L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Classici e novità

di Roberta Pedrotti

Premiata con l'Abbiati per la prontezza della prima riapertura dopo il lockdown della scorsa primavera, l'orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano ha continuato a proporre in streaming la sua stagione anche negli ultimi mesi a porte chiuse. Alla vigilia del ritorno del pubblico anche al Dal Verme, passiamo in rassegna i concerti ancora disponibili on line, con alcune ottime bacchette e un repertorio che dal classicismo viennese arriva a tre prime esecuzioni assolute.

La primissima a riaprire nella scorsa primavera, con un concerto che è valso il premio Abbiati, prossima a tornare di fronte al pubblico il 6 di maggio, l’orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano normalmente si mette in movimento fuori dai confini cittadini ogni autunno, per l’autentico tour de force che la trova a suonare a ritmi serratissimi Haendel e Puccini, Ravel e Rossini nei teatri del Circuito Lirico Lombardo. Poi però, nella casa istituzionale del Teatro Dal Verme e in occasionali trasferte, c’è tutta un’attività concertistica meno facile da intercettare con regolarità per chi non viva a Milano. Anche in questo caso la necessità, un po’ lugubre, dei concerti registrati senza pubblico ha permesso di scorrere quasi tutta stagione, svoltasi caparbiamente a porte chiuse, sul canale youtube del Teatro Dal Verme - I Pomeriggi Musicali. Per ovviare, almeno in simbolo, alla condizione innaturale della performance consegnate senza vincoli di tempo alla rete senza la concreta irripetibile realizzazione per un pubblico in carne e ossa, l’istituzione meneghina ha pensato almeno a una prima trasmissione in diretta, senza possibilità di replica o replay, sul sito ufficiale in doppia data, esattamente come in una stagione non virtuale, per caricare e lasciare a disposizione poi la maggior parte dei filmati nell’archivio youtube. Così, ci siamo trovati a seguire live, seppur a distanza, alcuni eventi, ma possiamo anche rivederli o recuperarne altri collegandoci al più celebre portale video del web. 

Nella panoramica non mancano i concerti delle feste o il ciclo del “Piccoli pomeriggi musicali” con fiabe sonore (Pinocchio, Il piccolo principe, Alice nel paese delle meraviglie…), mentre il cuore della stagione verte intorno al classicismo viennese e il romanticismo ottocentesco: Mozart e Beethoven, Mendelssohn e Schumann, Wagner, Brahms e Čajkovskij. Ma c’è spazio anche per il 900 e per il nostro giovane secolo. Comincia il sassofonista Federico Mondelci, solista e direttore di Tempi moderni, brillante programma che con spirito esuberante di divertissement passa attraverso partiture tutt'altro che qualitativamente disimpegnate di Rota, Honneger, Milhaud e Ibert. La sensazione - un po’ jazzistica - di libero divertimento fra musicisti che talora traspare stempera il disagio del concerto a porte chiuse. Ci sono, però, poi soprattutto due prime esecuzioni assolute di brani commissionati appositamente per I Pomeriggi Musicali. Il direttore musicale James Feddeck tiene a battesimo la Sinfonia di Marco Tutino (1954) in un programma che, non a caso, s’intitola Classicità. In effetti è il compositore stesso a definire il suo lavoro come quello di un autore “ibernato nell’800” ed edotto rapidamente, senza troppi approfondimenti, delle novità del XX secolo, tant’è che Raffaele Mellace nelle note di sala usa l’espressione “deliberato anacronismo”. Quattro movimento, impianto sostanzialmente tonale secondo le consuetudini del tardo romanticismo, impasti e slanci melodici che a quell’epoca si richiamano pur fiancheggiando talora il neoclassicismo di Stravinskij o Rota, ma anche, perché no?, di Menotti e dintorni. Feddeck si trova a suo agio, lui che frequenta volentieri Brahms e Bruckner e che abbina a Tutino proprio la brahmsiana Serenata n. 1. Purtroppo, fra i concerti non disponibili sul canale del teatro c’è Luci e ombre in cui Feddeck faceva debuttare un’altra commissione dell’orchestra, Wedding and Funeral Marching Band di Alberto Cara (1975). Tuttavia, basta cercare un po’, e il brano si può facilmente reperire, ben organizzato intreccio di vitale esuberanza e implacabile threnos, seppur distinti in due sezioni speculari e complementari. Feddeck ribadisce un’affinità con un linguaggio più decisamente contemporaneo, mettendo a frutto quell’asciuttezza di fraseggio e articolazione che talora, nel primo romanticismo, senza l’esperienza del suono dal vivo poteva sembrarci un po’ rigidina. Non, però, in Das Märchen von der schönen Melusine e nella Scozzese di Mendelssohn (abbinata a un buon Terzo di Beethoven con Nicholas Angelich al pianoforte), dove evidenzia le caratteristiche di una temperie condivisa con Weber e Marschner, presto raccolta dal Wagner dell’Olandese (e, in fondo, proveniente dal fantastico iniziatico che aveva avuto in Mozart la sua massima espressione). 

L’altra in prima assoluta è di Attilio Foresta Martin (1987) e guarda oltre le tradizioni europee su cui si incardina la stagione: Maillon de la Cadène, primo premio del Concorso di Composizione dei Pomeriggi musicali. Pezzo davvero ben scritto e ben pensato, perché alla forma corrisponde la sostanza e temi di scottante attualità (la violenza sulla donna, l’abuso sessuale, la coercizione e manipolazione della volontà attraverso appropriazione e sopraffazione culturale, colonialismo storico e neocolonialismo) sono trattati con lucide corrispondenze musicali fra timbri, temi, sonorità. Questa volta sul podio c’è Alessandro Bonato, che conferma poi, dopo la capacità di dar vita a musica nuova, l’alta qualità del suo Mozart con il concerto per clarinetto e orchestra K622 (solista Marco Giani, il richiamo alla colonna sonora della Mia Africa come altra faccia della medaglia del rapporto fra i continenti) e la Sinfonia n.38, “Praga”. Bellissima esecuzione anche quella mozartiana, con un’attenzione minuziosa per le dinamiche che esprime una pulsazione, interna, un’energia mai fine a se stessa, sempre connaturata a sonorità, rapporti metrici e tematici amministrati con intelligenza. D’altra parte, Bonato aveva anche diretto il concerto natalizio dedicato al repertorio viennese: un repertorio che è troppo facile liquidare in maniera superficiale e sprecare. La leggerezza non ammette banalità, ma esige una bacchetta che sappia modellare il tempo con spirito: qui l’abbiamo.

Nella sacra triade del classicismo viennese si muove, poi, con due concerti Diego Fasolis: l’ultimo Haydn (sinfonia n. 104), il Mozart più maturo (sinfonie n. 39 e n. 40), il primo Beethoven (sinfonia n. 1). La vivacità dei tempi e il brillante dialogo fra sezioni fa il paio con un senso di solennità - spesso sottolineato dal rilievo conferito alle percussioni e in generale ai diversi piani dell’architettura sonora - che segna il passaggio fra un solido assetto formale e nuove impellenze. Sullo stesso repertorio, fra Mozart (sinfonia n.31 e concerto n.2 per violino e orchestra) e Beethoven (estratti dalle Creature di Prometeo) offre il suo sguardo e un’altra prospettiva Fabio Biondi, direttore e solista incisivo anche in un fraseggiare più morbido, in un gusto per le mezzetinte che non pregiudica la nettezza dell’accento.

George Pehlivanian è un altro nome ricorrente nel cartellone dei Pomeriggi Musicali, con due concerti dedicati a Schumann (concerto per violino e orchestra con Marco Rizzi) e Beethoven (primo concerto per pianoforte e orchestra con Herbert Schuch, ammirevole per il dosaggio del pedale e la competenza stilistica nel tocco; sinfonie n. 5 e n.6). Soprattutto si distingue la Pastorale, senz’alcuna indulgenza rassicurante e bozzettistica, anzi, quasi immagine di una natura oggi negata, permeata dall’incombere della tempesta più che dalla luce dell’idillio.

Un altro Beethoven sofferto e inquieto è senz’altro quello offerto da Alessandro Cadario con un’Eroica condotta con mano sicura e pragmatica, ma anche particolarmente curata nelle piccole tensioni interne, in certi sforzando ben accentuati, piccole illuminazioni e alleggerimenti che consolidano il disegno complessivo privo di retorica. Se il neodirettore musicale Feddeck è ancora tutto da scoprire, sembra promettere molto nel repertorio degli ultimi centocinquant’anni e incuriosisce il suo approccio anche ad autori precedenti, del direttore ospite principale Cadario abbiamo già il ritratto di un ottimo musicista, ben preparato, tecnicamente capace, chiaro ed equilibrato nelle sue traiettorie d’interprete. Accompagna, peraltro, molto bene l’estro di Giuseppe Gibboni nel concerto per volino di Čajkovskij, conferisce un abbandono assai ben studiato nella sua sottile mestizia al Siegfried Idyll, gestisce a dovere il moto dell’Ottava beethoveniana. Accarezza soprattutto un bel Mendelssohn, muovendosi con disinvoltura dalle atmosfere sospese - ma non diafane - delle Ebridi, alla féerie del Sogno di una notte di mezz’estate, alla brillante varietà espressiva dei due concerti per violino, in Mi e in Re minore, con Gennaro Cardaropoli, solista dal suono caldo e duttile, di spiccata cantabilità.

Ora si torna dal vivo, con il pubblico in sala. Esultiamo, finalmente, sperando che le porte non si richiudano mai più. Ma sperando anche che quest’esperienza potenzi questi archivi on line di registrazioni, un’opportunità in più per raggiungere chi non può essere presente o, magari, potrebbe ma non sa ancora di volerlo e ha l’occasione per scoprirlo così.

 


 

 

 
 
 

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