L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Sotto una strana luce

di Giuseppe Guggino

In forma semiscenica il Don Giovanni mozartiano riconsacra all’opera la sala grande del Teatro Massimo di Palermo, riannodando il filo interrotto dal lockdown nelle mani dell’altro libertino impenitente del teatro assoluto che è Falstaff. L’ipertrofico Omer Meir Wellber sul podio e al fortepiano si spende, con qualche arbitrio di troppo, a proporre la partitura “sotto una nuova luce”.

Palermo, 22 settembre 2020. “Sotto una nuova luce” è il titolo scelto dal Teatro Massimo di Palermo per la riprogrammazione della stagione a seguito delle misure di contenimento dell’emergenza da Covid-19 a cui pare aderire con unità di intenti il Don Giovanni mozartiano che, in versione semiscenica affidata alle cure di Marco Gandini, riporta l’opera nella sala grande del Basile. L’impianto scenico di Gabriele Moreschi per lo spettacolo è appositamente costruito sulle ineludibili misure di distanziamento sociale, quindi pubblico collocato esclusivamente nei palchi, orchestra disposta al centro della platea, quest’ultima collegata da una scalinata al boccascena, dove ha luogo gran parte dell’azione, fra sottili sipari in tulle nero su cui si sviluppano gli scorci veneziani dei video di Virginio Levrio.

La “nuova luce” laser – curata da Francesco Vignati e Francesco Vignati – illumina i palchi allorquando l’impenitente Don Giovanni sprofonda agli inferi, concludendo l’opera secondo la cosiddetta presunta versione di Vienna, adottata sin dall’aria di Don Ottavio nel primo atto, peraltro ben eseguita da Benjamin Hulett, e fino a “Mi tradì quell’alma ingrata” con cui Aga Mikolaj in ottima forma, di gran lunga la migliore del comparto femminile del cast, conquista l’unico applauso a scena aperta della serata.

Nuove luci sono sia Alessio Arduini nel ruolo eponimo, capace di disegnare un personaggio sfrontato in scena non meno che nella realizzazione musicale, sia il Leoporello di Riccardo Fassi, dalla bella pasta di basso e parimenti capace di giovanile dinamismo in scena. Meno entusiasmanti il Masetto sonoro ma greve di Evan Hughes e il Commendatore di Adam Palka. Le nuove luci virano più sul soffuso invece fra le altre donne, che sono Laura Giordano come Zerlina e la Donna Anna di Sarah Jane Brandon, spesso soccombente per ampiezza e con qualche scivolata di troppo nel Rondò.

A tutti va comunque l’onore di aver retto i tempi serratissimi e le improvvise variazioni agogiche impresse da Omer Meir Wellber, che dirigendo dal cembalo pare voler correre tutti i rischi possibili, pur di illuminare d’una nuova luce il capolavoro mozartiano. La disposizione spaziale dei complessi si rivela vincente in tal senso, specie nel finale primo, quando le tre orchestre, dislocate ampiamente fra sala e retropalco producono quell’effetto stereofonico che la scrittura in partitura pare suggerire. Lo stesso fattore della dislocazione estremamente distanziata, però, gioca talvolta a sfavore della pulizia degli attacchi e se il Coro istruito da Ciro Visco sembra seguire con convinzione il direttore musicale, non sempre l’Orchestra si mostra duttile al punto da aderire convintamente ad una lettura sì spericolata. Non tanto e non solo la scelta di tempi vertiginosi caratterizza la lettura di Wellber quanto gli improvvisi cambi di tempo internamente ai numeri, che trasmettono inevitabilmente all’ascolto una sensazione di inquietudine. La nuova luce si fa più strana e sinistra nella realizzazione dei recitativi secchi al fortepiano in gran parte dei quali Wellber improvvisa liberamente, transitando da un tango ad un’havanaise; e se l’armonia strizza troppo l’occhio a Rachmaninov, i solisti non sembrano curarsene troppo, lanciati a folle velocità. E guai ad allentare la tensione: capita nella canzonetta del second’atto, quando il bravo Jacob Reuven al mandolino vorrebbe far rifiatare Arduini con uno stacco comodo, ma l’ipertrofico Wellber, che sovrintende ai pizzicati degli archi, mima platealmente dal podio il suicidio à la Carlos Kleiber, e il turbinìo riprende incessante fino all’abisso finale. Sotto una strana luce.


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