L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Sol Falier vedete in me

di Roberta Pedrotti

Di fronte a un ristretto pubblico di addetti ai lavori e alle platee virtuali di tv, radio e streaming a Bergamo va in scena Marino Faliero per l'apertura del festival Donizetti Opera. Michele Pertusi, che già aveva incarnato magistralmente il Doge a Parma e Venezia, supera se stesso e galvanizza una serata altrimenti straniante nella sua particolarità dettata dalle norme sanitarie. Ottima la direzione di Riccardo Frizza, mentre risulta fallimentare il progetto registico di ricci/forte. Alla fine, comunque, una serata di grande valore simbolico per un festival che, in una delle città più colpite al mondo dalla pandemia, mantiene la sua identità e la sua forza.

Per approfondire l'opera leggi anche -> Marino Faliero, il doge di Donizetti

Bergamo, Belisario, 19/11/2020

Il generale Belisario e l’ingratitudine del potere

Bergamo, Le nozze in villa, 21/11/2020

BERGAMO, 20 novembre 2020 - Spero davvero che chi ora sta leggendo queste righe abbia visto la diretta di Marino Faliero su rai5 o sulla webtv di Donizetti Opera, o l'abbia ascoltata per radio. Il pensiero costante era all'assenza del pubblico, del suo respiro, del brusio, di quelle reazioni di entusiasmo (ma non solo) che ci si immaginava sarebbero scaturite durante la serata. Chi per dovere di cronaca riesce a essere ammesso in sala (e ringraziamo di cuore l'organizzazione bergamasca che l'ha reso possibile) deve rispettare il rigore di una recita che è fatta per chi è costretto a casa. Ci mordiamo la lingua, tratteniamo in gola quelle acclamazioni che la grandezza smisurata di Michele Pertusi in “Bell'ardir di congiurati” reclamerebbe a gran voce. Ci mimetizziamo nell'ombra, mascherina nera, dress code scuro: non è una festa, men che mai si deve apparire, ma solo servire la musica e il teatro, essere lì per chi sta cantando, recitando, suonando, dirigendo e per chi vorrebbe essere seduto in sala e non può, continuare a parlare e ragionare di arte, non per noi stessi, ma per tutti. Il critico ragiona sulla sua ragion d'essere e sulla sua responsabilità, per testimoniare che l'opera vive in teatro e, dunque, cos'era questo Marino Faliero che, dal teatro, ha potuto incontrare il pubblico solo attraverso uno schermo.

Innanzitutto, finalmente ascoltiamo l'edizione critica della versione parigina del 1835, a cura di Maria Chiara Bertieri. L'impianto non differisce da quanto già noto e dalla versione finora più completa (Parma 2002), ma cambia il profilo di alcune cabalette, il coro del figli della notte in cui si incunea – mirabile contrasto – la barcarola del gondoliere è più ampio e articolato, ci sono alcune battute in più o differenti. Sembra poco, forse, ma è moltissimo anche quando cambiano alcuni dettagli del testo, dato che in un'opera di così forte impianto politico anche dire “i soli vili qui sono i patrizi” invece che “i soli vili qui sono in Senato” non è senza significato.

Riccardo Frizza dirige benissimo. La collocazione dell'azione nello spazio della platea, con l'orchestra soprelevata sulla buca e il coro distanziatissimo dietro, sul palco, non facilita l'omogeneità della resa e ci auguriamo che i microfoni rai abbiano fatto il loro dovere, perché se a noi nei palchi l'orchestra e i solisti arrivavano pregnanti, il coro sfumava talora, inevitabilmente, in lontananza. Tuttavia la concertazione è mordente, ben calibrata, accuratissima nel disegnare marce, inni, strumentazioni battagliere senza irrigidire o involgarire, anzi. Le fosche atmosfere notturne sono tese e inquietanti anche quando si stemperano nel lirismo, con il tratto nobile della poetica belcantista che va di pari passo con la sua incisività teatrale, come in quel finale formidabile – uno dei più bei finali dell'intero repertorio – in cui la voce e la musica stessa sembrano annichilirsi di fronte alla ferocia ineluttabile del potere.

Se Frizza è un'ottima guida sul podio e se orchestra e coro (compresi i numerosi corifei, come i tre figli di Israele) di Donizetti Opera dimostrano una crescita e un'abnegazione commuoventi – tutti in mascherina come segno di tutela e di rispetto encomiabili – sulla scena giganteggia il doge di Michele Pertusi.

Speriamo che gli sguardi dardeggianti, le espressioni magnetiche che attiravano a sé tutto il teatro siano stati debitamente seguiti dalle telecamere e abbiano almento in parte compensato l'assenza fisica della voce e dell'artista. E che voce, e che artista! Appena apre bocca Pertusi l'opera spicca il volo, la sua cavata nobile, ampia, eloquente non è certo una sorpresa, eppure porta con sé una tale statura d'interprete e musicista che inchiodano alla poltrona. Per un attimo dimentichiamo perfino tutta la tragedia che ha circondato e circonda Bergamo, le limitazioni logistiche, l'esperienza straniante dell'opera senza pubblico per un pubblico lontano: c'è solo Marino Faliero, il Doge ribelle di Donizetti, ci sono i suoi accenti vivi, veri, il suo sdegno, il suo onote, il suo dolore, l'ira e il perdono, la profonda nobiltà d'animo e d'espressione. La perfezione del legato, la bellezza di “Santa voce al cuor mi suona” sarebbe quasi trascendente, se la parola non fosse a tal punto sentita e scolpita. Avremmo voluto spellarci le mani e sgolarci urlando bravo, ma per rispetto a chi non c'era non possiamo che farci solo testimoni e tramite della statura immensa di questo Faliero, perché presto si possa tornare insieme a spellarci le mani e sgolarci urlando bravo.

La situazione, purtroppo, ci impedisce di avere un altro astro di prima grandezza come il previsto Javier Camarena, impossibilitato a raggiungere l'Italia. Lo sostituisce Michele Angelini e l'onore delle armi si deve al supplente, per di più quando corre voce che sia indisposto, tuttavia non si può tacere del fatto che la parte di Fernando richiederebbe ben altro spessore vocale, musicale, interpretativo, che la prova di Angelini risulta ampiamente deficitaria sotto tutti i punti di vista.

Affronta, invece, con convincente sicurezza la parte asperrima di Elena – un duetto, qualche battuta nel finale primo e poi più nulla fino a una grande aria di estrema difficoltà – Francesca Dotto, che mostra bel temperamento, accenti e tecnica adeguati sia nel legato patetico sia nell'agilità di forza. Anche il giovane Bogdan Baciu è un attendibile Israele: certo, al ruolo del leader rivoluzionario idealista per essere degno contraltare di Faliero (e di questo monumentale Faliero soprattutto) gioverebbe magari un interprete più scafato e arguto, ma non mancano le buone intenzioni e la vocalità è interessante.

Bene lo squillante Leoni di Dave Monaco e lo Steno sinistro ma non cavernoso di Christian Federici, così come tutta la folta schiera di comprimari fra cui citiamo almeno lo spavaldo e sonoro gondoliero di Giorgio Misseri.

Purtroppo quel che non va è la messa in scena, e non per questioni attinenti alle norme sanitarie: anzi, il gioco di distanziamenti fra i personaggi è forse ciò che riesce meglio nel progetto creativo di ricci/forte, anche perché il punto di forza dello spettacolo risulta essere la struttura scenica di Marco Rossi. L'intero spazio della platea è, infatti, occupato da un intrico di praticabili, scale, ponti e righiere che evoca il labirinto veneziano con un'estetica moderna e industriale ben confacente alla storia di una rivoluzione proletaria fallita. Alessandro Carletti illumina ad arte la struttura e il teatro intero con suggestivi effetti di riflessi acquatici, ma tutto si ferma lì. L'ambiente non è abitato da un'azione, da una drammaturgia, ma solo dal continuo e alla fine stucchevole inseguirsi dei personaggi fra figuranti che si contorcono e arrampicano senza costrutto, per di più in costumi (di Gianluca Sbicca) che frullano tessuti, stili e colori senza che sia dato capire un senso, una caratterizzazione o almeno una cifra estetica che non sia quella di un caos pacchiano che innalza le scarpe Lidl a modello di stile.

Alla fine, però, Donizetti ci lascia comunque con il suo colpo da maestro. Il Doge prega, perdona, esce di scena, la Dogaressa balbetta cercando un appiglio armonico che non trova finché non si abbattono come la lama di una ghigliottina gli accordi massicci del coro che annuncia l'esecuzione di Faliero. Poi, il silenzio. L'epifania spettrale di mimi, solisti, squadra creativa, direttore, orchestra e coro in piedi, immobili per un applauso che non c'è, segnando la loro presenza fisica, l'essenza del teatro, l'assenza pesante, il pensiero a chi è qui nello spirito non potendo col corpo. E poi il rito si compie con un interminabile, pacato battimani di tutti gli artisti, di tutti i tecnici, di tutti gli addetti ai lavori. Un rito che sembra necessario e che unisce al di là di quello che, nei tre atti dell'opera, può averci entusiasmato o indispettito. Solitamente filmo i ringraziamenti finali, i lettori dell'Ape musicale lo sanno bene, come ricordo dell'esperienza condivisa. Stavolta no: si è filmato fin troppo e questo era il momento di battere le mani tutti insieme, per chi ha fatto, per chi non c'era.


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