L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Una luce incerta e grigia

di Luca Fialdini

La nuova produzione della Tosca di Torre del Lago, tra distanziamenti e voglia di novità, non convince appieno.

TORRE DEL LAGO, 14 agosto 2020 – La Fondazione del Festival Pucciniano in questo 2020 ha saputo imporsi all’attenzione internazionale in quanto è stata prima istituzione nel panorama europeo a produrre - dopo la riapertura dei teatri - una rappresentazione operistica scenica con quel Gianni Schicchi alla Cittadella del Carnevale a Viareggio; un atto che non ha soltanto sapore di coraggio, ma è anche una risoluta affermazione da parte di una realtà che, a 90 anni dalla nascita del Festival, ribadisce la sua solidità. Notevole anche la capacità del Pucciniano di adeguarsi alle norme anti covid, tanto dal punto di vista logistico (assolutamente ineccepibile) quanto sotto il profilo della direzione artistica: il programma della 66a edizione è di certo ridotto rispetto alla pianificazione originale, ma offre comunque ben tre nuove produzioni, il concerto con Antonio Pappano e l’Orchestra di Santa Cecilia di cui si è già parlato e i cospicui eventi collaterali. In un’annata tanto tragica per il settore degli spettacoli dal vivo, non tutte le realtà teatrali sono in grado di tenere banco in questo modo.

In una simile circostanza, Torre del Lago rilancia anche sulla tecnologia adottando due “novità”: due schermi posti lateralmente al palco su cui scorre il libretto (in italiano e in inglese) e la paventata amplificazione. Se l’aggiunta degli schermi è un qualcosa di assolutamente positivo, così non è per l’amplificazione che a tratti è persino nociva. Chi scrive ha già avuto occasione di testarla durante il concerto del 28 luglio e con il sinfonico non dà alcun problema; quando viene invece applicata alla voce umana, gli esiti sono piuttosto infelici. Ci si augura che questa sia una soluzione dovuta alla contingenza delle limitazioni causa covid e sia quindi temporanea.

Contrastante anche l’esito della tanto attesa Tosca, a partire dal nuovo allestimento uno e trino di Stefano Monti, che ne firma regia, scene e costumi. Il grosso della scenografia è costituito da tre grandi aperture circolari (un incrocio tra dei rosoni e degli stargate) che assolvono la funzione di entrate/uscite e nicchie in cui avvengono apparizioni, mentre il palco antistante è di un vuoto deprimente: il primo atto vede come unico ed effettivo elemento di scenografia una grande pedana circolare, «solo questo e nulla più». Ad animare l’impianto scenico fisso sono chiamate le apparizioni di cui si accennava sopra – collocate nelle due aperture laterali – che si risolvono in una serie di tableaux vivants per nulla attinenti con la drammaturgia e spesso anche fuori luogo, dato che tendono a distogliere l’attenzione dello spettatore. Deludenti anche i mancati spari da parte del plotone d’esecuzione. Buono, tuttavia, il modo in cui Monti risolve il problema del distanziamento: i momenti di contatto tra Tosca e Scarpia, ad esempio, sono sempre indiretti e avvengono tramite il bastone di Scarpia; il mortale «bacio di Tosca» è dato a distanza ed efficacemente risolto con lo spegnimento delle luci del palco e il calcolato abbacinamento della platea tramite i fari di proscenio. Molto intelligente anche il modo in cui si evita di dover posizionare i famosi candelabro e crocifisso, qui sostituiti dal bastone da passeggio del barone che viene semplicemente fatto cadere sul suo petto.

Complessivamente si tratta di un allestimento godibile, complice anche il buon disegno luci di Eva Bruno, e che regala anche qualche bel momento, ma si ravvisa un andamento incerto e forse un po’ confuso nell’idea di fondo e nel modo in cui è stata realizzata.

Braccio greve e fantasia grigia nella direzione di Alberto Veronesi, dove non trovano spazio né interpretazione né pathos. L’Orchestra del Festival Puccini appare anche in buona forma, ma la direzione di Veronesi appiattisce ogni aspetto del bell’impianto orchestrale di Puccini; evidenti i tempi dilatati, specialmente nel terzo atto, che appesantiscono notevolmente la rappresentazione.

Non aiutano nemmeno i comprimari, che complessivamente si dimostrano accettabili: dal carceriere Massimo Schillaci ad Alessandro Ceccarini (Sciarrone), in generale poco efficaci, passando per lo Spoletta di Marco Voleri che, pur non potendo contare su una solida presenza vocale, si prodiga sotto il profilo attoriale. Di resa non buona anche Davide Mura, nonostante abbia affrontato spesso la parte di Angelotti e con esiti assai più fausti. Meglio Nicholas Ceragioli nel breve inciso del pastorello e Claudio Ottino, un sagrestano ormai navigato che interpreta la parte con gusto e misura.

Amarilli Nizza è di certo una Tosca dal buon impatto drammatico e dotata di profonda conoscenza del ruolo (un po’ rigida nel primo atto, meglio nei due successivi, specialmente il terzo), ma dalla vocalità ormai scarna e dalla tenuta non sempre salda, anche se bisogna riconoscere che gli acuti ci sono tutti e grintosi. Quel che manca in voce viene compensato da una recitazione energica e attentamente studiata, dove si dà il giusto peso alle sfaccettature del personaggio, dalle frivolezze ai capricci, dalle gelosie ai patetismi; è proprio questa intensa caratterizzazione a renderla tanto interessante e valida.

Amadi Lagha è dotato di una presenza vocale decisamente più cospicua, ma la sua attenzione sembra concentrarsi più sulla prodigiosità del timbro che sulla recitazione; il Cavaradossi pur buono che risulta è meno convincente della protagonista femminile, specialmente nella climax del secondo atto che culmina nella triplice accusa: «Carnefice!». La solidità vocale spinge Lagha a puntare tutto su quella: sicuramente l’intonazione salda e gli acuti sparati come fuochi d’artificio sono molto apprezzati dalla platea (tanto da ottenere il bis di "E lucevan le stelle"), ma solfeggio e fraseggio sono un po’ troppo liberi e troppo poco accurati.

L’ottimo Devid Cecconi – già apprezzato in altri ruoli, come il Rigoletto lucchese di gennaio – impersona qui uno Scarpia affascinante e carismatico che domina la scena con la sola presenza, senza forzature o inutili appesantimenti della parte vocale (splendidamente eseguita, peraltro). Oltre a una tecnica eccellente, Cecconi è dotato di una capacità recitativa di rara efficacia, tale da tratteggiare con essenziale semplicità un barone Scarpia sobrio, freddo, nobilmente crudele e – all’occorrenza – gustosamente viscido.

Last but not least il Coro del Festival Puccini, protagonista del fin troppo sobrio Te Deum, fornisce un buon apporto alla riuscita della rappresentazione e il Coro di voci bianche è una nota di pregio.

Al netto di qualsiasi considerazione, resta comunque il fatto che tornare a vedere un’opera completa in forma scenica oggi ci appare quasi un miracolo e il Pucciniano ha compiuto un’impresa davvero pregevole e coraggiosa, il cui sforzo merita il nostro plauso.


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