L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Musa eterna

di Roberta Pedrotti

In attesa di tornare pienamente al teatro d'opera, il Comunale di Bologna produce un film opera. Adriana Lecouvreur con la regia di Rosetta Cucchi e la concertazione di Asher Fisch valorizza un buon cast, maestranze e spazi del teatro con un'idea chiara e intelligente, un'efficace bella sintesi fra diversi linguaggi.

Rai da Bologna, 10 marzo 2021 - L’opera propriamente detta non si può fare con la spada di Damocle del contagio, magari ci si può avvicinare camminando sulle uova fra mille incognite e precauzioni. Si può fare, però il film opera, genere relativamente antico, sperimentato già al tempo del muto, genere carsico d’alterne fortune e varie forme. Anzi, la necessità stimola l'ingegno con nuovi progetti o riconversioni di programmi precedenti, come quest’Adriana Lecouvreur che il Comunale di Bologna avrebbe voluto mettere in scena nel maggio 2020. L’opera prevista sulla scena, diventa un film vero e proprio, tutto girato in teatro, e un gran bel film.

Rosetta Cucchi non ha solo vent’anni, almeno, di carriera come regista alle spalle, ha una vita intera passata in teatro, prima come pianista, accompagnatrice, collaboratrice che ha respirato con i cantanti nella polvere delle quinte. L’affetto profondo, la partecipazione si avvertono al pari della preparazione nella cura del dettaglio. Basti pensare all’incontro in camerino fra Adriana e Maurizio nel primo atto: si amano, sì, ma lui entra spavaldo, racconta le sue preoccupazioni e le sue imprese occupando la sedia di lei, senza curarsi di calpestarle i copioni, tanto che Adriana, pur adorante, un po’ si spazientisce, un po’ è perplessa dalle “belle frasi”, lo scarto di sensibilità e cultura fra i due è palese. Insomma, il lavoro registico scava prima di tutto nella recitazione per raccontarci i personaggi, i loro rapporti, per dirci che quella relazione, seppur sincera, fra il politico ambizioso (e un po’ narciso) e l’artista ha qualcosa di storto, asimmetrico, andrà facilmente a finire male. I rapporti scandagliati in primo piano sono anche la chiave di lettura di una continuità del racconto attraverso salti di decenni quando non di secoli (belli assai le scene di Tiziano Santi, i costumi di Claudia Pernigotti, i video di Roberto Recchia). D'altra parte, il tempo non è che l'invenzione di persone incapaci d'amare (Le temps est l'invention des gents incapables 'aimer), compare sul fondo alla fine. L’intrigo del biglietto si consuma nello stesso 1730 in cui misteriosamente morì l’attrice Adrienne Lecouvreur, ma la politica e le gelosie si intrecciano nei boudoir al tempo dell’imperatrice Eugenia; la festa chez  Bouillon è un locale parigino d’avanguardia (1930) con camerieri in baffi, corsetto e tacchi a spillo, performance acrobatiche (niente citazione dei Ballets Russes, una volta tanto, grazie alla coreografa Luisa Baldinetti) e Loïe Fuller a far da controscena a Fedra. Alla fine, nel 1968, la scena nuda, un gruppo di teatranti alternativi, il cinema dei primi del secolo che è diventato superotto, l’artista esistenzialista ormai corrosa da amori sbagliati, dalla sua stessa arte. Maurizio è un’allucinazione, un desiderio velenoso, che riappare solo agli occhi di Adriana nelle vesti ormai fiabesche, lontane del 1730. Accanto a lei è rimasto soltanto il vero amore, il teatro, Michonnet che le porge ancora, come una cura, quei copioni che il conte di Sassonia calpestava distratto. Michonnet che la filma, sì, ma non con occhio cinico e voyeur, bensì come estremo omaggio alla musa, all’artista, alla sua eternità. La stessa eternità di quelle tavole, di quel piccolo palco che resta sempre al centro della scena. Passano i secoli il teatro resta, come restano le passioni, le gelosie e i dolori delle persone che in teatro vivono. Non per nulla lo stesso Comunale di Bologna è presenza attiva della vicenda che ospita non solo per gli ambienti ricostruiti nello spazio canonico, ma anche per l’azione che abita i palchi, i foyer i corridoi. Non per nulla, nell’unico momento in cui veramente Adriana recita alla ribalta, nel primo atto, si rivolge al vuoto nero del retropalco, mentre il mondo brulicante dietro di lei è quello delle quinte, sì, ma anche della platea, dei palchi, del loggione da troppo tempo vuoti.

Un film opera non è un’opera, non è un film. I cantanti recitano per la telecamera e l’inquadratura, ma restano pur sempre attori teatrali: curiosa ambiguità che Cucchi e il cast risolvono assia bene. Anzi, seppure sia l’unica non madrelingua, bisogna render atto a Kristine Opolais di aver saputo seguire le indicazioni registiche anche in un monologo di Fedra per nulla lezioso o caricato. Rabbioso, sì, ma asciutto, moderno. Talora l’emissione vocale si appesantisce, com’è inevitabile in un’impostazione basata più sulla fibra che sul fiato; così il soffio soave dell’Umile ancella non sarà esattamente il suo punto di forza, ma il personaggio cresce sulla distanza, nel temperamento drammatico, nella spossatezza consunta di "Poveri fiori" e di tutto il quarto atto. Per contro, Veronica Simeoni non calca mai la mano e rende la sua Bouillon tanto sofisticata all’apparenza, quanto astiosa e rosa dalla gelosia, dall’invidia, dall’insicurezza nel profondo. L’universo maschile che si contrappone ai due poli femminili ha in Luciano Ganci un Maurizio più galante che eroico, non insincero, ma semplicemente impari alla statura artistica di Adriana, alla scaltrezza politica che la strada scelta esige. Per questo, da un lato il timbro amabilmente lirico, la comunicativa schietta in una musicalità sorvegliata rendono a meraviglia la spontaneità delle pagine amorose o brillanti (come quell’autentica spacconata del russo Menchikoff), dall’altro “L’anima ho stanca” esprime all’improvviso il lancinante contrasto con un antieroismo consapevole ed esausto. Impotente di fronte alla tragedia, ma non impari, anzi affine, fedele, empatico è il Michonnet di Nicola Alaimo. A lui Cilea non riserva nemmeno una delle melodie che costituiscono la sua ispirazione più felice, eppure lo spazio per l’artista nei suoi monologhi c’è tutto e il baritono siciliano lo sfrutta appieno fra gesto e nota, parola e sguardo. Se Adriana si consuma per un uomo che non potrà mai ricambiarla con la stessa profondità, l’altra faccia dell’amore, non meno forte, è la nella simbiosi con una devozione senza speranze, ma basata su una condivisione nell’arte. Dietro al quartetto umano, sta uno stuolo di tipi ricorrenti: sia gente di teatro o meno, comprimari e stereotipi più che persone. Il teatro e la vita s’intrecciano con il marito geloso ma fedifrago (Romano Dal Zovo), le seconde donne e i secondi uomini che scalpitano osservando (Elena Borin e Aloisa Aisemberg, Stefano Consolini e Luca Gallo), l’intrigante opportunista (Gianluca Sorrentino), la piccola folla di curiosi spettatori della tragicommedia della vita (il coro preparato da Alberto Malazzi). 

Un film opera non è un’opera, non è un film. La telecamera subito si lancia in volo fra i professori dell’orchestra distribuiti in platea fino a raggiungere il concertatore Asher Fisch. Poi, il suono non potrà e non dovrà esser quello teatrale. In primo luogo perché passa attraverso i microfoni (e per di più la compressione televisiva è sempre mortificante: meglio ascoltare da Raiplay la versione web), in secondo luogo perché si tratta di un mezzo e quindi di un linguaggio diverso, per cui, per esempio, se Maurizio di Sassonia è un’allucinazione per la morente Adriana nel finale, anche la sua voce dovrà avere un riverbero leggermente diverso rispetto alle sue apparizioni reali. Fisch lavora con cura sulle caratteristiche migliori di Cilea, l’orchestrazione e l’invenzione melodica, senza trascurare il sostegno a quelle meno felici, anzi: certi assiemi meccanici sono valorizzati con arguzia di pari passo con le immagini. Non indulge su effetti o vani preziosismi, non gonfia la retorica; punta all’essenza lasciando in evidenza lo sviluppo del dramma, i sentimenti nudi, le solitudini, in perfetta sintonia con la regia, con i tempi e i modi del film. Tempi e modi che non sono in contraddizione con l’opera. Sono altra cosa rispetto al teatro, ma, come in questo caso, possono esprimere benissimo proprio l’amore per l’opera e il teatro.

Il teatro d'opera ci aspetta, il film opera ha ancora le sue carte da giocare.


 

 

 
 
 

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