per il valore intrinseco della rara proposta, sia per la qualità dell'esecuzione. 

PESARO, 15 novembre 2020 - La classe non è acqua e si misura proprio in momenti come questo. Quando manca tutto, restano il cuore e le idee e il Rossini Opera Festival dimostra che non si tratta di retorica. Anzi, non si perde in chiacchiere e convoglia la passione per dar forma a un pensiero, come quando quarantuno anni fa dava inizio a un cammino ignoto (un laboratorio di musicologia applicata al teatro? La riscoperta del sommerso rossiniano? Avrebbe mai funzionato?). Non si fa finta che tutto vada bene e che online si dipanino magnifiche sorti e progressive, ma si usa lo streaming come puro e semplice strumento per unirsi intorno a quello che conta, intorno a Rossini. Le telecamere si accendono sui musicisti già in postazione, si spengono sull'ultima nota. Tutto il resto sarà in presenza, come è giusto che sia. Ora siamo tutti come Semiramide e Arsace all'unisono “È dolce al misero | che oppresso geme | il duol dividere, | piangere insieme, | in cor sensibile | trovar pietà.” E come, sempre in Semiramide, a un certo punto nell'opprimente incedere funebre di “Qual mesto gemito” il modo minore modula in maggiore e illumina, conforta i versi terribili “atroce palpito | m'opprime l'anima | respiro appena | nel mio terror”, così dimentichiamo per un attimo tutto quel che ci circonda presi solo da Rossini.

La scelta del programma non è ruffiana, è giusta, in linea con il momento. Un'apertura quasi minimalista [Streaming da Pesaro, concerto Marangoni, 14/11/2020], con il pianoforte solo e la musica degli “anni del silenzio” a emergere nell'oscurità. Seguiranno l'emblema delle eterne fortune rossiniane, Il barbiere di Siviglia, e un simbolo della riscoperta, Il viaggio a Reims, con la freschezza di un cast giovane. Ora, per la seconda serata, due pagine sacre mai eseguite prima al Rof. Che si creda o non si creda in questa o quella divinità, nulla è più appropriato di un'ispirazione spirituale, nulla è più appagante della scoperta per farci sentire ancora parte di un percorso ininterrotto, per godere di un nuovo tassello che si inserisce nel mosaico del corpus rossiniano ormai familiare.

Il Miserere e la Messa di Milano sono opera di un Rossini adolescente, forse intorno ai sedici anni, e l'affinità con altre pagine degli anni d'apprendistato, fra casa Malerbi a Lugo e il Liceo musicale di Bologna sotto la guida di padre Mattei, è evidente, così come evidente è la prossimità, se non l'identità, di tante idee, di tanti moduli e modelli con il linguaggio di Demetrio e Polibio, Ciro in Babilonia o L'equivoco stravagante, perfino di Tancredi (e il duetto fra contralto e violino sul “Qui tollis” è una chiara anticipazione della cavatina alternativa “Dolci d'amor parole”). È un Rossini ligio al rigore dello stile ecclesiastico, ma che dimostra già la felice inventiva nell'articolazione melodica e un gusto spiccato per l'espressione vocale. Assimila perfettamente la prassi e il gusto di questi anni a cavallo fra due secoli, il senso di nobile semplicità e quieta grandezza si amalgama all'eloquio affabile della melodia “all'italiana”. Assimila, metabolizza, dimostra di padroneggiare e di esser destinato nel giro di qualche anno a portarlo all'apoteosi nel paradiso musicale di Stendhal e poi sovvertirlo, metterlo in discussione, destrutturarlo e ricomporlo, ma senza mai del tutto dimenticarlo. In fondo è pensando anche al mondo musicale che lo circonda nell'apprendistato che per tutta la vita vagheggerà l'idea di “cantar che nell'anima si sente”.

Se apprezziamo appieno, anche nell'assenza fisica, i frutti sacri degli studi del giovane Gioachino - e, anzi, ce ne estasiamo, entusiasmandoci per un riferimento intercettato a un'opera più nota o per l'ispirazione del “Crucifixus” o per la condotta delle voci di soli e coro, così chiara e rigorosa ma anche così amabile e cantabile - è anche grazie all'efficacia della direzione di Ferdinando Sulla. In primo luogo, è lui a firmare l'edizione critica della Messa di Milano (così detta dalla città dove sono custodite le fonti principali) e la conoscenza approfondita del testo e della sua storia è determinante nelle intenzioni dell'interprete che, altro ottimo frutto della scuola di Fabio Luisi, ha gesto sciolto, fraseggio eloquente, bel dominio delle dinamiche, giusta misura nel definire il carattere sacro anche nel fluire della melodia o nei passaggi più arditi per la voce. La polisemia insita della concezione stessa della musica rossiniana e possibile insidia, è invece una ricchezza se, come in questo caso, è ben compresa e indirizzata. L'orchestra Filarmonica Gioachino Rossini supera brillantemente la prova con un suono che da casa percepiamo esatto e terso; nondimeno, il Coro del Teatro della Fortuna preparato da Mirca Rosciani si fa apprezzare per la precisione, la chiarezza, la capacità di ricondurre all'ispirazione spirituale anche quel che presto diverrà teatrale.

I solisti non sono stelle, ma la conferma della presenza di ferratissimi rossiniani nelle nuove generazioni. Il mezzosoprano Svetlina Stoyanova canta solo nella Messa, ma la parte le permette di far apprezzare un bel modo di porgere, una naturale eleganza e comunicativa, una voce piacevolmente duttile. Il tenore Manuel Amati sta affinando sempre di più la sua tecnica e supera con sicurezza e acuti ben centrati una scrittura contraltina particolarmente frastagliata ed esigente, sia nel Miserere sia nella Messa. Il rango di secondo tenore non impedisce comunque al collega di corda Antonio Gares di mettere in luce, con la musicalità, un piglio autorevole che potrebbe aprirgli interessanti prospettive. Anche alla voce maschile più grave Rossini qui chiede molto in termini di estensione (in alto e in basso) e di virtuosismo: Grigory Shkarupa non incontra difficoltà e, anzi, fa intuire anche un peso vocale e una qualità timbrica, oltre a un temperamento, che speriamo di ritrovare presto dal vivo.

Dal vivo. Sì. Pochi anni dopo la composizione del Miserere e della Messa di Milano Rossini scriverà la sua opera più scabrosa, L'equivoco stravagante, e in essa Ernestina si destreggerà fra spasimante e promesso sposo assicurando “Tu avrai il mio spirito, | tu la materia, |che contentissimi vi renderà”. Lo spirito lo sentiamo, forte, ma senza materia ci infiamma e non può renderci contentissimi. Serate come questa, però, ci ricordano che non tutto è perduto quando ci sono volontà, idee, passione per mantener vivo lo spirito e riunirlo, appena possibile, alla materia.


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